mercoledì, Marzo 20

La bolla del debito Usa è pronta ad esplodere? Sul futuro economico del Paese gravano pesanti incognite

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Da quanto Donald Trump ha sollevato per la prima volta critiche nei confronti della ‘normalizzazione monetaria’ varata dal governatore della Federal Reserve Jerome Powell, il confronto tra la Casa Bianca e la Banca Centrale Usa non ha fatto altro che intensificarsi. Lo scorso 11 ottobre, il tycoon newyorkese è arrivato a sostenere che, a suo parere, i gestori della politica monetaria del Paese fossero impazziti, premurandosi tuttavia di chiarire che «non licenzierò Jerome Powell, ma sono comunque deluso». Fatto sta che, per quanto pungenti, le stilettate inferte dal presidente al comitato direttivo della Fed non hanno prodotto alcuna modifica sulla politica monetaria portata avanti dalla Banca Centrale.

Le invettive di Trump scaturiscono dal timore che un aumento eccessivo e troppo rapido dei tassi di interesse possa provocare un vero e proprio terremoto finanziario, destinato a oltrepassare i confini degli Stati Uniti per irradiarsi su scala planetaria. Il rialzo deciso dalla Fed dopo un decennio di tassi a zero si è infatti accompagnato alla liquidazione di Treasury Bond (T-Bond) e altri tipi di titoli di cui la stessa Banca Centrale aveva fatto incetta a partire dal 2008 nell’ambito dei programmi di Quantitative Easing (Qe). Con la stretta creditizia, varata attraverso l’inversione del Qe – il cosiddetto Quantiative Tightening (Qt) – si è automaticamente ridotto il credito bancario disponibile, mentre il livello di remunerazione garantito dai titoli obbligazionari saliva in parallelo alla riduzione del loro prezzo di vendita. Ciò ha prodotto due effetti immediati.

Da un lato, la combinazione tra aumento dei tassi da parte della Fed e smobilitazione delle sue riserve di T-Bond accumulate attraverso il Qe ha provocato una carenza di dollari di cui hanno risentito in primis i mercati emergenti – come la Turchia, l’Argentina e l’Indonesia – che per frenare la fuga di capitali innescata dalla politica restrittiva della Federal Reserve si sono visti costretti a ‘dissanguarsi’ innalzando a loro volta i tassi di interesse. In precedenza, questi Paesi, bisognosi di attrarre denaro per soddisfare i criteri del ‘Washington consensus’, erano stati letteralmente sommersi dai capitali stranieri come conseguenza della politica monetaria espansiva condotta dalla Federal Reserve.

Allo stesso tempo, la ritrovata attrattività dei T-Bond, dovuta al rialzo dei tassi, ha provocato un massiccio trasferimento di capitali dai mercati azionari a quelli obbligazionari, ponendo le basi per un colossale crisi borsistica. Non va infatti dimenticato che, grazie al fiume di liquidità reso disponibile dai programmi di Qe, l’indice Standard & Poor’s 500 ha registrato una crescita superiore al 350 % a partire dal settembre 2008 (crack di Lehman Brothers). Il medesimo discorso può essere esteso al Dow Jones e al Nasdaq. La crescita esorbitante realizzata dai tre principali indici di Wall Street nell’arco del passato decennio rischia quindi di essere spazzata via dagli effetti generati dalla stretta creditizia varata dalla Federal Reserve.

A ciò va sommato il forte incremento del deficit federale, imputabile alla combinazione tra l’aumento delle spese militari e gli effetti diretti dell’entrata in vigore del Tax Cuts and Jobs Act, la radicale riforma fiscale elaborata dall’amministrazione Trump è infatti all’origine della caduta delle entrate tributarie, a cui il Dipartimento del Tesoro ha deciso di ovviare moltiplicando le emissioni di T-Bond. Ciò non potrà che provocare un forte aumento degli oneri sul debito, che coniugandosi con gli effetti della guerra commerciale che gli Stati Uniti hanno dichiarato a Cina, Germania e Giappone, sta contribuendo a gettare i semi per un rialzo dei tassi ‘autonomo’ vale a dire non direttamente controllabile dalla Federal Reserve.

Si tratta di un fenomeno potenzialmente devastante, tenuto conto che un decennio di tassi a zero hanno provocato una colossale distorsione del mercato dei prestiti in tutti i settori dell’economia nazionale. Attualmente, il debito federale supera i 21 trilioni di dollari (più del doppio rispetto a quello registrato al momento della bancarotta di Lehman Brothers), quello societario a 6,3 trilioni e quello delle famiglie a 13,3 trilioni. Se a ciò si aggiunge l’incremento combinato dei debiti scolastici, di quelli per l’acquisto di automobili e di quelli legati alle carte di credito, è facile concludere che gli Stati Uniti stiano muovendosi su un campo minato. Non a caso, Peter Schiff, navigatissimo gestore di fondi, ha espresso l’opinione che «l’economia americana è in condizioni peggiori di quanto fosse dieci anni fa». Anche perché la Federal Reserve si trova in una posizione molto più delicata rispetto al 2008, così come la situazione debitoria in cui versa il sistema-Paese.

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