venerdì, Novembre 15

La canapa nella legiglazione del Brasile La legge della Repubblica Federale in materia di cannabis

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Posizione Paese, sistema industriale e commercio

Attualmente, per ragioni di politica interna e una scarsa attrazione verso gli investitori (nazionali e internazionali), non esistono, in Brasile, una produzione e un mercato della canapa industriale né per ora, della cannabis terapeutica, benché i prodotti contenenti CBD e altri derivati della pianta facciano parte della lista ufficiale dei farmaci. Dall’inizio del 2017, l’azienda farmaceutica Beaufour Pharmacêutica di São Paulo (Gruppo Ibsen) è titolare della licenza per la distribuzione del Mevatyl (Sativex) in tutto il Paese.

Tessuto sociale

Dai tempi della colonizzazione portoghese fino ai primi anni del Novecento, la canapa era coltivata in diverse zone del Brasile per ottenere fibre destinate all’industria tessile. Un esempio di iniziativa avviata dall’Autorità imperiale è offerto dalle ‘Reais Feitorias do Linho Câhnamo’, avamposti commerciali attivi tra la seconda metà del Secolo XVIII e la prima del Secolo XIX, che sfruttavano il lavoro degli schiavi per produrre lino e canapa, materia prima per i cordami e le vele della Marina. L’industria canapiera avrebbe prosperato nei decenni successivi, in particolare negli anni ’70 dell’Ottocento.

Peraltro, negli stessi decenni, il possesso e la vendita di ‘pito de pango’ (cannabis) da fumare fu vietato da diversi Consigli municipali tra il 1830 (Rio de Janeiro) e il 1886 (São Luis), con pene che variavano da una sanzione pecuniaria per i liberi cittadini a 4 giorni di prigionia per gli schiavi, ritenuti i principali responsabili dell’importazione della pianta (nota anche come ‘fumo de Angola’) dall’Africa. In Brasile, l’associazione automatica tra l’Africa, la ‘marginalità’ sociale dei consumatori e l’attitudine a commettere reati ha assistito il discorso sulla cannabis in senso nazionalista (‘bianco’) e le future politiche repressive inerenti al consumo di sostanze stupefacenti.

L’utilizzo della canapa/cannabis a fini curativi e alimentari (l’olio era impiegato anche per l’illuminazione) è rimasto socialmente diffuso, specie nei contesti rurali a conduzione familiare esistenti a margine di vaste aree dominate dal latifondo, almeno fino al divieto legale del 1938.

La regione arida del Sertão, l’immenso entroterra brasiliano che interessa il territorio di 8 Stati e l’area settentrionale dello Stato del Minas Gerais, è lo scenario delle attività illecite condotte nel cosiddetto ‘Poligono della siccità’. Tuttora molti piccoli coltivatori sono vittima dei trafficanti di droga, con l’obbligo di coltivare cannabis per il mercato nero. A metà degli anni ’90 il Brasile era già considerato un ‘corridoio’ privilegiato per la cocaina – uno status recentemente confermato dalle Nazioni Unite –  e altre droghe, compresa la marijuana (12 t sequestrate nel 1995 dalla Polizia federale). Attualmente, una delle reti più potenti del traffico è rappresentata dal ‘Primeiro Comando da Capital’ (PCC), che controlla l’export di cocaina, cannabis e metanfetamine in Europa, Africa e Asia. La produzione dimaconha’ (termine brasiliano per designare la cannabis) nel Nordest del Paese copre circa il 40% del mercato nazionale, secondo il sociologo Paulo Fraga, dell’Università federale di Juiz de Fora (nel Minas Gerais – la stima è del 2015). Per 1 kg di prodotto, il guadagno di un agricoltore oscilla tra i 150 e i 200 reali (circa 30-45 euro), mentre nelle città la stessa quantità è venduta a un prezzo base di 600-1000 reali (circa 140-230 euro). Il Governo porta avanti laguerra alle droghe’ in nome della Salute pubblica e dei buoni rapporti diplomatici e commerciali con gli Stati Uniti, bruciando ogni anno ettari di coltivazioni di cannabis e sequestrando tonnellate di prodotto.

La perdurante assenza di una disciplina sulla canapa industriale impedisce lo sviluppo della coltura e il ritorno economico che potrebbe derivare ai coltivatori come alternativa alla cannabis illegale o alle criticità generate (in termini di uso dei pesticidi e controllo dei brevetti) dagli OGM, di cui il Brasile è il secondo produttore mondiale. Nonostante le resistenze incontrate negli ultimi venti anni (citiamo, nel 1997, il diniego di autorizzazione al Laboratorio farmaceutico dello Stato di Pernambuco per una ricerca sugli effetti dei farmaci a base di cannabis), a partire dal 2014 si è assistito a una progressiva apertura da parte delle istituzioni. Oltre a una regolamentazione che renda l’uso al farmaco ‘non eccezionale’, ossia soggetto a condizioni meno ristrette di quelle dettate dalla normativa federale sulle droghe e dalle Convenzioni internazionali (alle quali il Brasile è vincolato dalla ratifica), l’importazione e il costo dei prodotti rappresentano un ulteriore freno all’accesso ai farmaci da parte dei pazienti. Anche qui, un intervento legislativo potrebbe temperare le attuali asimmetrie.

Normativa di riferimento

Diritto internazionale

Convenzione Unica delle Nazioni Unite sugli stupefacenti – 1961 (ratificata il 18 giugno 1964) e relativo Protocollo – 1972 (ratificato il 16 maggio 1973 – eccetto emendamenti all’Art. 1, par. 4 della Convenzione del 1961 disposti dall’Art)

Convenzione ONU sulle sostanze psicotrope – 1971 (ratificata il 14 febbraio 1973)

Convenzione ONU contro il traffico illecito di stupefacenti e di sostanze psicotrope – 1988 (ratificata il 17 luglio 1991)

Diritto interno

Legge sulle droghe – 2006 (n. 11.343, 23 agosto)

Ordinanza del Ministero della Sanità – 1998 (n. 344, 12 maggio – Regolamento sulle sostanze e i farmaci soggetti a speciale controllo – 2016: inclusione nella lista A3 di derivati di cannabis)

L’ordinamento del Brasile

Aspetti penalistici

Poco dopo laRivoluzione costituzionalista’ (1932), che oppose i paulisti al Presidente Gétulio Vargas, il Governo federale classificò la cannabis «sostanza narcotica», vietandone il commercio e la coltivazione nel 1936 e creando, indirettamente, le premesse favorevoli al successivo controllo del mercato illecito della cannabis da parte dei gruppi criminali organizzati nell’hinterland del Paese.

Con la ratifica delle Convenzioni internazionali sugli stupefacenti, a partire dalla metà egli anni ’60 il Brasile mantiene il divieto su canapa da fibra e cannabis, considerate alla stessa stregua (la cannabis e i suoi derivati è una «droga pericolosa» capace di «creare dipendenza») in base alla classificazione riportata della Tabella I della Convenzione Unica del 1961. La disciplina internazionale, integrata dal Protocollo del 1972 e dalle due Convenzioni del 1971 e del 1988, pone forti limiti all’uso di cannabis e derivati contenenti THC, a fini medico-terapeutici o di ricerca scientifica.

In contrasto con la normativa repressiva del 1990, che includeva i reati di droga tra i «crimini efferati» – sic -, la Legge del 2006 subentra alla Legge n. 9714/1998 (la prima a considerare una depenalizzazione del consumo, ancorché limitata) creando una importante distinzione fra trafficanti (secondo l’Art. 33, passibili di una condanna a pena detentiva da 5 a 15 anni) e consumatori di stupefacenti. Il consumo personale – anche ripetuto – è ora depenalizzato con la previsione di misure alternative alla detenzione (Art. 28). All’Art. 4 la legge prevede la necessità di un approccio multi-orientato verso la condotta, centrato sul rispetto della differenza e dei diritti della persona. Inoltre, all’Art. 19, dispone una serie di linee-guida a fini preventivi e di ‘riduzione del danno’.

Cannabis medica

All’inizio del 2015 XX l’Agenzia federale di Sorveglianza della Saute pubblica (ANVISA) ha riclassificato il CBD come prodotto legalmente ammissibile per l’uso medico-terapeutico approvando all’unanimità, l’anno successivo, l’inclusione di derivati della cannabis nella lista A3 dei farmaci soggetti a controllo speciale (Regolamento approvato con Ordinanza ministeriale del 1998). Nel gennaio 2017, l’Agenzia ha rilasciato la prima licenza per la fornitura a livello nazionale di un farmaco a base di cannabis (THC e CBD) regolarmente registrato: il Mevatyl – nome alternativo per il Sativex – destinato al trattamento della spasticità da moderata a grave, correlata alla sclerosi multipla. La cannabis è, successivamente, entrata a far parte della lista ufficiale dei farmaci insieme a 18 ulteriori sostanze, pur restando fermi i vincoli sull’importazione di prodotti a base di CBD e altri derivati della pianta.

Con una nota tecnica pubblicata nel luglio dello stesso anno, ANVISA ha esplicitamente espresso il suo favore ai trattamenti a base di cannabis, che sono limitati alla cornice legislativa vigente nel Paese – speciali autorizzazioni a fini terapeutici di ricerca -, che ha portato alla registrazione del Mevatyl. Allo scopo di creare una quadro più adeguato, è stato creato un gruppo di lavoro con altri Paesi per condividere informazioni e conoscenze relative a contesti nei quali il ricorso medico alla cannabis è già oggetto di leggi specifiche.

In sede legislativa, sulla scia di una proposta di legge  avanzata nel 2014, con un’opinione pubblica favorevole al 57%, il Senato federale ha posto in agenda la redazione di un testo che regoli la produzione e al consumo di cannabis medica, respingendo gli aspetti inerenti alla legalizzazione dell’uso ricreativo.

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