domenica, Novembre 29

La battaglia di Konjevic Polje field_506ffb1d3dbe2

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Da più di due mesi le famiglie bosgnacche di Konjevic Polje
, un villaggio in Republika Srpska (la metà serba di Bosnia Erzegovina) stazionano nelle loro tende davanti alla sede dell’Alto rappresentante internazionale a Sarajevo. Domandano che il programma con l’insegnamento delle ‘materie nazionali’ bosgnacche abbia inizio dal primo anno di scuola. Ma le autorità di Banja Luka rifiutano di scendere a patti. E la loro lotta, che deve scagliarsi anche contro l’inferno legislativo del Paese, è la vittima anche di inevitabili strumentalizzazioni politiche.

Dal 9 ottobre vivono nelle loro tende, piantate davanti alla sede dell’Alto rappresentante internazionale (OHR) a Sarajevo. Delle famiglie intere, decine di persone, che hanno deciso di installarsi qui, con una sistemazione di fortuna, con solamente lo stretto necessario per sopravvivere. All’ingresso di questo villaggio improvvisato, si può vedere una bandiera bosniaca e dei cartelli con dei messaggi chiarissimi: ‘stop alla discriminazione‘, ‘domandiamo i nostri diritti‘.

Sono le famiglie dei Bosgnacchi (musulmani di Bosnia Erzegovina) che sono ritornati dopo la guerra nel loro villaggio d’origine, Konjevic Polje, della municipalità di Bratunac, in Republika Srpska. A partire dall’inizio dell’anno scolastico, queste famiglie hanno deciso di boicottare la ripresa delle lezioni nella propria scuola elementare, la ‘Petar Kocic’, per protestare contro la discriminazione di cui si sentono vittime: gli alunni che frequentano le classi dalla prima alla quinta (in Bosnia Erzegovina la scuola elementare consta di nove classi, e non esiste la scuola media inferiore) non possono apprendere secondo il proprio programma nazionale.

“Si tratta di una situazione contraria al comune buon senso, e che viola i nostri diritti”, spiega Muhizin Omerovic, uno dei leader riconosciuti della protesta. La questione dell’educazione è una delle più spinose in un Paese che è tuttora diviso secondo criteri etnici. All’indomani della fine della guerra, la questione dell’educazione dei bambini è diventata ostaggio delle élite politiche e nazionaliste. E i bambini, nelle proprie scuole, seguono certi insegnamenti che sono comuni a tutte e tre le etnie costituenti di Bosnia Erzegovina (Bosgnacchi, Serbi e Croati), altre che sono diversificate sulla base dell’appartenenza nazionale (come la lingua, o la letteratura). A Konjevic Polje, oggi, vivono tra le mille e le duemila persone – impossibile stabilirne il numero preciso, nell’attesa dei risultati del censimento, effettuato per la prima volta questo ottobre – tutti sono dei ‘ritornati’, che hanno ripreso la loro vita qui dopo essere stati vittime della pulizia etnica negli anni novanta. Srebrenica è solo a una decina di chilometri. La popolazione di Konjevic Polje è quasi esclusivamente bosgnacca ma i bambini, fino al sesto anno di elementari, sono obbligati ad apprendere secondo i programmi decisi a Banja Luka, in alfabeto cirillico. “Anche gli alunni che hanno diritto ai propri programmi nazionali, a partire dal sesto anno, hanno un’insegnante di lingua serba … che insegna loro il bosniaco in ekavica!”, si indigna Omerovic. La variante ekavica della lingua locale è parlata soprattutto da Serbi.

“Le famiglie si sono riunite in un comitato, per la prima volta, a febbraio”. Spiega Omerovic. “All’inizio, noi abbiamo protestato per un problema squisitamente tecnico, perché la scuola non riceveva acqua corrente. Poi la questione è stata risolta in tempo per l’inizio del nuovo anno scolastico, in settembre”. A quel punto, però, le rivendicazioni hanno assunto una dimensione nuova. “Al momento, noi domandiamo alle autorità di introdurre i programmi nazionali bosgnacchi a partire dal primo anno, e di cambiare il nome della scuola. Io amo Petar Kocic, ma ecco, semplicemente , non è un bosgnacco”, continua Muhizin Omerovic.

In realtà, la legge non prevede per i bambini di Konjevic Polje il diritto agli insegnamenti nazionali bosgnacchi. Non esiste, a dire il vero, nemmeno una norma in proposito. Il solo documento cui fare riferimento è un memorandum, redatto a Banja Luka nel 2002. Secondo questo accordo, firmato dalle autorità di entrambe le entità bosniache, gli insegnamenti nazionali possono essere introdotti soltanto nelle classi dove ci sono almeno diciotto alunni. Un limite evidentemente troppo alto, per una piccola scuola di campagna. Da un punto di vista strettamente legale, quindi, gli abitanti di Konjevic Polje dovrebbero accettare la situazione attuale. Tuttavia, a 30 km da questo piccolo paesino, nella città di Srebrenica, gli alunni sono stati autorizzati a seguire il programma nazionale bosgnacco.

I genitori non accennano a volersi rassegnare. Il Ministro dell’educazione di Republika Srpska, Goran Mutabdzija, ha visitato per più volte Konjevic Polje, per cercare un compromesso. L’ultima volta il 25 settembre. In questa occasione, ha proposto una soluzione di compromesso: mettere a disposizione delle famiglie dei corsi supplementari bosgnacchi, durante il pomeriggio dopo le lezioni. Una soluzione che è stata immediatamente rifiutata dai genitori. Da quel momento, hanno deciso di andare a Sarajevo per domandare l’aiuto di Valentin Inzko, dell’OHR e dell’OSCE, tecnicamente responsabili per la questione dei ritornati dopo la pulizia etnica. Ma entrambe le organizzazioni internazionali hanno dichiarato solennemente che la questione non è di loro competenza, e se ne sono disinteressati.

Come spesso succede in Bosnia Erzegovina, questo braccio di ferro a sfondo identitario è stato ampiamente strumentalizzato dalla politica. Bakir Izetbegovic, il figlio del primo Presidente della Bosnia Erzegovina indipendente, e membro bosgnacco della presidenza del Paese, ha reso visita personalmente ai manifestanti e ha offerto loro del materiale logistico, «per aiutarli a sopravvivere all’inverno» nell’accampamento.

E poi ci sono le ONG, soprattutto Prvi Mart“, sottolinea Muhizin Omerovic. Prvi Mart è una coalizione di ONG bosniache che si occupa di stabilire la verità sul genocidio e proteggere i diritti dei rifugiati che hanno fatto ritorno sulle loro terre. “Prvi Mart ci ha proposto di mandare i nostri figli a scuola qui, a Sarajevo. ‘Gli troveremo una casa, non dovrete nemmeno preoccuparvi di pagare, i Turchi finanzieranno tutto’, ecco cosa ci hanno detto. Ma noi abbiamo rifiutato. Noi vogliamo che i nostri figli studino a casa loro, non vogliamo contribuire alla segregazione nazionale del Paese, spiega Muhizin Omerovic.

Secondo Savo Milosevic, il preside della scuola Petar Kocic, questo movimento di protesta non è nient’altro che “l’inizio ufficiale della campagna elettorale qui a Bratunac. Si tratta chiaramente di un conflitto creato ad arte, in previsione delle elezioni del prossimo anno. Omerovic è un tipo intelligente; in questo momento lavora con Durakovic, il sindaco di Srebrenica, è nell’amministrazione della città e non è assente dalla politica. Non sarei sorpreso se da qui a qualche mese si candidasse con la SDS (il partito di riferimento per i musulmani di Bosnia Erzegovina) per entrare nel parlamento di Republika Srpska”.

Il direttore della scuola giura che ha cercato di fare qualsiasi cosa per soddisfare le domande delle famiglie, “anche se, intendiamoci, con un cognome come il mio, non è per niente facile. Ho presentato la domanda per cambiare il nome della scuola, ma la decisione finale spetta al ministero e ci vorrà del tempo”. Sottolineare il rispetto della legalità serve, al direttore, evidentemente anche per evitare qualsiasi tipo di responsabilità personale.

“L’introduzione dei programmi nazionali bosgnacchi resta per il momento impossibile prima del sesto anno. Abbiamo cercato un compromesso ma le famiglie non sono state per niente cooperative con noi. La questione della lingua è di per sé abbastanza rivelatrice. L’insegnante di lingua bosniaca ha terminato i suoi studi durante la Jugoslavia, e possiede un diploma in letteratura serbo-croata. Potrebbe insegnare bosniaco, ai sensi di legge, e potrebbe farlo persino nel cantone di Tuzla“, che appartiene alla Federazione croato-musulmana, non alla Republika Srpska). “Ma si chiama Mirjana, è una serba che ha sposato un croato. Cosa dovrei fare? Fino agli anni novanta, non esisteva nemmeno una lingua bosniaca. Non ci si poteva diplomare in lingua bosniaca”.

 

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