giovedì, Agosto 22

L’ Ultimo tango di Bertolucci Simbolo di libertà e di trasgressione, è il film più censurato e discusso del grande regista scomparso all’età di 77 anni

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Se l’America gli ha dato 9 Oscar per ‘L’Ultimo imperatore’, l’Europa lo ricorda soprattutto per il suo film più censurato: ‘Ultimo tango a Parigi.  Il titolo di questo capolavoro più d’ogni altro è rimbalzato sui media, tv, stampa e social in queste ore di lutto per la scomparsa di Bernardo Bertolucci, il grande regista morto  nella sua casa di Trastevere a Roma all’età di  77 anni. Al momento gli elementi scandalistici che lo hanno sempre accompagnato e che costituiscono per taluni una ferita ancora aperta, prevalgono su quelli artistici che pure sono ben presenti anche nella memoria collettiva e non solo in quella dei colleghi e dei tanti estimatori del regista che ci ha lasciato pagine tra le più significative della storia del cinema, e non solo del nostro, quali  ‘La strategia del ragno’, ‘Il conformista’, ‘Novecento’, ‘Il thè nel deserto’, ‘Piccolo Buddha’, ‘Io ballo da solae, ultimo,The dreamers’  che è del 2003.  

Una filmografia non particolarmente copiosa ma proprio per questo capace di incidere nella nostra cultura, sulla quale si aprirà senz’altro la riflessione e, per molti giovani, la riscoperta di questo grande del Novecento con le sue luci (immense) e le sue ombre. E’ queste ombre che lui stesso ha cercato di diradare facendo ammenda dei   propri errori, in particolare il non aver saputo tutelare a sufficienza la giovane attrice Maria Schneider, protagonista insieme a Marlon Brando di ‘Ultimo tango’, riguardo alla scena incriminata  ( quella del burro, un’idea fuori copione dello stesso  Brando) che attirò le ire della censura sulla scena (gli 8” più scabrosi)  e sul film. Appena uscì, alla fine del 1972, quella scena fece scalpore ovunque. In Italia, venne immediatamente censurata.  Poi, nel ’76, la Corte di Cassazione ne dispose la distruzione. Sì, il simbolico rogo eretico. Lo stesso regista fu privato  per 5 anni del diritto di voto.

In America il film venne accolto come «il più potente film erotico mai fatto e può rivelarsi il film più liberatorio mai realizzato», così il sofisticato Newyorker . Ma quei celebri otto secondi di sodomia divennero da un lato simbolo di violenza e dall’altro scena madre del cinema contemporaneo e pietra dello scandalo.

Alla fine degli anni’80 la pellicola, che si era salvata dalle fiamme, venne finalmente trasmessa in tv,  ma senza i fatidici “8 secondi. Recentemente, dopo il suo restauro ad opera della Cineteca di Bologna, la polemica si è riaccesa a seguito alle ammissioni delle stesso regista e di ciò  che ebbe a dichiarare la Schneider: «Mi hanno quasi violentata. Quella scena non era prevista nella sceneggiatura. Io mi sono rifiutata, mi sono arrabbiata. Ma poi non ho potuto dire di no. Avrei dovuto chiamare il mio agente o il mio avvocato perché non si può obbligare un attore a fare qualcosa che non è nella sceneggiatura. Ma all’epoca ero troppo giovane, spiega, non lo sapevo». Una brutta storia, di fronte alla quale oggi, con la consapevolezza dei diritti alla integrità fisica di ciascuno, non avrebbe potuto svolgersi davanti alla cinepresa  senza il consenso degli interessati. Purtroppo un tumore alla mammella se l’è portata via nel 2011 all’età di 59 anni, dopo una vita travagliata.

Ma, ecco il punto, quell’episodio s’inquadra nell’atmosfera generale del film, che nelle intenzioni del regista voleva essere un film sulla trasgressione delle regole della società borghese. Si respirava ancora il clima di ribellione del ’68 e Bertolucci, che intendeva fare un film ispirato alla Nouvelle Vague francese, ne era stato contagiato. “Tant’è che” – mi fa notare la collega Elisangelica Ceccarelli, che spesso vediamo in tv da Gigi Marzullo  – “in Francia  la reazione fu dura più  per quanto detto contro la famiglia dal protagonista che per l’atto in sé. E’ a lei ed al collega Federico Berti che si deve la riscoperta della strada (che è ‘Rue de l’Albony’ e non ‘Jules Verne’) e del palazzo in cui fu girata la scena incriminata, poiché sono stati i primi ad andare sui luoghi del  cinema di varie parti del mondo dando vita ad un format di successo su TVRTeleitalia.  

Per Giuseppe Tornatore si tratta «di un film diverso per il modo di raccontare e di agire degli attori, diverso anche dai precedenti film di Bertolucci, un film dominato da una straordinaria forza erotica, di cui certe scene le avrei volute per Nuovo Cinema Paradiso….per i ragazzini che venivano in cabina di proiezione a cercare film vietati in sala….» Ma ad una maggiore comprensione del film chi meglio di Bernardo Bertolucci, che ne ha parlato alla Cineteca di Bologna in occasione del restauro della pellicola, può esserci d’aiuto? L’idea gli venne in una notte in albergo a New York dove appuntò su di un foglietto  da consegnare al titolare di una casa di produzione poche righe, con l’idea di fondo cui costruire il film che aveva in testa: «un uomo e una donna s’incontrano per fare l’amore, solo per questo, poi non si sarebbero più rivisti. Una storia senza futuro,  senza speranza.. »

Ottenuto il via libera l’allora 37enne regista cominciò il copione per l’eventuale film da ambientare a Parigi.  Come protagonista aveva pensato in prima battuta a Jean Paul Belmondo e in seconda ad Alain Delon: il primo gli rispose malamente («non faccio film porno»),  l’altro si disse disponibile a condizione di esserne anche il produttore che, però, c’era già. Tornato a Roma con la coda tra le gambe, una sera durante una cena con amici a piazza Navona, qualcuno buttò là il nome di Marlon Brando. «Brando? Mai avrei potuto immaginare di incontrarlo! Non potete sapere cosa rappresentasse Brando in quegli anni ’70: una leggenda, avendo già interpretato ‘Fronte del Porto’, ‘I giovani leoni’, ‘Un tram che si chiama Desiderio’, ‘Viva Zapata’, ‘Bulli e Pupe’, ‘Il selvaggio’ …. e invece  un dirigente della Paramount italiana mi fissò un appuntamento a Parigi all’Hotel Raphael proprio con Marlon Brando….»

Il racconto di Bertolucci è ricco di particolari, dai quali si capisce il suo imbarazzo, dovuto anche  ad un inglese allora acerbo, e l’ironia dello stesso Brando. «Perché non ti guardo negli occhi? Son curioso di vedere quando smetterai di dondolare il piede….» gli disse l’attore ridendo per lo stato d’ansia  del regista. E poi: «Sì lo voglio fare». Ma prima avrebbe dovuto recarsi a Los Angeles per parlare del film, dei contratti, del cast, e quant’altro. «Durante il mio soggiorno di tutto parlammo  tranne che del copione. In quel periodo Coppola stava montando Il padrino, protagonista Brando. Incontrai anche Jack Nicholson che abitava nella villa accanto alla sua e che già conoscevo. So che ha comprato anche la casa d Marlon per farne forse un Museo. Ma in quel periodo imparammo a conoscerci e a diventare amici». Da Los Angeles a Parigi il salto è breve.

Tralasciamo gli aspetti contrattuali che videro entrare in scena il produttore Grimaldi che si propose per realizzare il film, per sapere qualcosa della lavorazione del film. Ebbene, racconta Bertolucci, decisiva fu la scoperta di Francis Bacon di cui vide una sua Mostra al Grand Palais. «Mi resi conto che in quella violenza ritrovavo ciò che avrei voluto per il personaggio di Marlon. Ci recammo quindi tutti, Vittorio Storaro, il direttore della fotografia, Brando ed io a vedere la Mostra di un artista che Brando non aveva mai sentito nominare. Parlavano più i suoi quadri che tante pagine del mio copione!»  La storia che il film racconta è quella del casuale incontro tra un americano di mezza età, Paul che vive a  Parigi, affranto dal suicidio della moglie e pervaso da una visione cupa dell’esistenza, con la giovanissima Jeanne, una ragazza dell’altra borghesia parigina in vena di novità e sregolatezza. «Volevo un film sulla trasgressione anche nelle immagini e a tal scopo facemmo riprese dietro vetri smerigliati per vederne l’effetto sul viso di Marlon, e la musica di Gato Barbieri (un argentino che parla come Papa Francesco)  doveva accompagnare il racconto. Mi resi conto che Marlon era giù un monumento al cinema e trasgressivo era lui stesso: addirittura imparai a dirigere il film e a condurlo dentro il suo mondo e non viceversa, è un metodo che ho adottato spesso, quello di rubare qualcosa di personale agli attori».  

Interessante è anche il racconto che Bertolucci ha fatto del metodo di lavoro di Brando: il quale non amava i lunghi monologhi, leggeva i copioni, li imparava a memoria e li abbandonava, preferendo gettare un’ occhio sul gobbo. Tanti gli episodi e gli aneddoti anche divertenti (come la gelosia del fidanzatino di Marie, l’attore Jean Pierre Léaud, il preferito di Truffaut ), ma per tornare alle ragioni del successo del film, non si può  dimenticare il senso di libertà e trasgressione di regole e comportamenti codificati e l’atmosfera del tempo che il capolavoro di Bertolucci ci restituisce carica di nubi sinistre.  

«Amavo e amo la libertà e sono sempre stato contro ogni forma di censura» – ha dichiarato Bertolucci – «Allora pensavo che il mio destino fosse accomunato a quello di Pasolini e mi sentivo un eroe maledetto. Oggi la vedo diversamente, ma se il mio film ha qualche merito, ci conto anche quello di aver infranto tabù anacronistici».

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