martedì, Luglio 16

L’Italia distrutta dalle Regioni Dalla riforma del 2001, si è assistito ad un lento e progressivo sgretolarsi dell’autorità dello Stato, portando l’Italia ad essere sempre più spezzettata in una sorta di confusa macedonia amministrativa

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Il tema del federalismo è un tema importante e lo fu anche per i cosiddetti Padri costituenti se è vero come è vero che lo misero nella Carta (art. 114):

«La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato. I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i princìpi fissati dalla Costituzione. Roma è la capitale della Repubblica. La legge dello Stato disciplina il suo ordinamento».

D’Altra parte, sempre la Costituzione, enuncia il principio che il Senato è su base regionale (art. 57):

«Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale, salvi i seggi assegnati alla circoscrizione Estero».

Dunque chi ha disegnato la Repubblica aveva bene in mente una sorta di progetto federale. Il motivo, molto probabilmente, è lo stesso per cui abbiamo un bicameralismo perfetto e cioè indebolire il potere dello Stato centrale perché si veniva dall’esperienza del regime fascista e quindi furono esaminati tutti i meccanismi per non permettere più che si verificasse quello che era successo con lo Statuto Albertino del 1848 che era una costituzione flessibile.

La nuova Costituzione è quindi ‘rigida’ e cioè non facilmente modificabile, al prezzo naturalmente di uno strumento che risente dello scorrere del tempo e quindi delle mutate condizioni sociali. Ma tutto non si può avere. Le province erano un lascito fascista e tali rimasero, mentre le regioni furono implementate solo nel 1970, sebbene indicate nel 1948 e ampliate con Molise e Friuli Venezia Giulia. Le regioni a statuto speciale e cioè Sardegna, Sicilia, Valle d’Aosta, Trentino Alto-Adige e Friuli Venezia Giulia rappresentano già un’ampia concessione -dovuta a particolari condizioni socio – politiche- dello Stato centrale.

Una riforma del Titolo V della Costituzione, che riguarda proprio il ‘federalismo’, fu invece implementata in modo assai pasticciato dal centro-sinistra nel 2001 per motivi elettorali e cioè contrastare la Lega sul suo stesso campo. In quella riforma furono dati molti poteri legislativi alle regioni di cui alcuni concorrenti con lo Stato centrale creando le premesse, poi effettivamente realizzatesi, di molti contenziosi che ha dovuto risolvere la Corte Costituzionale. Tuttavia, da allora, si è assistito ad un lento e progressivo sgretolarsi dell’autorità dello Stato con l’affermarsi di potenti spinte centrifughe che hanno portato l’Italia ad essere sempre più spezzettata in una sorta di confusa macedonia amministrativa.

Il federalismo, in sé, non è un male e in certi Stati anzi funziona benissimo. Si pensi solo che le nazioni più potenti del mondo sono federali, come gli Stati Uniti d’America, il Regno Unito e la Germania, la Federazione Russa. L’Italia non è uno stato federale e quando tenta di scimmiottare gli altri fallisce. E questo perché gli Stati prima citati sono Stati intrinsecamente federali e non forzatamente. Si tratta di nazioni con storie completamente diverse dalla nostra e per questo riproporne pedissequamente i modelli non può che essere assai negativo per l’Italia.

Nel nostro Paese c’è stata una forte spinta federalista da quando è comparsa nello scenario politico la Lega Nord fondata a fine 1989 da Umberto Bossi. La Lega è un fenomeno interessante perché nasce contro lo Stato centrale al grido di ‘Roma ladrona’ ma col tempo si integra così bene con esso da diventarne addirittura uno dei partiti guida grazie a Matteo Salvini che ne snatura il localismo ‘nazionalizzandola’.

Attualmente stiamo assistendo al tentativo di alcune regioni, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna di raggiungere una ulteriore autonomia tramite la cosiddetta ‘devoluzione’: le prime due dopo un referendum e la terza con un al procedimento diverso. Tali processi, in realtà, sono iniziati già nella scorsa legislatura con Matteo Renzi e il centro-sinistra. Ma non si tratta solo di loro tre. Il Piemonte, la Liguria, le Marche, l’Umbria, la Campania hanno fatto richiesta di avvio del negoziato. La Puglia nel 2018 aveva approvato una proposta di autonomia ora congelata. Restano ferme solo Toscana, Lazio, Molise, Abruzzo e Calabria. Insomma una vera e propria corsa a fuggire dal potere centrale di Roma.

Naturalmente la Lega al comando nel governo giallo-verde fa di tutto per mantenere le province e per favorire l’autonomia in questo contrastato dal Movimento Cinque Stelle e specificatamente da Luigi Di Maio che non si oppone formalmente ma che di fatto riesce a rallentare. Ad esempio il capo politico dei Cinque Stelle ha detto che le autonomie si faranno ma che prima va rivista la Sanità nel senso di liberarla a livello regionale dalle influenze delle nomine politiche, iniziando dalla Calabria e presentando comunque un disegno di legge che dovrebbe essere approvato entro l’anno. L’Italia non è un Paese federale e se si volesse farlo divenire tale occorrerebbe un serio processo amministrativo non risolubile a colpi di riforme del Titolo V della Costituzione come è stato fatto finora. Ma, in ogni caso, occorre valutare attentamente le caratteristiche centrifughe che potrebbero portare in un futuro più o meno prossimo ad una ‘balcanizzazione’ ingovernabile della nostra penisola.

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