sabato, Settembre 21

La ‘carne’ del Governo Conte: non vince chi è forte, vince chi dura Il perdente: l’ingenuo Matteo Salvini, che non ha saputo capire il mondo con il suo Mosca-gate. I vincitori: Mattarella, Prodi, Franceschini, Zingaretti, tre democristiani, un comunista, che hanno capito perfettamente la ‘seconda guerra fredda’

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Where’s the beef?’, letteralmente: ‘Dov’è il manzo?’. Si racconta che lo slogan, inizialmente utilizzato per pubblicizzare gli hamburger della catena americana Wendy’s, sia stato utilizzato nel 1984, durante la campagna elettorale per la nomination, che quell’anno vide opposti il vice-presidente democratico Walter Mondale al senatore Gary Hart. Mondale, per irridere il programma elettorale del suo rivale, a un certo punto chiede: «When I hear your new ideas, I’m reminded of that ad, ‘Wh’re’s the beef’?» («Quando sento le tue nuove idee, mi viene in mente quell’annuncio, ‘Dov’è il manzo?’»). Da allora l’espressione è entrato nel lessico politico, ed è tutto un fiorire di ‘Dov’è il manzo?’… ‘Ecco dov’è il manzo…’. Bene: dov’è il manzo di questa crisi agostana che ci siamo lasciati alle spalle?

Il primo ‘manzo’ che balza agli occhi è che il leader della Lega, Matteo Salvini, pur con la sua cospicua dote di consenso elettorale solo in piccola parte intaccato, ha rivelato molti punti deboli e talloni d’Achille. Non tanto, non solo per le sue ‘esibizioni’ al Papeete poco compatibili con l’abito ministeriale, o il suo fraseggio e l’eloquio, troppe volte ripetuto per essere ‘voce dal sen fuggita’. Quello è il meno: è ‘colore’. Il ‘manzo’ vero è altro.

Quando il 27 agosto scorso dalla Casa Bianca è partito il famoso tweet del Presidente Donald Trump, quello in cui ci si augura che il tentativo di ‘Giuseppi Conte’ di formare un nuovo governo riesca, in molti si sono chiesti se si trattava di un appoggio autentico o, piuttosto, frutto di un equivoco, di una scarsa conoscenza dell’Amministrazione USA. Come, ci si è domandati, un sovranista per eccellenza sostiene un governo di sinistra?
Sì. Un sovranista per eccellenza come Trump appoggia un governo di sinistra, anzi, di ‘estrema sinistra’, come tuona da giorni l’opposizione che si riconosce in Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi.

Uno degli errori politici di Salvini è non aver compreso (o almeno aver sottovalutato, o ancora: aver creduto di poter padroneggiare), il fatto (anche qui si ruba uno slogan pubblicitario), nessuna Nazione è un’isola. E quello che accade in Italia non riguarda solo gli italiani; e non sono solo i centri di potere istituzionale e reale italiani hanno voce in capitolo.

Salvini (e con lui Meloni; mentre Berlusconi è più cauto), in queste ore tuoneggiano come un mantra che questo Governo Conte due è figlio di Berlino. Bruxelles, Parigi.
La realtà è più complessa. Dopo il famoso tweet di Trump, si è arrivati ai colloqui telefonici; e qui non è più possibile liquidare la cosa come frutto di equivoco. Sono il segno di una partita che si gioca a tutto campo, con attori che parlano una babele di lingue. Quella telefonata tra Washington e Roma è la testimonianza che la Casa Bianca riconosce pienamente e senza tentennamenti il nuovo governo di Conte. Nell’ambito di una partita europea che non è quella evocata dal leader della Lega. Gli scenari sono più ampi, gli interessi in gioco assai più corposi.

L’Italia da Yalta in poi è un Paese cruciale in quanto frontiera tra l’Occidente e i colossi Russia e Cina; è pur vero che tutti i Paesi dell’est europeo, una volta fedeli satelliti della Mosca comunista, ora sono realtà diverse e variegate; ma resta immutata nei fini -se non nei mezzi- la politica di potenza sia di Mosca che di Pechino.
Ben vero che il generale David Petraeus, ex capo della CIA al tempo della presidenza Obama, ha distrutto la sua carriera in seguito alla relazione con la giornalista Paula Broadwell, e alle confidenze che non avrebbe dovuto farle; ma questo non pregiudica la sua capacità di analisi e le sue ‘conoscenze’. A Cernobbio Petraeus parla diSeconda guerra fredda’, ed è espressione che definisce la sfida e il confronto in corso tra Washington, Mosca, Pechino.

Confronto che si sviluppa non tanto, non solo con eserciti e armamenti (quelli piuttosto servono per alimentare l’industria che vi è collegata, il ‘complesso militar-industriale’ cui faceva cenno, fin dagli anni ‘60 il Presidente ‘Ike’ Eisenhower). La partita oggi si gioca soprattutto in quel vasto, per tanti versi misterioso e per addetti specializzati, che è il cyber spazio.

Non è un mistero che Russia e Cina come obiettivo hanno quello di indebolire Stati Uniti e Europa.
Non è un mistero che Pechino, non paga di estendere voracemente la sua influenza in mezza Africa e Sud America, voglia comportarsi in modo analogo in Europa; e consideri l’Italia la breccia possibile.
Non è un mistero che da tempo il Cremlino giochi una partita pesante e spregiudicata sulle crisi politiche interne nei Paesi europei, tutta a suo vantaggio. Per fare un esempio: lo scandalo che nel maggio scorso ha portato alle dimissioni del vice-cancelliere austriaco Heinz-Christian Strache, leader del partito di estrema destra per i legami con oligarchi russi filo-putiniani, è uno ‘sgambetto’ che certo non nasce da una inchiesta giornalistica della ‘Suddeutsche Zeitung’ e di ‘Der Spiegel’. Stesso discorso si può dire per ilMosca-gate’ italiano. La procura di Milano qualche bandolo di questa intricatissima matassa in mano ce l’ha, e prima o poi, labombaè destinata a deflagrare. Forse prima, che poi, se si vuol dar credito ai ‘rumours’ che si possono cogliere nei corridoi di quel palazzo di Giustizia.

Questo per dire che ilpeccatodi Salvini più che l’atteggiamento daCapitan Fracassa’ come tanti gli rimproverano, è l’ingenuità; e in politica si può perdonare quasi tutto, incoerenza compresa; ma l’ingenuità è peccato mortale.

A Napoli hanno coniato un detto: in guerranun ‘a vince chi è chi forte, ‘a vince chi è chiù brav’a aspetta’. Vale anche in politica, ‘arte’ che ha più di un punto in comune con la guerra.

Nell’ambito di questa guerra (che non è finita), al momento Salvini è lo sconfitto. Costretto a scoprire le sue carte, si è scoperto che in mano aveva si e no una coppia…

Chi ha vinto. Per restare nell’ambito italiano, al momento i vincitori sono quattro.
Il primo è il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Da sempre ostile allo scioglimento anticipato delle Camere, ha lavorato di bulino per scongiurare elezioni anticipate; è riuscito ad assicurare una nuova maggioranza, sotto la guida del Presidente del Consiglio uscente: quel Conte nato come ‘re Travicello’, che non si è certo trasformato nellostatistada molti ora descritto (per esserlo ci vuole ben altro, e in Italia pochissimi lo sono stati veramente: Alcide De Gasperi; a tratti Bettino Craxi e Giovanni Spadolini); Conte però è stato abile nello sfruttare occasioni e dominare situazioni, ha saputo farsi forte dell’altrui debolezza. Ha saputo crearsi un’immagine rassicurante; ha buoni rapporti con il Vaticano; non strepita, è sempre composto e sobriamente vestito. E’, insomma, adatto alla sua parte, e ha dimostrato di sapere molto bene quando era opportuno abbandonare un naviglio che faceva acqua; in politica è una dote.

Per tornare a Mattarella: è un democristiano formatosi sotto la scuola di Aldo Moro: un siciliano dai lunghi e significativi silenzi, spezzati da poche, meditate parole; una mitezza tranquilla e rassicurate che cela una volontà di ferro; questa è la sua solidità e forza. Ex ministro e componente della Corte Costituzionale, conosce perfettamente riti, percorsi, liturgie della politica e della scienza giuridica. Non dimentica: sa quando e come presentare i conti.

Stessa scuola Romano Prodi, anche lui ‘figlio’ della Democrazia Cristiana che fu: bonomia emiliana che maschera perfidie e astuzie (politiche, beninteso). A differenza di quel che si poteva credere (e che lui stesso faceva intendere), non è mai davvero uscito di scena. Prodi ha consolidato una ragnatela di conoscenze e relazioni internazionali, che spaziano dagli Stati Uniti alla Cina; da Bruxelles al Vaticano. Non ha mai perso di vista lo scenario italiano, ha svolto per mesi il ruolo di padre nobilee coscienza critica del centro sinistra e del PD. E’ stato il primo a indicare la possibile strada che porta all’alleanza PD-M5S; sotto traccia ha lavorato per questo, con una moral suasion efficace nei confronti di molti esponenti di poteri reali perplessi e dubbiosi.

Tra i vincitori, va annoverato un terzo democristiano. Non è Matteo Renzi, che pure molto strepita, cerca e ottiene discreta visibilità. No, il terzo vincitore si chiama Dario Franceschini. Memore del fatto che il potere, andreottianamente parlando, logora chi non ce l’ha, ha avuto cura di garantirsi un seggio ministeriale. E’ lui che fin dal giugno scorso, raccogliendo e facendo tesoro delle raccomandazioni di Prodi, ha pubblicamente teorizzato la necessità di un’intesa con il movimento di Grillo; un progetto che ha coltivato segretamente da almeno un anno; non ha battuto ciglio di fronte al fiero ‘non se ne parla neppure’ di Renzi che nel giugno scorso ha minacciato sfracelli, fuoco e fiamme; si è pazientemente seduto in riva al fiume, e a luglio ha assistito compiaciuto all’ennesima capriola renziana, che -sceso a più miti consigli- ha rinunciato a fondare un suo partito e convenuto che era inevitabile trovare un’intesa con le truppe di Grillo.

I tre moschettieri erano in realtà quattro. In questo caso, il quarto è il segretario del Partito Democratico Nicola Zingaretti. Non è di scuola democristiana; viene dal Partito Comunista, vi ha militato fin da ragazzo. Nel partito ha scalato, gradino dopo gradino, tutta l’apparato, adattandosi alle varie trasformazioni del partito. E’ un ‘grigio’; c’è chi gli si rimprovera mancanza di carisma; il non essere un oratore che trascina. E’ però come un pugile che paziente, colpo dopo colpo, picchia ai fianchi, e ti toglie il fiato. Un mastino: addenta l’osso, non lo molla finché non è triturato.

Zingaretti ha de-renzizzato il partito. Deve ora de-renzizzare i gruppi parlamentari. Le elezioni anticipate gli avrebbero fatto comodo: lui avrebbe composto le liste, piazzando nei posti migliori i suoi pretoriani. Avrebbe senz’altro conquistato i gruppi parlamentari, ma con la sicura vittoria della Lega avrebbe dimezzato la sua forza parlamentare. Operazione rischiosissima. Pur sostenendo di non aver paura del voto, nei fatti ha lavorato per evitarlo. Ora è al governo: un governo che presumibilmente durerà per l’intera legislatura, perché è anche interesse del Movimento 5 Stelle. Zingaretti avrà tutto il tempo per ‘de-renzizzare’ i gruppi parlamentari, con un lento lavoro di scavo, da talpa qual è. Non vince i cento metri, ma nelle lunghe maratone è imbattibile. Per questo il quarto vero vincitore è lui.

Tutto qui? Sì. Tutto il resto, alla De Gaulle. Si racconta che il generale, mentre discuteva un piano di battaglia, viene interrotto da un ufficiale: «Mais l’intedance, mon gènèral?». E De Gaulle imperturbabile: «L’intendance suivra!» .

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