giovedì, Dicembre 12

La barbarie del caso Mastella: quanti come lui? AAA: classe politica responsabile cercasi con urgenza

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Lo ‘stile’ del presidente della Repubblica Sergio Mattarella  è riassumibile nell’espressione ‘pugno di ferro, guanto di velluto’. Persona, insomma, decisa, determinata, riservata; capace di battute di sottile, micidiale umorismo e di accorta, sottile intelligenza. Si potrebbero citare una quantità di episodi, al riguardo, ma soprattutto li possono citare Matteo Renzi e Silvio Berlusconi: loro altisonanti, enfatici, retorici, ridondanti, tronfi; lui asciutto, essenziale, sobrio, dimesso, spoglio. Eppure, quando il match si avvia alla fase finale, chi è che colpisce ai fianchi e mozza il respiro, chi sfianca e con ‘naturalezza’ ti fa trovare schiantato sul tappeto senza appello?

Alla cerimonia di celebrazione del bicentenario della fondazione del Corpo di Polizia Penitenziaria alle Terme di Caracalla a Roma, Mattarella si limita a un messaggio. Non più di venti righe di saluto. Un’intramuscolare, senza sbavature, composto e apparentemente di rito. Non fosse per nove parole, pesate e cesellate ad arte: ‘…pur a fronte delle innegabili criticità del sistema carcerario‘. E’ qui, la carne del messaggio quirinalizio. Una classe politica stolta può fingere di non aver compreso; fingere di non vedere quell’indice ben teso. Una classe politica accorta, non necessariamente intelligente, ma perlomeno scaltra, ne dovrebbe, al contrario, fare tesoro.

Non foss’altro per un riflesso di autoconservazione. Se ne è parlato per ventiquattr’ore; poi come cosa fastidiosa, se la sono scrollata di dosso, rimossa. L’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella, accusato una decina d’anni fa di tentata concussione – imputazione poi trasformata in indebita induzione – viene assolto: il fatto non costituisce reato. Per questo verdetto ha dovuto attendere nove anni. Poteva essere condannato, la sostanza del discorso non muta: sempre nove anni di attesa, ed è questa la questione. «È una riparazione a dieci anni di sofferenze», dice ora Mastella.

Al di là di Mastella e della sua consolazione: è una ennesima vicenda che dovrebbe far riflettere su come vanno le cose di giustizia in Italia: nove anni sulla graticola, e poi assolti. Nove anni in attesa di processo, con conseguenze umane e politiche che ci sono state è una barbarie, e non c’è altro modo per definire questa situazione e tantissime altre simili; e spesso, a volte molto più gravi.

Processi troppo lunghi, troppa custodia cautelare, troppe celle disponibili solo in teoria, troppo basso il ricorso alle misure alternative che abbattono la recidiva. In alcuni penitenziari siamo di nuovo sotto la soglia minima dei 3 metri quadri per detenuto: alcuni carceri hanno quasi il doppio dei detenuti rispetto ai posti. E’ di questo che ci ha condannato il Comitato per la prevenzione e la tortura, dipendente dal Consiglio d’Europa dopo aver effettuato alcune ispezioni e ricognizioni nelle prigioni italiane. Anche di questo rapporto si è parlato poco e solo un giorno. Ennesima mancata occasione per un dibattito, un confronto, una riflessione politica che non si vuole ci sia. La questione giustizia è completamente espulsa dall’agenda politica italiana. Non ne vuole parlare nessuno.

Nelle prigioni italiane ci sono più persone che in città come Sanremo, Cuneo, o Agrigento. Almeno 57mila i detenuti;  oltre 30mila gli agenti di Polizia. Le cifre non dicono tutto, ma qualcosa possono spiegare. Allora: nel 1990 il tasso di detenzione in Italia era di 45 detenuti su 100mila abitanti; due anni dopo raddoppia. Gli ingressi annuali in carcere passano dai quasi 60mila del 1990 agli oltre 100mila del 1994. Presenze giornaliere negli istituti penitenziari: nel 1991 oltre 35mila; l’anno successivo più di 47mila.

Di colpo le carceri si riempiono di detenuti; le carceri scoppiano. Come mai? Un fenomeno, spiega Stefano Anastasia, fondatore dell’associazione Antigone e garante dei detenuti della regione Lazio: «Sostanzialmente lo si deve a tre-quattro leggi: la Iervolino-Vassalli sulle droghe, a cui poi è seguita la Fini-Giovanardi; le leggi Martelli, Turco-Napolitano e Bossi-Fini sull’immigrazione; la Cirielli, che ha aggravato le pene e impedito l’accesso alle alternative al carcere ai condannati con precedenti specifici».

Nel 2013 l’Italia è condannata dall’Europa per il sovraffollamento e approva una serie di misure per cercare di arginare il problema; ma oggi la situazione è tornata a livelli preoccupanti. Intanto, ‘fuori’ cresce, alimentata da una classe politica in cerca di facile consenso, l’ansia di sicurezza dei cittadini. Sono gli anni del populismo penale, grimaldello per ricavare benefici elettorali. Si alimenta così la paranoia di vivere in un paese in perenne emergenza criminalità. Una ‘lettura’ che cifre e fatti smentiscono: nel 2006 vengono denunciati 2.771.490 delitti. Nel 2015 se ne denunciano 2.687.249. Nel 1991 gli omicidi sono 1.773; nel 2016 sono 245. Negli ultimi dieci anni le rapine in banca crollano del 90 per cento: nel 2007 sono 2.972; nel 2016 sono 360. Nel 1993 il 31,2 per cento delle famiglie italiane ha la percezione di vivere in una zona a rischio criminalità. Nel 2015 la percentuale sale al 38,9 per cento.

Ancora: la pena del carcere può corrispondere a un’esigenza di ‘giustizia’; chi sbaglia, paghi. Non corrisponde invece a un pragmatico ed efficace criterio di sicurezza. Anzi, il bilancio  è di molto discutibile. Uno studio del 2007 dell’Osservatorio delle misure alternative svela la differenza che corre tra lo scontare l’intera pena in carcere e il poter accedere a misure alterative, come l’affidamento ai servizi sociali. Nel 1998, vengono scarcerate 5.772 persone; 3.951 di loro le ritroviamo di nuovo in carcere nel 2005: quasi il 70 per cento è diventato recidivo; la percentuale di recidiva scende al 19 per cento se si tiene conto dei detenuti che erano stati affidati in prova ai servizi sociali.

Vita di e in carcere. Ecco come la descrive un detenuto: «C’è chi passeggia per ore lungo i corridoi e non parla con nessuno, imbottito di psicofarmaci. Chi fa mille addominali al giorno e chi non esce mai dalla cella. C’è anche chi studia e chi lavora, ma sono pochi e fortunati…In carcere si aspetta sempre qualcosa, il medico, l’agente, l’educatore, il volontario, il pasto, la messa, una lettera. Nella mia sezione ci sono molte persone che passano le giornate seduti di fronte al cancello, se dovessi chiedergli cosa stanno aspettando mi risponderebbero che non lo sanno, oppure risponderebbero, ‘qualche novità’. Voi lo sapete cosa farete tra un anno? Tra quattro mesi? Tra sette anni e un giorno? Non lo sapete. Io so cosa farò ogni giorno della mia vita, per i prossimi vent’anni».

Prima di chiudere: dal 2000 a oggi nelle galere italiane sono morte 2.695 persone: 974 si sono suicidate. Dall’inizio del 2017 i suicidi sono stati 41.

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