giovedì, Marzo 21

La Befana non porta lavoro agli italiani La grande ripresa non si vede e poco si fa per costruirla, aumenta il numero dei lavoratori che puntano al pensionamento e i giovani che vanno all’estero

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Su quel pianeta la Befana

viaggia a cavallo di un razzo

a diciassette stadi

e in ogni stadio

c’è un bell’armadio

zeppo di doni

e un robot elettronico

con gli indirizzi dei bambini buoni.

Anzi con gli indirizzi

di tutti i bambini, perché

ormai s’è capito

che di proprio cattivi non ce n’è.

Questa bella poesia, intitolata ‘La befana spaziale’ del grande scrittore italiano Gianni Rodari è dedicata ai nostri Lettori, e in particolar modo a chi ama i bambini e se ne cura e li considera un bene inestimabile, ma anche parte del futuro, la continuità e dunque una fondamentale trasmissione di valori.

«I figli», diceva Madre Teresa di Calcutta, «sono come gli aquiloni: insegnerai loro a volare ma non voleranno il tuo volo; insegnerai loro a sognare ma non sogneranno il tuo sogno; insegnerai loro a vivere ma non vivranno la tua vita. Ma in ogni volo, in ogni sogno e in ogni vita rimarrà per sempre l’impronta dell’insegnamento ricevuto».

Questo anno appena iniziato rappresenterà, come da troppo tempo, per molti ragazzi, un bastione molto duro da sormontare. Lo affermiamo con preoccupazione, vista la manovra finanziaria appena varata, ma soprattutto, udito l’assordante silenzio delle proposte industriali pronunziate dal Governo, che se non fa andare d’accordo i suoi membri, si mostra fortemente compatto nel non aver individuato grandi temi di una politica che deve rappresentare le scelte costruttive e economiche del Paese amministrato.

Una sottile indifferenza al comparto istruzione non ha lasciato scampo al Miur e fa pensare che in realtà all’Esecutivo interessa poco la cultura delle nuove generazioni e del resto la rarefazione delle lauree tra chi comanda effettivamente a Palazzo Chigi non può far immaginare cosa diversa. Sul piano occupazionale, c’è stata una crescita all’interno delle piccole e medie imprese del 2,9%, in controtendenza rispetto agli anni passati, ma il dato è comunque più basso del triennio precedente: nel 2017 la crescita era stata del 3,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno prima, con un livello di incertezza per il futuro economico del Paese. Sono numeri bassi. La grande ripresa non si vede e poco si fa per costruirla. E in quest’Italia che invecchia e non genera figli, aumenta fortemente il numero dei lavoratori che puntano al pensionamento.

Diciamocelo francamente: la riforma delle pensioni, riferita all’articolo 24 del decreto legge 6 dicembre 2011, n.201, attribuita anche semplicemente e forse ingiustamente soltanto a Elsa Fornero, ha modificato il funzionamento del sistema pensionistico in un momento in cui l’Italia passeggiava incautamente sull’orlo di un vulcano attivo con il rischio di precipitare nell’abisso magmatico. La riorganizzazione non è piaciuta a nessuno, perché ha penalizzato molte unità lavorative già pronte per il riposo, ma, pur con tante contraddizioni, ha ristabilizzato un Paese già incanalato sul crinale del populismo più bieco: sta anche a noi guardare i tanti disastri compiuti da un imprenditore poco attento agli interessi del popolo che voleva governare, ma più preoccupato alla cattura del consenso e della benevolenza che avrebbero consolidato il suo impero finanziario, e poi da un sindaco di provincia con tante idee suggerite e con poca capacità personale di realizzarle. Un’illusione a perdere, un Paese in rovina, con l’inconsistenza di un’opposizione che aspettava solo di mostrare gli errori altrui, senza per altro preoccuparsi di onorare i propri impegni e compiere il dovere di arginare gli sballi immaginati. Allora come ora.

La riforma fu votata dalla coalizione di partiti che sostenevano il Governo di Mario Monti, con la contrarietà di Lega Nord e dell’Italia dei Valori. «Sicuramente il superamento della legge Fornero è una nostra priorità», ha dichiarato il Ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro, Luigi Di Maio, nel corso di un’audizione alla Camera davanti alle commissioni Attività produttive, Lavoro e Affari sociali sulle linee programmatiche dei suoi dicasteri, e a questo nuovo regime pensionistico, che dovrebbe avere uno costo tra i 13 e 20 miliardi, saranno interessati circa 600mila potenziali pensionati, che se la bilancia resta a zero, potrebbero far solo far spazio per occupare un pari numero di giovani disoccupati, senza per altro generare nessun nuovo posto di lavoro e quindi di ricchezza per la Nazione. Anzi.

Non siamo convinti che sia una soluzione strategica, ma semplicemente un panno caldo per frizionare un congelamento in atto da anni, appuntendo lo scontro generazionale in coda al conflitto di genere che per altro ha pervaso tutta Europa, e all’amata rissa tra il nord e il sud dell’Italia, generata da un imbonitore che si è vantato del suo slogan ‘Roma ladrona’, mentre lasciava fare al figlio le peggiori oscenità di una politica spendacciona e senza ragione. A proposito, quel ‘signore di Cassano Magnago del tanto sbandierato rinnovamento, dopo essere stato Ministro per le Riforme Istituzionali e la Devoluzione è ancora tra i banchi parlamentari, eh!

Ora, se è vero che il dispositivo va cambiato, come affermano anche i sindacati e tra questi il segretario della UIL Domenico Proietti, secondo cui «è importante proseguire sul binario relativo al cambiamento della legge», è anche necessario essere attenti, perchè per Roberto Ghiselli, segretario confederale della CGIL, «a farne le spese, saranno soprattutto i giovani lavoratori precari e le donne che devono fare i conti con una carriera contributiva particolarmente penalizzante e discontinua». La capogruppo alla Camera di Forza Italia Mariastella Gelmini ha appena fatto notare in un’intervista a ‘il Giornale’ che nel terzo trimestre del 2018 la produzione industriale in Lombardia è calata dello 0,4%, così come il clima di fiducia, aggiungendo che «il pericolo è concreto. Purtroppo abbiamo perso molto tempo, ci siamo esposti a una impennata dello spread per arrivare a un provvedimento che è sbagliato in sé, ci ha fatto perdere miliardi, prodotto una fuga di capitali e una stretta sul credito indipendentemente dall’Europa. Il tutto per una manovra che taglia 3 miliardi e 600 milioni in tre anni a 7 milioni di pensionati con il blocco delle indicizzazioni, a fronte di 76 milioni che recupera dal taglio delle pensioni di platino».
Uno scenario che aumenta le preoccupazioni, anche se i membri del Governo amano presentarsi in televisione con le divise delle forze di sicurezza che amministrano. Un segnale di esibizionismo o di più velata intimidazione che preannuncia un regime dittatoriale?

E del resto, per tornare al tema, il ‘Contratto per il governo del cambiamento ha lasciato aperti molti dossier della vita produttiva: il trasporto aereo, le politiche infrastrutturali, il commercio internazionale non sono che esempi di una classe dirigente incapace ad amministrare le imprese pubbliche, ma i cui ‘diciamo manager’ vengono reimpastati senza nessuna possibilità di ricambio di qualità.

Sono problemi che l’abolizione della Fornero e il reddito di cittadinanza risolveranno? Ne abbiamo qualche dubbio importante e oggi, come ogni termine di lungo periodo festivo, sappiamo solo che molti dei ragazzi formati nelle università italiane, padroni di più lingue straniere, promesse di una Nazione che ha bisogno dei giovani per sviluppare la propria crescita, sono in fila negli aeroporti italiani, pronti per imbarcarsi sui low cost in partenza per l’estero. Dove ci sono amministrazioni che credono nei giovani e che permettono loro di progredire e sviluppare dignitosamente la propria professionalità. Un futuro non molto incoraggiante, per noi che restiamo.

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