martedì, Marzo 26

La Cambogia al voto tra presente ingessato e futuro incerto

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Bangkok – Nel rush finale pre-elettorale, fiumi di sostenitori politici di vari fronti hanno affollato vie e piazze della Capitale Phnom Penh e dei principali centri urbani nel Paese. Carovane di camion colorati, bandiere svolazzanti e linguaggio certo non sempre improntato al fair play. Ma l’occasione è importante e tanto attesa.

L’intera Cambogia sente di essere ad una svolta importante, al di là dello spirito di competizione nell’agone elettorale e politico della Nazione. In questo caso – più che mai – contarsi significa anche decidere chi prenderà in mano le sorti della Cambogia e la disegnerà in un verso o nell’altro in un futuro prossimo che si fa carico di tanti dubbi, al cospetto delle attese internazionali verso un Paese che tutti vedono (o desiderano immaginare) essere sulla soglia di uno sviluppo sociale ed economico impetuoso.

La data dell’incontro colorato e tumultuoso è stata venerdì 2 giugno, due giorni prima delle elezioni regionali dove si tasterà il polso ai desideri dell’opposizione cambogiana che intende porre fine al Governo continuativo di Hun Sen che dura già da 32 anni.

Il voto di domenica 4 giugno ha riguardato 1.600 comuni, villaggi e giunge dopo mesi di tensione politica in una Democrazia alquanto fragile dove lo stesso Hun Sen è accusato di aver aggredito l’opposizione ed il dissenso, dopo esser stato vicino alla sconfitta nell’ultima verifica elettorale nel 2013. La speranza delle opposizioni è alimentata dal grande senso di frustrazione che serpeggia da lungo tempo in particolar modo nelle fasce giovanili che sentono di non potersi esprimere e di non avere alcuna voce in una Nazione che tutti nel Mondo ritengono ‘giovane’ e sul punto di vivere un boom economico.

Dal loro punto di vista, Hun Sen è visto un po’ come il totem negativo di tutta questa frustrazione, personalizzando lo scontro politico e restringendo il dibattito polarizzandolo contro o a favore, a fronte di un periodo ultra-trentennale dove Hun Sen continua ad auto-perpetuarsi. In realtà, il discorso potrebbe essere più complesso. Alcuni analisti con maggior franchezza si chiedono se lo stesso Hun Sen, invece di essere solo totem negativo agli occhi dei giovani, non sia piuttosto l’espressione della Cambogia più ‘vera’, forse refrattaria allo sviluppo del Paese, se quello sviluppo significa annacquare le proprie radici e perdersi in una nullità del melting pot economico-finanziario globale. Insomma, una Cambogia che non è disposta a mettere in gioco il proprio passato (anche quello duro e drammatico) per un hamburger ed un computer portatile o un telefonino d’ultima generazione.

Hun Sen in persona questa volta, a differenza del suo stile personale per il quale ha sempre evitato i dibattiti pubblici e si è tenuto in disparte nelle campagne politiche a suo favore, è sceso in campo e si è messo alla guida della ‘gioiosa macchina’ partitica e politica che si muove all’ombra del suo nome. E così, stavolta il suo volto campeggia nei manifesti, nei camion colorati e nelle parate chiassose e rumorose che hanno attraversato la Capitale venerdì 2 giugno. Un qualcosa di alquanto inatteso per il modo di fare solito di Hun Sen e dei suoi diretti sostenitori.

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