domenica, Novembre 29

L’ISIS in Iraq: fervono i preparativi per il Califfato degli anni 20 Mentre le truppe americane escono dal Paese, l’ISIS è al lavoro per riorganizzarsi e per organizzare il nuovo proto-Stato, o meglio il nuovo Califfato. Svariati rapporti, anche governativi, concordano su questa ipotesi

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Da qualche tempo l’ ISIS è uscito dai rader europei e occidentali in generale. Covid-19 ha fatto la sua parte nell’oscurarlo, ma sostanzialmente è scomparso da quando è stato sconfitto territorialmente, nel marzo 2019. La decisione dell’Amministrazione di Donald Trump di procedere all’annunciato taglio del contingente di forse armate USA stanziate in Iraq (e Afghanistan) pone l’interrogativo sullo stato di salute dell’ISIS in Iraq.
Posto che l’ISIS ha spostato la sua attenzione in altri territori, a partire dall’Africa, in Iraq i rapporti ufficiali ci dicono che per quanto ammaccato sta bene. Anzi, elaborato il trauma della perdita del proto-Stato, si starebbe organizzando per qualcosa di molto simile a un nuovo Califfato.

A riferirlo, tra gli altri, sono proprio i rapporti, per altro non classificati, del comando centrale degli Stati Uniti (USCENTOM), i rapporti al Congresso degli ispettori generali del Dipartimento della Difesa, del Dipartimento di Stato e dell’Agency for International Development: l’ISIS è ferito ma non sconfitto e continua a essere una minaccia.
Il rapporto trimestrale di Operation Inherent Resolve che copre il periodo dal 1 aprile 2020 al 30 giugno 2020, è molto esplicito sulla situazione dell’ISIS, indicando addirittura «l’aumento delle sue attività», in correlazione con l’indebolimento delle azioni militari condotte dalle forze militari in campo e sfruttando la situazione creata dalla pandemia, il che, secondo alcune valutazioni, potrebbe indicare che il gruppo si sta rafforzando,sollevando nuovi timori sulla rinascita del gruppo.
Il rapporto, studiato e riferito da Anthony H. Cordesman per il Center for Strategic and International Studies, indicava anche che «se non vengano affrontate le cause profonde della proliferazione dell’ISIS -come governance inefficace e fornitura di servizi, mancanza di opportunità economiche e divisione settaria- il gruppo continuerà a rigenerarsi. In un rapporto collaborativo compilato dal Wilson Center, un analista di ricerca ha affermato che l’ISIS rappresenta una ‘minaccia crescenteper ilGoverno iracheno e le forze di sicurezza e alle SDF, il gruppo coglierà l’occasione della riduzione delle truppe della Coalizione in Iraq per ristabilirsi. Il gruppo sta sfruttando l’alienazione delle popolazioni locali usandola per guadagnare trazione.

Il rapporto, fa notare Cordesman, «rileva che le forze irachene hanno dovuto riprendere le principali operazioni contro l’ISIS, il che solleva interrogativi sull’impatto del taglio del supporto al combattimento degli Stati Uniti e dell’attività di addestramento e assistenza».

A confermare la situazione sono anche i vertici delle istituzioni irachene. Le cellule dormienti dell’ISIS sono ancora operative in Iraq. Elementi dell’ISIS sono attivi dall’interno dell’Iraq,nell’area intorno a Kirkuk, a Anbar, a Mosul, especialmente lungo i confini tra il territorio sotto il controllo del governo federale e il KRG, il Kurdistan iracheno, ha sottolineato, in agosto, il Ministro degli Esteri Fuad Hussein agli analisti americani del Wilson Center e altri centri studi.Nelle regioni di al-Anbar, Ninive e Salah ad Din a nord di Baghdad si sono registrati parecchi scontri.«C’è un vuoto tra la linea in cui sono presenti le forze Peshmerga e le forze irachene. I terroristi dell’ISIS stanno usando questo spazio… Temo che se non ci sarà cooperazione militare o di sicurezza tra entrambe le parti, l’ISIS aumenterà le sue attività. È molto pericoloso. Molto pericoloso sia per l’Iraq che per il Kurdistan. Ma sarà pericoloso anche per l’economia irachena a causa dei giacimenti petroliferi della zona».

Nel 2014, quando l’ISIS arrivò a Mosul, erano un piccolo gruppo, in breve tempo sono diventati una forza enorme e hanno controllato Mosul e in seguito hanno controllato altre città, ha fatto notare Fuad Hussein. «Dobbiamo prenderlo sul serio e abbiamo bisogno del sostegno e dell’aiuto degli Stati Uniti. L’ISIS è ancora una minaccia, non solo in Iraq ma anche in altri Paesi.
A confermare questo pericolo, ovvero che la situazione attuale sia paragonabile a quella del 2014, con i pochi che preparano il terreno per i molti e per la realizzazione di un proto-Stato, c’è il rapporto del Center for Policy-Making for Strategic Studies, secondo il quale nel 2020, «l’ISIS ha fatto affidamento sulla continuità per completare la trasformazione da organizzazione che governa uno Stato a organizzazione che vendica lo Stato che ha perso, ovvero il passaggio dallostato dell’organizzazione all’organizzazione dello Stato», sostenendo proprio che «questo spostamento lo rende simile all’ISIS nel periodo 2012-2014» adottando come allora un «metodo decentralizzato di penetrazione nell’Iraq occidentale».

Sui numeri dei militanti ISIS non c’è certezza. Sulla base dei rapporti delle Nazioni Unite che citano le valutazioni dei massimi funzionari statunitensi dell’antiterrorismo, tra i 14.000 ei 18.000 combattenti dell’ISIS sono attualmente attivi inIraq e Siria. «Un gruppo sopravvissuto e rimasto rilevante retrocedendo da un grande proto-Stato a entità ribelle con un approccio localizzato, comunque ancora capace di condurre attacchi terroristici transcontinentali» si sostiene in un rapporto del Center for Global Policy di maggio.
Negli ultimi mesi, sostiene il rapporto, «le azioni dell’ISIS in Iraq hanno dimostrato la sua
capacità di recupero e dinamismo. Mantiene una notevole libertà di operatività sia nelle aree rurali che urbane. Ha anche dimostrato di comprendere il suo ambiente e di sfruttare abilmente le lotte intestine politiche, la debolezza economica e il fragile contesto di sicurezza dell’Iraq». Ma ancor più: «La distruzione del califfato ha gravemente indebolito l’ISIS. Nel 2018 e nel 2019, lo Stato Islamico ha cercato di stabilirsi un punto d’appoggio in aree aperte, in particolare in luoghi come Khanuqa nelle montagne Hamrin, la catena montuosa Qara Chokh a Makhmour, nelle aree remote di Wadi al-Shay e Wadi Zeghayton a sud-ovest di Kirkuk, AI-Udhaym, Jelam e Mutubijaha a Salah al-Din. Quest’anno, ha dimostrato la sua adattabilità, poiché l’ISIS è gradualmente passato dal nascondersi in aree remote alla creazione allarmante di un punto d’appoggio nelle aree rurali e suburbane». Insomma, Center for Global Policy è in linea con Center for Policy-Making for Strategic Studies: ci sono gli elementi per poter ipotizzare che questo relativamente piccolo nucleo stia preparando un nuovo Califfato.

L’aumento delle sue attività fa scattare l’allarme «perché suggerisce alcune indicazioni di fondo. Ad esempio, queste operazioni richiedono una vasta infrastruttura per avere successo: una casa sicura vicino all’area bersaglio e un’altra casa sicura remota collegata da un corriere, uno specialista dell’intelligence, un preparatore di armi, cinture suicide e una struttura di formazione e pianificazione, specialmente in attacchi coordinati», ovvero un coordinamento, una logistica e risorse finanziarie.

Il rapporto di Center for Global Policy, fotografa in maniera molto precisa l’ISIS 2020 in Iraq: «Geograficamente, le pattuglie dell’ISIS sono ora in grado di operare in molte aree rurali a Salah al-Din, Kirkuk, Diyala e nel nord di Baghdad», «è presente in profondità nel nord-est e nord-ovest dell’Iraq».
L’attenzione geografica dell’ISIS tende a essere modellata in base a tre criteri: guadagno economico, sicurezza dei militanti, destinazione delle azioni.
«Il
primo fattore è il guadagno materiale. Per questo motivo l’ISIS prende di mira le aree a ovest al confine con la Siria e ad est al confine con l’Iran. Si localizza sui nodi autostradali che collegano le province occidentali, settentrionali e orientali o fungono da rotte per il commercio, camion di petrolio e gas, condutture energetiche, reti elettriche e reti di comunicazione e Internet. Quelle aree, secondo le confessioni che i detenuti hanno dato alla sicurezza irachena, forniscono all’ISIS fino a 3 milioni di dollari al mese dalle tasse imposte alle compagnie di trasporto e al business di medicine, armi, sigarette, petrolio di contrabbando, sostanze illegali e cibo. Inoltre, l’ISIS ha investimenti in Iraq che valgono non meno di 100 milioni di dollari che producono entrate mensili fino a 4.000.000 di dollari, secondo speciali rapporti sulla sicurezza. Questo denaro aiuta a sostenere le comunicazioni con le cellule dormienti, che costano circa 200-250 dollarial mese per un soldato sul campo e 500-600 dollarial mese per un leader, secondo fonti della sicurezza. Fornisce anche finanziamenti per rintracciare i prigionieri dell’ISIS o sostenere combattenti feriti e disabili e le famiglie dei combattenti caduti. Infine, supporta attacchi mirati alle persone nei territori persi dall’ISIS come parte di una strategia di attrito».
Il secondo fattore è
la profondità strategica e un rifugio sicuro. «L’ISIS si concentra sui villaggi deserti nell’Iraq settentrionale e centrale, dove le barriere geografiche naturali e il terreno – come valli, montagne, deserti e aree rurali – rendono difficili le operazioni militari convenzionali. Qui può utilizzare grotte, tunnel e campi per l’addestramento ed eludere la sorveglianza, lo spionaggio e le operazioni nemiche».
Il terzo fattore è l’ambiente di destinazione specifico. «L’
ISIS prende di mira le aree della cintura che circondano le città e i grandi villaggi che tendono ad avere una forte presenza di TMF, forze locali e funzionari di basso livello che hanno collaborato con il governo per espellere l’ISIS tra il 2014 e il 2017. Quelle aree sono intrinsecamente instabili a causa dell’attrito tra il TMF e altre forze locali, da un lato, e il lealista non locale PMF dall’altro. I locali feriti, specialmente quelli danneggiati dalla gestione economica e patrimoniale nelle aree prese dal gruppo, potrebbero essere più accoglienti per l’ISIS. Non è corretto presumere che le popolazioni saranno pro-ISIS semplicemente perché sono sunnite, ma la convergenza del decadimento politico, della sicurezza ed economico certamente dà all’ISIS la possibilità di farsi strada con parte della popolazione».

In quanto alle priorità strategiche, il rapporto Center for Global Policy, ne indica tre: demotivare leforze tribali sunnite filogovernative e i funzionari locali (i così detti mukhtars) -considerando gli sceicchi, i leader tribali e i mukhtar come apostati, e vedendoli come una minaccia esistenziale per i resti dell’ISIS, tanto checontro questi presunti collaboratori sunniti, sono stati condotti attacchi mortali-; ottenere libertà di manovra nei villaggi deserti mentre vengono invase le cinture rurali intorno alle città -daBaghdad a Tikrit, Samarra, Mosul e Kirkuk-;impedire la normalizzazione delle aree liberate dalle forze governative, come forma di vendetta contro le comunità che hanno respinto ed espulso l’ISIS.
Lo Stato islamico è anche determinato a impedire che partiti e gruppi politici diventino autosufficienti nella gestione delle loro città. Un altro componente della normalizzazione, e quindi un obiettivo centrale dell’ISIS, è la convivenza settaria.

Nel 2020, l’ISIS ha concentrato le sue operazioni a Diyala, Salah al-Din, a nord di Baghdad, Kirkuk e Ninewa, un arco attraverso l’Iraq orientale e settentrionale.
«Se l’ISIS ristabilisse una presenza in alcune aree, specialmente nel sud di Kirkuk, nel nord-est di Diyala e ad est di Salah al-Din, ciò potrebbe ancora una volta facilitare la sua espansione a sud di Samarra e a nord di Baghdad, che gli garantirebbe l’accesso a autostrade chiave che collegano le province irachene. Ciò a sua volta consentirebbe la logistica e la mobilità dell’ISIS, in particolare la fornitura di armi e munizioni acquisite attraverso l’accesso a diverse aree dell’Iraq. I rapporti di sicurezza, confermano già il movimento di armi, munizioni e pattuglie dell’ISIS da est a ovest e viceversa».

«Inoltre, conquistare un punto d’appoggio nelle aree rurali circostanti le città è un obiettivo essenziale per la leadership dell’ISIS, specialmente intorno a Baghdad, Tal Afar, Qayyarah, Baiji, Hawija, Sharqat, Tikrit, Fallujah e Muqdadiyah. Ciò consentirebbe al gruppo di prendere di mira camion commerciali, autocisterne di carburante, convogli delle forze di sicurezza, gruppi di turisti che si spostano tra Iraq e Iran, linee elettriche, linee Internet e torri di comunicazione».

L’ISIS sta anche cercando di approfondire la sua influenza economica e altre forme di soft power nell’Iraq occidentale. «Ha formato una rete per infiltrarsi nella società civile religiosa al fine di creare un incubatore che sia religiosamente in sintonia con le credenze dell’ISIS. Le sue reti mirano anche a migliorare le relazioni con i leader religiosi e gli imam nelle zone ruralidell’Iraq occidentale, sostenendo gli sforzi delle moschee locali per risolvere i conflitti tra tribù chiave e famiglie dell’ISIS».

Insomma, l’‘organizzazione dello Stato’, o meglio del nuovo Califfato degli anni ‘20 sembra partito. L’uscita graduale delle forze americane dal terreno faciliterà il lavoro ai miliziani.

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