martedì, Maggio 21

La Caporetto annunciata del PD in Sicilia Renzi: comunque vada non mi dimetto, dice, e ignora il voto siciliano, consegnato a M5S e FI

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E’ sereno, Matteo Renzi. Impegnato nei quotidiani bagni di folla per la promozione del suo libro, mostra un olimpico aplomb nei confronti delle ormai imminenti elezioni amministrative in Sicilia; elezioni che, per il Partito Democratico, si annunciano come una vera e propria Caporetto. «Nessuno», dice Renzi, «può sapere come andrà a finire. Può succedere tutto. Ma io ne resto fuori».

Serenamente, certo: può succedere di tutto; però come probabilmente andrà a finire lo si può immaginare: basta scorrere le paginette di un recentissimo sondaggio condotto da Euromedia. L’istituto demoscopico guidato da Alessandra Ghisleri valuta la coalizione di centro-destra in testa con il 34 per cento; quasi un testa a testa con il Movimento 5 Stelle, che si attesterebbe sul 33 per cento. I candidati della sinistra decisamente fuori gioco: Fabrizio Micari, sostenuto dal PD, si attesta intorno al 16 per cento; Claudio Fava, su cui punta il Movimento dei Progressisti e quel che resta della sinistra a sinistra del PD, raggranella un 9,5 per cento circa. Anche insieme (e le sommatorie in politica non pagano quasi mai), condannati a ineluttabile sconfitta.

Sereno, Renzi nei suoi tour si esibisce su tutto un po’, ispirandosi ai fatti di cronaca e ai tweet che riceve. Eccolo intervenire sugli stupri di Rimini, ma anche sull’immigrazione; sulla scuole e le tasse, la sanità e l’occupazione… assaggi, se si vuole dei temi di quella lunga campagna elettorale che è intenzionato a sviluppare fio a primavera, quado si voterà per le elezioni politiche. Dice di guardare lontano, Renzi; ma intanto ha ben cura di schivare l’appuntamento vicino, le prove generali di quello che potrebbe accadere. «Chi vince in Sicilia, vince nel resto del Paese; e chi viene sconfitto in Sicilia, poi viene sconfitto nel resto d’Italia», dice più di un dirigente del PD. E molti la auspicano, questa Caporetto: una ennesima sconfitta della segreteria Renzi equivale a un ineludibile regolamento di conti.

Si ingrossano le fila degli scontenti: di quanti non condividono questa rincorsa a temi e ‘soluzioni’ che fino a ieri erano appannaggio della sola destra, questo rincorrere e agitare questioni che un tempo si sarebbero bollate come frutto di demagogia e visione autoritaria. Per questioni etiche, se così si può dire; ma anche utilitaristiche: «Tra un centro-destra originale, e una sua imitazione taroccata, è evidente che l’elettore preferirà l’originale», riflettono a mezza voce gli esponenti del PD in rotta di collisione con l’entourage renziano.
Il ‘J’accuse‘ più spietato, in queste ore, viene dal sempre severo Massimo Cacciari: «La politica deve essere razionale, non è fatta per dire alla gente: ‘hai ragione’: non vale ascoltare le domande e ripeterle. Deva dare risposte e indicare prospettive».

Bisogna riconoscerlo: Renzi è riuscito a creare una situazione di guerra di tutti contro tutti che neppure un Massimo D’Alema in piena forma è mai riuscito a creare. Fa anche concorrenza a Maurizio Crozza quando lo imita: a Bologna, quando presenta il suo libro, gli chiedono: «In Sicilia, che si fa?»; e lui: «Non c’è scritto, nel libro» e passa a una domanda successiva.

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