lunedì, Giugno 1

La bugia di Trump sul petrolio e sull’Iran L’America non ha bisogno del petrolio, dice Trump, quel che non dice è che l’America non può permettersi di lasciarsi sfuggire il controllo del petrolio del Golfo

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«L’America non ha bisogno del petrolio in Medio Oriente» perchè «ha raggiunto l’indipendenza energetica», così il Presidente Donald Trump nell’attesissimo discorso del dopo avvio dell’Operazione …. da parte dell’Iran, con l’attacco a …. Più che una bugia è una mezza verità, la verità tutta intera sta nel non detto. Non ha bisogno -l’America- del petrolio dell’Iran, dice Trump, e aggiunge che i Paesi europei devono decidersi ad «abbandonare quello che resta» dell’accordo sul nucleare iraniano, assicurando che lui vuole un «accordo con l’Iran che renda il mondo un posto più sicuro e più pacifico». Terzo e ultimo punto: «Chiederò alla Nato di essere più coinvolta nel processo mediorientale», per mettere in sicurezza il Golfo. Dunque Trump vuole spazzare via le ‘illazioni’ che dietro al suo attacco all’Iran ci sia il petrolio, e concentra tutta l’attenzione di chi lo ascolta sulla pace, la sicurezza e dunque un nuovo accordo sul nucleare.

Gli europei, sostengono alcuni analisti, devono chiedersi finalmente se davvero la questione nucleare sia quella decisiva nella regione o «se gli europei non hanno sempre riposto la loro fiducia nel cavallo sbagliato e, a causa della loro impotenza, hanno posto questa iniziativa diplomatica al centro delle loro attività», dimenticando «che c’è una guerra molto dura nella regione per il potere egemonico, cioè per il dominio iraniano nella regione».

Gli accadimenti di questi primi giorni del 2020 dovrebbero finalmente far dire ai Governi europei e non solo che non il nucleare iraniano, e dunque non l’accordo del 2015, è il nocciolo della questione, quello è stato utilizzato da Trump così come dall’Europa come paravento, il nocciolo della questione è il controllo dell’area e delle risorse dell’area, il petrolio, il gas, insomma, le risorse energetiche. Iran, Turchia, Arabia Saudita da anni combattono la guerra diplomatica (e a tratti non solo) per il controllo di quell’area. Gli USA per quanto non abbiano, come la gran parte degli analisti ritiene, una strategia chiara sul Medio Oriente, non possono permettersi di lasciarsi sfuggire il controllo del petrolio del Golfo.

I termini della questione vera, e dunque la ‘bugia’ di Trump, è spiegata molto bene in un recente reportdel Center for Strategic and International Studies (CSIS) che mostra come gli Stati Uniti abbiano ancora interessi vitali nella regione del Golfo, delineando i vantaggi di tale presenza stabile nel Golfo sia dal punto di vista strategico che economico, e mostra come l’impegno degli USA nella regione si inserisca nel contesto di impegni militari e di bilancio più ampi.

Il petrolio e il gas del Golfo sono fondamentali per i principali partner commerciali statunitensi, dal Giappone (che, passato quasi inosservato in questi giorni di bailamme ha inviato una nave militare e due aerei da ricognizione nel Golfo per garantire la sicurezza delle navi commerciali nella regione, e il premier Shinzo Abe ha dichiarato che Tokyo invierà personale delle forze di autodifesa per garantire la sicurezza della navigazione in queste aree), alla Corea del Sud, a Cina, Vietnam, Taiwan e India.

Il flusso costante di petrolio e gas dal Golfo è fondamentale per l’economia e l’occupazione degli Stati Uniti. Trump, per altro, sta puntando tutta la sua campagna elettorale per le presidenziali di novembre proprio sull’economia, un shock petrolifero farebbe impennare i prezzi delle merce importate, il che non sarebbe bene ai suoi grandi elettori, sia quelli che dipendono dalle importazioni, sia gli esportatori.

6 dei 15 principali importatori statunitensi, si legge nel report di CSIS, provengono da Stati asiatici dipendenti dal petrolio e dal gas del Golfo, si tratta di Cina, Giappone, Corea del Sud, Hong Kong, Singapore, Taiwan. E 6 dei 15 principali esportatori negli USA provengono da Stati asiatici dipendenti dal petrolio e dal gas del Golfo, sono Cina, Giappone, Corea del Sud, Hong Kong, Singapore, Taiwan.

La dipendenza dalle importazioni dai produttori asiatici è molto più elevata della dipendenza dalle importazioni di petrolio degli anni in cui gli USA dipendevano dalle importazioni petrolifere. La CIA, prosegue il report del CSIS, stima le importazioni totali degli Stati Uniti pari a 2,631 trilioni di dollari nel 2017, ovvero il 13,5% del PIL. Il 41% proveniva da Paesi asiatici dipendenti dal petrolio del Golfo. (dati emessi nel luglio 2018.)

Una grave crisi petrolifera aumenterebbe i prezzi dei prodotti importati degli Stati Uniti, tanto da poter danneggiare gravemente l’economia del Paese, in primis i danni si vedrebbero in termini di posti di lavoro e investimenti.

Garantire il petrolio del Golfo offre agli Stati Uniti importanti vantaggi strategici nel trattare con una Russia che dipende in modo critico dalle esportazioni di petrolio e gas e una Cina che dipende fortemente dalle importazioni di petrolio.Si consideri che la Cina sta già creando vie alternative nell’Oceano Indiano e ha una nuova base militare e un porto a Gibuti. Mentre la Russia sta attivamente cercando di espandere la propria influenza sulla produzione di petrolio del Golfo (la guerra per il potere egemonico dell’area della quale si diceva sopra), sforzandosi di mantenere alti i prezzi del greggio.

Secondo CSIS, poi, la perdita da parte degli USAdelle basi, e dunque della presenza nel Golfo,avrebbe un impatto strategico molto critico, isolerebbe gli Stati Uniti da una parte fondamentale del mondo islamico e tenderebbe a isolare Israele. Non solo: significherebbe anche ridurre drasticamente la capacità degli Stati Uniti di influenzare -economicamente e politicamente- l’area.

Il presidio del Golfo per gli Stati Uniti è una leva strategica sia nei confronti dell’area asiatica (Cina, India, Sud-est asiatico), ma anche sul fronte della penisola arabica. L’Arabia Saudita, grande alleata di Trump, potrebbe volgere lo sguardo verso la Russia, con la qual già collabora in ambito OPEC.

Insomma, evidenzia bene, con dati alla mano, CSIS, gli USA di Trump non possono rinunciare al Golfo e al petrolio.

Così tutti i tasselli vanno apposto. Si capisce bene l’utilità di distrarre l’attenzione dirottandola sull’accordo sul nucleare iraniano, come la volontà ostinata di Trump di umiliare e sfibrare-economicamente e politicamente- l’Iran per condurlo a una trattativa sul nucleare, che in realtà mira esclusivamente a depotenziare un avversario nella lotta per il controllo del Golfo. E si capisce bene l’utilità, anzi, la necessità, di una NATO impegnata nel Golfo, se non fosse che ben pochi membri NATO sono davvero interessati a .impegnarsi a difendere il posizionamento USA nell’area. A partire dalla Turchia, concentrata negli affari energetici con la Russia, in casa (è di ieri l’inaugurazione di TurkStream, gasdotto costituito da due linee con una capacita’ di 15,75 miliardi di metri cubi di gas all’anno per spedire gas russo ai consumatori turchi e a quelli dei Paesi dell’Europa meridionale e sud-orientale), e fuori, a partire dalla Libia, dove Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan lavorano per la spartizione del petrolio libico, buttando fuori dal mercato l’Europa, a partire da Francia e Italia.

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