lunedì, Maggio 27

La canapa nella Repubblica Popolare Cinese Espansione industriale, prospettive e regolamentazione in materia di canapa industriale e cannabis

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Difficile trovare divergenze: su circa 30 Stati che coltivano canapa, il primato mondiale per produzione (ettari coltivati, fibra e semi raccolti) ed export spetta alla Cina.  Seguono il Canada, i Paesi UE (42.500 ha in totale, Francia in testa) e le due Coree.

Secondo una stima americana dello scorso anno (Cornell University, NY) alla Cina è riconducibile circa 1/5 della produzione globale, mentre il ‘South China Morning Post’ , citando l’Istituto di Statistica nazionale, afferma che metà dei terreni coltivati a canapa nel mondo si trova nel Paese.

Ettari coltivati a canapa

Secondo i dati riportati (2017) da Ming Yang, Ricercatore dell’Industrial Crops Research Institute di Kunming (Yunnan Academy of Agricultural Sciences), gli ettari destinati alla canapa da fibra sono circa 20.000 ha l’anno (6667 ha nella provincia dello Yunnan), mentre i semi sono raccolti su una superficie coltivata di oltre 60.000 ha l’anno. Si tratta di dati elaborati a seguito di una dettagliata ricerca sul campo. Diversamente le statistiche annuali della FAO (che si basa unicamente su stime ufficiali limitatamente alla produzione di ‘semi’ e ‘stoppe’) indicano un incremento della produzione fino al 2014: 11.979 ha in tutto, di cui 4279 di semi, pari a 11522 t. In diminuzione nel 2015 (semi: 3900 ha per 10232 t), nel 2016 la produzione scende a circa 9000 ha totali: 3724 ha di semi, pari a 9821 t.

Giro di affari

Il boom dell’ ‘oro verde’, che per i coltivatori ha un rendimento medio pari a 1300 euro/ha, promette – secondo le previsioni dell’ Hemp Investment Group – un giro di affari di circa 13 miliardi di euro nel quinquennio 2017-2022.

Per il solo mercato dei derivati contenenti cannabidiolo (CBD) gli analisti di Brightfield parlano di introiti da miliardi di dollari a partire dal 2020.

Sistema industriale

Canapicoltura

La filiera cinese comprende coltivazioni autorizzate in due aree ben distinte geograficamente e climaticamente: nella Regione settentrionale di Heilongjiang vicino al confine con la Russia, e nella Provincia sud-occidentale dello Yunnan.

In base all’analisi di Ming Yang, il rendimento medio, almeno 3 volte superiore al mais (circa 1300 euro/ha), ha portato a privilegiare la canapa anche rispetto alla coltivazione del lino. I prodotti, che secondo lo standard internazionale devono rispettare la soglia dello 0,3% di THC, conoscono diverse destinazioni: la fibra va agli stabilimenti tessili, alla produzione di carta e alle industrie di imballaggi e imbottiture; i semi, con una percentuale minima di CBD superiore allo 0,5%, sono destinati alla produzione di farina, olii alimentari, snack e bevande, mentre le foglie superiori sono selezionate per l’industria farmaceutica.

La canapa industriale cinese, Yunma, comprende 7 varietà, con differenti stadi di maturazione, 4 delle quali , per ragioni climatiche e di terreno, possono essere coltivate con successo solo nel Sud del Paese.  La ‘Yunma 7’, oltre a produrre una fibra di elevata qualità, presenta la più alta percentuale di CBD (0,9%; THC allo 0,18%). In termini di prodotto, la fibra rende mediamente 1,5t /ha (circa 2910 euro in entrata) e i semi 600 kg/ha (1165 euro). Il rendimento medio del CBD in cristalli (puro oltre il 90%, varietà ‘Yunma 7’) nel 2016 era di 10 t/anno per 3 realtà aziendali; mentre nel 2017 (anno in corso) si è registrata una produzione di 3 t da parte di una sola azienda (varietà ‘Yunma 1’, con CBD allo 0,4%).

Sistema commerciale

 In base ai dati offerti dall’Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale (WIPO), nel 2014  The Independent’ riportava che 309 dei 606 brevetti relativi alla lavorazione della cannabis interessano la produzione cinese. In base ai dati aggregati dell’Organizzazione, di fronte a un’economia cinese in trasformazione accelerata, il commercio di prodotti brevettati a base di cannabis ne costituisce un buon indicatore.

Per la fibra, tra le compagnie citiamo China Hemp Industrial Investment and Holding, ma anche Shanxi Greenland Textile, che esporta in USA, Gran Bretagna, America Latina, Medio Oriente, o la più piccola Shengyang Benijiang, che ha sede nella contea di Xunke (Heilongjiang) e produce tessuti di altissima qualità.

L’attività a 360 gradi dell’Hemp Investment Group (HMI Group, fondata nel 2001) va dall’impegno nella ricerca per la creazione di nuove tecnologie (nei settori tessile, energetico, edile, automobilistico) e di una riserva nazionale di germoplasma, alla produzione e commercio nei settori bio-farmaceutico, bio-alimentare, cosmetico. In particolare, con la società affiliata Hanyi Bio-technology, HMI collabora allo sviluppo di una piattaforma farmacologica capace di integrare alla ricerca scientifica il know how derivante dalla medicina tradizionale (ad esempio, le proprietà della ‘tintura di cannabis’ contro l’epilessia) e funzionale alla terapia del dolore mediante impiego di farmaci alternativi alla morfina e ad altri oppioidi. Un’altra società parte del Gruppo, la Yunnan Hansu Bio-technology, ha installato a Kunming il primo impianto di estrazione industriale a livello nazionale, dopo avere ottenuto la licenza per la lavorazione dell’infiorescenza e delle foglie e la separazione, mediante cristallizzazione, del cannabidiolo. Le tecnologie impiegate sono sperimentate anche negli USA (Carlisle County, Kentucky) grazie a un progetto per l’estrazione di CBD avviato in partenariato con American Kings Royal Biotech e ZRGY Investment Group (con Yunnan Hansu titolare al 35%). A Las Vegas (Nevada, che nel 2017 ha legalizzato il consumo ricreativo di cannabis), HMI ha il suo distributore autorizzato: Cannamaster si occupa di promuovere la vendita di prodotti a base di CBD, sviluppando una rete di clienti oltreoceano e consolidando l’intesa commerciale tra Cina e USA in questo mercato nascente.

Tra le aziende che operano ad ampio raggio nella trasformazione della canapa, citiamo Yunnan Industrial Hemp, che ha una licenza a  una rete nazionale di 27 punti vendita e nel 2011 ha firmato un’intesa di cooperazione con l’australiana Biofiba per la fornitura di materia prima destinata alla bioedilizia (fibre per pannelli isolanti o assorbenti; canapulo per le costruzioni) o al trasporto merci (bancali eco-friendly); nel luglio 2017 l’azienda ha firmato una joint venture con l’americana Podwerks per l’esportazione di semi e prodotti contenenti CBD (germogli di cannabis, estratti o altri prodotti lavorarti) da promuovere negli Stati Uniti, con un giro di vendite previste superiore ai 2 miliardi di dollari nel 2020.

Nella stessa direzione e guardando alle proiezioni del mercato dei fito-prodotti a base di CBD, la compagnia Chinese Investors promuove – dal 2011 – lo sviluppo e la distribuzione di prodotti destinati al mercato farmaceutico e nel dicembre 2016 ha concluso un accordo di fornitura all’ingrosso. I principali Paesi interessati sono USA e Canada, con una capitalizzazione di mercato pari a 8,4 milioni di dollari e 7,7 di dollari di azioni in circolazione (dati registrati ad aprile 2017).

In Cina, i prodotti brevettati per l’ uso erboristico – ‘terapeutico’ della cannabis (suggeriti, ad esempio, per rinforzare il sistema immunitario o per curare l’ulcera) a base di semi, pomate o estratti, sono variamente diffusi (a livello locale o nazionale) e costituiscono un esempio significativo di incontro tra mercato e medicina tradizionale.

Il commercio di cannabis a uso ‘ricreativo’ è totalmente vietato.

Tessuto sociale

La cannabis sativa cinese conta oltre 30 denominazioni locali (‘canapa-fiamma’, ‘canapa-spago’, ‘canapa-fredda’, ‘canapa-gialla’, ‘canapa-rugiada’, ecc.). La Cina, afferma uno studio di etnobotanica pubblicato nel 2017 a cura del NISCAIR (New Delhi), oltre a essere uno degli habitat naturali della canapa, è stata anche il primo Paese a coltivarla e utilizzarla circa 10-12 secoli fa. Nei tempi antichi (si sono trovate tracce evidenti del suo impiego presso la Dinastia Shiang, la cui fondazione risale al 1600 a.C.), la canapa trovava già impiego nei tessuti, nell’alimentazione, nella produzione di carta e – nel caso delle foglie – di medicamenti.

Dopo essere diventata Repubblica Popolare (1949), la Cina avvia una politica fortemente repressiva verso una pianta considerata come sostanza illecita: commerciare, produrre, possedere o anche consumare cannabis costituiscono condotte severamente vietate e passibili, oltre una certa misura (5 kg di foglie trattate, 10 di resina e 150 di foglie non trattate), di pena capitale. Il controllo è stretto specie là dove si registra un alto consumo di droghe, come nella Regione autonoma dello Xinjiang. Il Governo, tuttavia, si mostra più permissivo con le necessità di sostentamento dei coltivatori di canapa. Nel 1979 la Guerra sino-vietnamita rappresenta un fattore di spinta a incrementare la ricerca sullo sviluppo di prodotti derivati e materiali: il personale militare aveva bisogno di tessuti anti-batteri e in grado di garantire la traspirazione. Altre ricerche, sono indirizzate verso le proprietà terapeutiche della pianta.

Attualmente, gli oltre 600 brevetti rilasciati a livello nazionale hanno destato la preoccupazione delle industrie farmaceutiche occidentali: le imprese cinesi potrebbero trarre vantaggi dai brevetti ottenuti, limitando il loro raggio di azione. Questo processo è descritto da Luc Duchesne (InvestorIntel) come una «occidentalizzazione della medicina tradizionale cinese a scopo commerciale» attraverso la scienza e l’industria farmaceutica. I cinesi trarrebbero vantaggio dalle conoscenze sviluppate in quell’ambito (approccio olistico) per proporsi come fornitori globali di farmaci a base di cannabis. In altri termini, la competizione tra un preparato cinese a base di cannabis e, poniamo, un prodotto occidentale contenente terpeni isolati e una data percentuale di CBD, ha anche una connotazione culturale.

Con la regolamentazione, ancorché parziale, delle licenze e l’andamento positivo della domanda, per diversi coltivatori la canapa costituisce oggi la principale fonte di reddito.  Gli istituti di ricerca sono finanziati dal Governo per implementarne l’utilizzo nel settore militare e sviluppare nuove expertise sia in ambito agrario che chimico-farmaceutico. Lo sviluppo di specie ibride ha portato alla loro diffusione a diverse latitudini regionali, comprese le aree a clima freddo del Nordest, al confine con il Deserto di Gobi.

Nondimeno, queste coltivazioni interessano sia il commercio lecito sia il mercato della droga, come ha potuto constatare il Ministero della Sanità nel 2014, relativamente a una serie di piantagioni di canapa e marijuana (nello Jilin e nella regione autonoma della Inner Mongolia).

Nel 2016 il Governo ha evitato di emanare regolamenti che avrebbero sanzionato pesantemente gli agricoltori, al fine di evitare una mobilitazione generale. Come ha riferito Yang Ming a Stephen Chen, giornalista del South China Morning Post, sono moltissime le situazioni non autorizzate dalla legge vigente: «Grandi numeri, che lo Stato non può rivelare».

La percezione ufficiale, soprattutto con la legalizzazione di prodotti a base di CBD, è cambiata, non tanto in termini di lotta alla droga – come è accaduto, nel 1998, con la campagna anti-marijuana promossa dalle autorità centrali nello Yunnan –  ma rispetto alle potenzialità riconosciute alla cannabis nel trattamento di malattie gravi (negli ultimi anni sono stati diagnosticati disturbi epilettici a quasi 10 milioni di persone) e dolori oncologici.

In questo scenario fortemente variegato, con il mercato dell’export in piena espansione, la tradizione medica cinese fa la sua parte, anche se non si traduce – almeno, nel discorso ufficiale – in prerogative di autoctonia o, comunque, legate a particolari ‘comunità’. Nel dicembre 2016, a Ginevra, in occasione della 32° Sessione della Commissione intergovernativa sulla Proprietà intellettuale, le risorse genetiche, e le conoscenze tradizionali (organizzata dalla WIPO), il rappresentante per la Cina si è espresso così in tema di le consuetudini locali:

«Alcuni Paesi possono non fare coincidere i saperi tradizionali con le comunità ovvero non hanno, al loro interno, alcuna ‘comunità indigena’. Tali Paesi hanno comunque un proprio patrimonio culturale, che merita di essere tutelato. Il problema si può risolvere adottando la categoria di ‘Stato’ o ‘Nazione’. Ciò non significa in nessun modo osteggiare altri Stati nel riconoscimento di gruppi indigeni entro il loro territorio e dei loro diritti».

Normativa di riferimento

Normativa internazionale

Convenzione ONU sulle sostanze psicotrope – 1971 (ratificata dalla Cina nel 1985)

Normativa nazionale

Public Security Administration Punishments (Legge in materia di pubblica sicurezza 2005)

Legge antidroga della Repubblica Popolare – 2007 (in vigore dal 1 giugno 2008)

  • YUNNAN DEPARTMENT OF AGRICULTURE: Rules Pertaining to the Administration and Enforcement of the Industrial Hemp Regulatory Program Act – 2010 – Valido a livello territoriale.

L’ordinamento cinese

Dal punto di vista penalistico, lo Stato non fa sconti nel considerare la cannabis, sostanza psicotropa e, pertanto, illecita, al pari di altre droghe ‘pesanti’. La legge del 2007 punisce la tratta, la vendita, il trasporto della sostanza (compresi i semi), il possesso e la coltivazione illegali di droga, le attività che ne favoriscano la vendita o il consumo o altrimenti correlate ad essi (Art. 59). Le pene sono severe e per una condanna per traffico di stupefacenti – fattispecie che l’Emendamento VIII del 1997 non ha depenalizzato – può essere richiesta la pena capitale, tuttora in vigore nella Repubblica.

Per il consumo di pochi grammi di marijuana, piuttosto diffuso tra i giovani (soprattutto dal 2013-2015), si può incorrere in una sanzione detentiva da 10 a 15 giorni e in una multa di circa 260 euro.

Dal 2003 la produzione di canapa è stata disciplinata, ma a livello territoriale: manca tuttora una legge nazionale che regoli la canapicoltura nell’intero Paese, nelle sue due principali destinazioni (canapa industriale, cannabis a uso terapeutico). Nel 2010, lo Yunnan ha beneficiato del primo regolamento a base provinciale, mentre attualmente le licenze sono legalmente autorizzate (con licenza concessa dal Narcotic Bureau) come si è visto, anche nella Regione dell’Heilongjiang.

Gli agricoltori senza licenza operano anche fuori da queste regioni, piantando varietà di canapa con percentuali di THC superiori al limite internazionale dello 0.3%, con tutte le conseguenze di natura legale e sociale relative alla produzione e al consumo di sostanze psicotrope.

 

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