venerdì, Settembre 18

L’inferno è in Libano Il Paese era in ginocchio almeno dal 2019, ora la situazione rischia di essere irreparabile. Se la popolazione troverà nel disastro una ragione per ricompattarsi alla sua élite politica, la possibilità di tirare fuori il Paese dalla fossa è in mano alla comunità internazionale

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100 morti e 4.000 feriti accertati, ma all’appello, secondo il Sanità libanese, Hamad Hassan, mancano ancora centinaia di persone, si presume dispersi, molti di loro saranno morti; mezza Beirut distrutta, ha dichiarato il governatore della capitale libanese, Marwan Abboud, secondo il quale i danni si aggirano tra i 3 e i 5 miliardi di dollari; scorte alimentari ai minimi, con il principale silo di grano presente nel porto di Beirut distrutto nell’esplosione, il Libano ha ora riserve di grano sufficienti per poco meno di un mese, ha detto il Ministro dell’Economia, Raoul Nehme, precisandoche servono riserve per almeno tre mesi per garantire la sicurezza alimentare al Paese. Questo, in estrema sintesi, è il bilancio dell’infermo che ieri pomeriggio è scoppiato nella martoriata Beirut.

Il Paese, la sua economia, le sue istituzioni, il suo sistema politico e il suo tessuto sociale, era in ginocchio almeno dal 2019. Prima la crisi la crisi politicoistituzionale e le proteste che da ottobre hanno percorso il Paese, terza Nazione più indebitata al mondo, poi, negli ultimi mesi, il Covid-19. Ora il termine che meglio descrive lo stato del Paese è certamente ‘inferno’.

La gente è completamente senza speranza, tanto che il mese di luglio ha registrato un record di suicidi, causati dalla fame e dalla disperazione. Negli ultimi mesi è cresciuto di oltre il 55% il prezzo dei generi alimentari, la disoccupazione è arrivata al 33%, la valuta nazionale è precipitata ai minimi. Il Libano ha esaurito la valuta estera per pagare ciò che consuma, ma anche il debito estero, infatti, il Governo di Hassan Diab, a marzo ha dichiarato la sospensione dei pagamenti sul debito estero non avendo la capacità di pagare secondo le scadenze previste. Lo Stato sta stampando denaro per pagare gli stipendi che però oramai non riescono più soddisfare neanche le necessità minime delle famiglie.
Il fondo del barile sarà toccato quando lo Stato, a corto di liquidità, pur stampando moneta, non sarà più in grado di soddisfare i salari del settore pubblico o quando l’iperinflazione cancellerà il valore reale dei redditi delle persone, sostenevano già nei mesi scorsi gli analisti.

In questo quadro, anche la classe media è agli sgoccioli, anzi, è di fatto scomparsa, precipitata nella povertà reale.
E la crisi politico-istituzionale ha raggiunto l’apice.
Crisi interna, con l’incapacità del sistema di risolvere i mali di se stesso e del Paese, a partire dalla corruzione, fino alle riforme strutturali radicali che, per altro, sono quelle che ha richiesto il Fondo Monetario Internazionale per concedere altro credito al Paese.
Quando a ottobre sono scoppiate le proteste di massa per i servizi statali e l’economia al collasso, per la corruzione oramai infiltrata ovunque, è stato chiaro che il sistema politico-istituzionale non solo era incapace di rispondere e reagire alla crisi -già più che evidente nei mesi precedenti- ma che l’élite politica aveva perso anche l’ultimo scampolo di credibilità. Solo loro, i politici, non lo hanno capito, «credendo di poter resistere alla tempesta con esercizi retorici» i partiti del Paese, tutti, si sono impegnati duramente «per mantenere o migliorare la loro parte del bottino di potere», tanto impegnati in quella lotta per il potere da non rendersi conto che le basi dell’ordine sociale che li sosteneva si stavano sgretolando sotto i loro piedi.

Crisi estera, con crescenti tensioni al confine con Israele, che in questi giorni è tornato accusare Hezbollah di tentativi di infiltrazione. All’inizio della settimana, il Ministro degli Esteri, Nassif Hitti, ha presentato le sue dimissioni, affermandoche «il Libano sta per diventare uno Stato fallito»e che «le speranze di cambiamento e di riforma» si sono infrante difronte ad una amministrazione pubblica incapace di realizzare una riforma strutturale globale.

La crisi del Paese è globale, ed è considerata una situazione perfino peggiore dello stato del Paese alla fine della guerra civile durata dal 1975 al 1990.

Già a giugno gli analisti di Crisis Group avvertivano che il Paese era sull’orlo della disgregazione. «Le istituzioni statali, compresa la Polizia, potrebbero iniziare a disintegrarsi e quelle che sono state principalmente proteste pacifiche potrebbero diventare violente», avvertivail rapporto di inizio giugno del think tank. «Con così tante persone che scivolano verso la penuria, la violenza può gonfiarsi» a dismisura.

I fatti di ieri potrebbero risvegliare l’orgoglio nazionale, il senso di Paese, e portare la popolazione a ricompattarsi momentaneamentecon le istituzioni e gli uomini che li rappresentano.

L’altra possibilità è che invece la rabbia popolare cresca e metta definitivamente a ferro e fuoco l’elite politica, il che significherebbe il crollo del Libano. In queste ore i media internazionali hanno diffuso la notizia secondo la quale i vertici dello Stato erano perfettamente a conoscenza del pericolo. Da più di sei anni sapevano che il nitrato di ammonio responsabile del disastro di ieri era immagazzinato nell’Hangar 12 del porto di Beirut, della sua pericolosità e nulla hanno fatto per prevenire il pericolo. Questapotrebbe essere la scintilla che fa precipitare il Paese.

Se invece lo spirito di coesione dovesse avere la meglio, allora l’ipotesi sostenuta a giugno dagli analisti di Crisis Group potrebbe tornare essere percorribile.

«Il crollo del modello economico e politico del dopoguerra potrebbe aprire la strada a un’economia più produttiva che svegli una parte crescente della società dalla sua dipendenza dalle reti clientelari, consentendo una politica più rappresentativa e una maggiore responsabilità». Per sfruttare questa opportunità, il Libano avrà bisogno di assistenza umanitaria d’emergenza per scongiurare le peggiori conseguenze sociali dell’implosione economica». Il richiamo è alla comunità internazionale, non ultima l’Unione Europea, che più che mai dopo i fatti di ieri dovrebbe velocemente entrare in azione e provare atirare fuori il Libano dalla fossa’.

Serviranno investimenti, tanti, ma soprattutto servirà assistere il Paese nel percorso di ricostruzione del sistema politico e istituzionale, partendo dalle riforme radicali del Paese funzionali a sradicare corruzione e clientelismo che hanno succhiato il sangue al Paese per anni scaraventando quella che un tempo era la Svizzera del Medio Oriente nella fossa. Le prime ore dopo il disastro hanno visto molti governi dell’area e non solo promettere disponibilità per l’emergenza. Bisognerà che tale disponibilità si concretizzi in atti per la ricostruzione. 

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