domenica, Dicembre 8

La banca fa più paura dell'ISIS Si pagano gli scandali e la mancanza di trasparenza

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Comunque si concluda, la vicenda del rimborso agli oltre 10mila obbligazionisti espropriati di Banca Marche, Carife, Carichieti e Banca Etruria ha causato una profonda crisi di fiducia verso il sistema creditizio nel suo insieme. Nonostante le nuove modalità messe a punto nel terzo decreto salva banche in via di approvazione, sono tante le questioni che rimangono in sospeso per un chiarimento complessivo. A partire dalla promessa del Presidente del Consiglio, finora disattesa, di istituire una commissione d’inchiesta, dopo quel maledetto giorno di dicembre in cui un pensionato di Civitavecchia, Luigino D’Angelo, 68 anni, si tolse la vita per la disperazione di aver perso tutti i suoi risparmi, si è fatto davvero molto poco per individuare delle responsabilità oggettive. I giornali in larga parte si sono adattati a quella coltre di silenzi che le principali autorità di controllo, Consob e Banca d’Italia, hanno mantenuto fino all’ultimo, prima di iniziare uno scarica barile con lettere riservate e notizie seppellite in prospetti di sintesi tanto elefantiaci, quanto defilati. Eppure non sono mancate alcune brillanti inchieste che un minimo hanno provato a scuotere questa coltre, soprattutto in provincia, dove per ogni dissesto bancario c’è stato qualche giornalista che ha provato ad esercitare il ruolo di ‘cane da guardia’ del potere, seguendo da vicino la corsa degli istituti locali verso il dirupo e riuscendo ogni tanto a far filtrare quello che in pochi sapevano e che perfino gli ispettori inviati dagli organi di vigilanza hanno potuto appurare con grossa fatica.

La gestione corsara di Banca Marche raccontata da Marco Ricci su ‘Cronache maceratesi’, le reticenze che hanno portato al depauperamento di Banca Popolare di Vicenza indagate da Fillipo Barone per ‘Ballarò’ dopo una segnalazione anonima ricevuta a giugno 2015, il lavoro su Banca Popolare di Spoleto costato a Carlo Ceraso di ‘Tuttoggi.info‘ un sequestro degli articoli finito in Cassazione, sono solo alcuni dei casi più importanti, richiamati all’attenzione di un pubblico di addetti ai lavori, intervenuto martedì scorso al convegno organizzato da un gruppo di amici, ex-allievi di Federico Caffè, sul tema della crisi reputazionale degli istituti di credito e dei loro controllori. Tutti casi di buon giornalismo, respinto al mittente dai diretti interessati e destinato comunque al confino di pochi lettori attenti, anche quando, quelle notizie scovate con buon fiuto e tanta fatica, approdano sulla grande stampa o vengono date in pasto ai media attraverso voluminosi papelli, pubblicati con troppo poco anticipo rispetto alle scadenze in cui prendere decisioni importanti. Nelle oltre 950 pagine del prospetto informativo su Banca Popolare di Vicenza diffuso la settimana scorsa dalla Consob, ad esempio si trova di tutto, peccato che il termine ultimo per l’aumento di capitale scada proprio oggi e che se non si fosse allestito rapidamente il piano di salvataggio del fondo Atlante, si sarebbe verificato un dissesto tale (il primo bail-in italiano con tutti i crismi, nda), da far sembrare perfino accettabile la valutazione delle azioni a 0,10 centesimi, con una perdita di oltre il 98% del valore garantito agli azionisti dai precedenti amministratori fino a pochi mesi fa.

A questo punto, la certezza quasi matematica è che la quotazione in borsa salterà e il fondo Atlante rimarrà l’unico sottoscrittore. Poi con molta calma ed assoluta irrilevanza, nelle prossime settimane potremo dilettarci con i particolari sui 4.750 reclami di soci e clienti, che hanno avanzato una richiesta complessiva di 1 miliardo di risarcimenti a fronte di 489 milioni accantonati per questo tipo di rischi. O di cosa abbia giustificato, tra il 2013 e il 2014, i trasferimenti  alla succursale irlandese BPV Finance International per oltre 4,2 miliardi (pag. 699-700 del prospetto informativo). In ultima analisi, dell’intero film dell’istituto vicentino, di cui fino ad oggi si era smentita qualsiasi illazione e scansata come sconveniente qualunque domanda. In questo caso, come in quasi tutti gli altri, la funzione di vigilanza e sanzione delle storture si è scontrata con l’altro compito principale delle Banche centrali di mantenimento della stabilità, creando il paradosso di una comunicazione controproducente e il rischio di diffusione del panico. Un tentennamento comprensibile fino ad un certo punto, ma che non può avere nessuna giustificazione di fronte all’insufficiente informazione per assicurare una diffusa consapevolezza e protezione dal rischio derivante dalle nuove normative sul bail-in. «Qui si poteva fare meglio» ha dovuto ammettere il direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, «ed è una responsabilità di tutte le istituzioni, incluse quelle politiche». Anche se il picco surreale delle dichiarazioni rilasciate a ‘Repubblica’ due settimane fa è l’ammissione che «la comunicazione per chi fa il banchiere centrale è sempre difficoltosa. Stiamo imparando». Una schiettezza, dopo tanta giustificata reticenza, molto pericolosa di fronte al danno subito da migliaia di risparmiatori e alla paura che ormai attanaglia tutti gli altri.

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