venerdì, Dicembre 13

L’Uganda e l’industria petrolifera che non decolla Il settore petrolifero ugandese riscontra serie difficoltà ad avviarsi nonostante i giacimenti già scoperti

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Mentre il Kenya ha iniziato ad esportare il suo petrolio, l’Uganda riscontra serie difficoltà ad avviare la sua industria petrolifera nonostante i giacimenti già scoperti e la possibilità di accedere al petrolio dei confinanti Congo e Sud Sudan. Il principale ostacolo è creato dalla problematica collaborazione tra lo Stato e le tre multinazionali petroliferi operanti in Uganda, Tullow (Irlanda), Total (Francia) e la CNOOC (Chinese National Offshore Oil Company). 

Negli ambienti del settore petrolifero circola la voce che nessuno vuole il petrolio ugandese. Sarebbe di scarsa qualità e i costi di esportazione alti in quanto l’Uganda è priva di sbocchi sul mare. Queste voci non corrispondono al vero e nascondono il vero problema. Le tre multinazionali dal 2015 stanno boicottando la politica ugandese sulla gestione degli idrocarburi, denominata ‘gestione autoctona degli idrocarburi‘ rompe con il classico circuito coloniale di esportazione del greggio e importazione di carburante e prodotti lavorati. 

Solo il 40% delle riserve petrolifere ugandesi è destinato all’esportazione. Il resto verrà lavorato localmente per i mercati nazionale e regionale. Per concretizzare questa linea economica occorre la realizzazione di due principali infrastrutture: la raffineria a Hoima e l’oleodotto verso la Tanzania. È proprio sulla realizzazione di queste infrastrutture che le multinazionali attuano il loro sottile boicottaggio

Tullow, Total e CNOCC non hanno mostrato interesse nel finanziare la raffineria ad Hoima, in quanto contrari al valore aggiunto dei greggio e al commercio su mercati locali. Il governo ha trovato finanziatori americani e italiani ma i lavori di costruzione della raffineria stentano a decollare. Sono interessati alla realizzazione dell’oleodotto, ma stanno facendo ritardi sulla messa a disposizione dei fondi per ottenere maggiori esenzioni fiscali che il governo non è disposto a concedere. 

Le tre multinazionali petrolifere stanno ricattando il governo ritardando l’avvio dell’industria petrolifera nella speranza di obbligare l’Uganda ad abbandonare la sua politica nazionalista sulla gestione degli idrocarburi per riallinearsi alla classica economia coloniale di esportazione del greggio verso i mercati occidentali e asiatici. 

I lavori per la costruzione della East African Crude Oil PipelineESCOP (Oleodotto dell’Africa Orientale per l’esportazione petrolifera) sono stati sospesi, come da comunicato rilasciato lo scorso mercoledì dalla Total. Il comunicato precede di qualche giorno la decisione della Tullow di chiudere le negoziazioni con Total e CNOCC per la vendita delle sue quote azionarie ugandesi. 

La Tullow intende uscire dal mercato locale concentrandosi sui giacimenti petroliferi in Kenya e all’est del Congo. Qualche anno fa a Tullow aveva tentato di vendere le sue quote azionarie alla Total, assicurandole la maggioranza del mercato petrolifero ugandese. Operazione bloccata dalla CNOCC che fece ricorso presso il governo di Kampala per bloccare la creazione di un cartello petrolifero francese. Attualmente Total e CNOCC detengono rispettivamente il 33,3% delle quote azionarie.

Il costo di realizzazione della ESCOP è valutato a 2,5 miliardi di dollari. Si parla di un oleodotto lungo 1445 km che dai giacimenti petroliferi nel Nord Uganda trasporterebbe il greggio fino alla penisola tanzaniana di Chongoleani vicina la porto commerciale di Tanga. La capacità del oleodotto sarebbe di 216.000 barili al giorno. La Tanzania ospita circa il 80% della infrastruttura che giustifica la partecipazione al progetto della Tanzania Petroleum Development Corporation TPDC. La compagnia di Stato tanzaniana è destinata a gestire l’oleodotto in collaborazione con la Uganda National Oil Company UNOC, la Total e la CNOOC. 

La decisione di bloccare la vendita delle quote azionarie presa dalla Tullow è un chiaro boicottaggio dell’avvio dell’industria petrolifera. La Tullow ha bloccato la compravendita utilizzando tale decisione per ricattare il governo ugandese. L’obiettivo è quello di non pagare le tasse evase dal 2012 che ammonterebbero a oltre 400 milioni di dollari. Infatti la multinazionale irlandese ha posto come condizioni per la ripresa della compravendita una rinegoziazione delle tasse da pagare chiedendo al fisco forti riduzioni sul debito accumulato. 

«La vendita delle quote azionarie Tullow era una prerogativa per la determinazione delle quote azionarie collegate all’oleodotto Uganda – Tanzania. Ora tutto diventa incerto e gli investitori prudenti» spiega un esperto del governo ugandese al settimanale ‘The East African’. Per sbloccare la situazione, la compagnia ugandese di Stato UNOC ha dichiarato di aumentare la sua quota azionaria e di investimenti fino al 15% mentre la tanzaniana TPDC si assesterà al 5%. Fondi però non sufficienti per ripristinare i lavori di costruzione. 

Oltre alle problematiche create dalla Tullow, la Total continua a esporre i suoi dubbi sul costo eccessivo dell’oleodotto, ritardando i lavori. L’oleodotto doveva essere operativo entro il 2020. Gli attuali ritardi spostano la data delle prime esportazioni di greggio al 2021 o al 2022. Un duro colpo per il Presidente Yoweri Kaguta Museveni che ha impostato la sua politica di sviluppo nazionale sul lancio dell’industria petrolifera che stenta a concretizzarsi. 

È sentimento condiviso che tutte le difficoltà e boicottaggi creati dalle tre multinazionali servano a prendere tempo in atteso che il Vecchio passi a miglior vita. La speranza è di poter trattare con un nuovo Capo di Stato meno nazionalista e corruttibile al fine di cancellare la politica petrolifera autoctona e ripristinare quella coloniale. 

Il governo ugandese rimane ottimista sulla possibilità di rispettare i tempi previsti per la realizzazione del oleodotto. «È ancora possibile salvare l’accordo ed avviare la produzione petrolifera. È questione solo di tempo per trovare il giusto compromesso che accontenti ogni partner» afferma Peter Mulisa, alto funzionario della UNOC. 

Mentre le autorità di dichiarano ottimistiche, tra gli imprenditori e la popolazione si rafforzano le paure. Solo l’avvio della industria petrolifera è in grado di rafforzare l’attuale crescita economica e creare nuovi posti di lavoro. Questa situazione è stata originata dalla scelta del governo di stanziare ingenti fondi nel settore idrocarburi a scapito dei finanziamenti necessari per rafforzare i settori agricolo, industriale e commerciale. Tullow, Total e CNOCC stanno portando avanti un gioco sporco inserito in logiche imperialiste e neo coloniali che non prevedono la sovranità economica dei Paesi africani. 

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