mercoledì, Settembre 23

L’Europa rimanda ad ottobre Albania e Macedonia del Nord Il Consiglio europeo ha deciso di rinviare per i due Paesi l’avvio dei negoziati di adesione all'Ue

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La settimana scorsa, il Consiglio europeo, riunito a Lussemburgo, è riuscito ancora una volta a sconfessare la Commissione europea ed ha deciso che non è ancora giunto il momento di avviare i negoziati per l’avvio delle trattative per l’adesione della Macedonia del Nord e dell’Albania. Attenzione, non si tratta di far entrare, oggi o tra qualche mese, i due Paesi nell’Unione, ma di avviare un percorso di adeguamento legislativo, talvolta molto lungo, che se condotto nella maniera auspicata, dopo nuove valutazioni della Commissione e decisione definitiva del Consiglio, potrebbe chiudersi con l’ingresso di un nuovo stato membro. 

La Commissione aveva già evidenziato i passi avanti compiuti dai due Paesi ed aveva proposto di avviare i negoziati da subito, il Consiglio, invece, tirando in ballo un ritardo della Commissione nella presentazione dei documenti finali, ha invece deciso di non decidere. Quando si parla di Consiglio europeo, in realtà, parliamo dei singoli Stati, infatti il Consiglio europeo altro non è che l’insieme dei capi di stato o di governo degli Stati membri dell’UE e per le questioni legate all’allargamento decide all’unanimità. In questo specifico caso, i Paesi contrari sono stati quattro: Francia, Olanda ed in parte Danimarca e Germania. Se le posizioni di Danimarca e Germania erano comunque più morbide, quelle di Olanda e Francia erano invece nette: nessuna possibilità e voglia di avviare i negoziati. Stessa posizione di un anno fa, quando erano stati proprio Francia ed Olanda a richiedere più tempo. In realtà non è la prima volta che i due Paesi si mostrano riluttanti in questo ambito: l’Olanda è stato il Paese che ha rallentato il processo di concessione all’Ucraina degli ingressi senza visto nell’area Schengen e la Francia è il Paese che non ha permesso alla Romania di accedere allo stesso Spazio Schengen.

Lo stallo nei negoziati è sicuramente un duro colpo alla credibilità dell’Unione europea ed il concetto era stato spiegato molto bene, poco prima del voto, agli Stati membri, sia dall’Alto rappresentante dell’Ue Federica Mogherini, che dal Commissario all’Allargamento Johannes Han. Mogherini, avendo ben chiara la posta in gioco, aveva dichiarato che «è nell’interesse dell’Unione integrare i Paesi dei Balcani e se indeboliamo la credibilità del processo di allargamento rinunciamo allo strumento più efficace per la stabilità e la pace. E’ una questione di credibilità per l’Unione europea e spero che gli Stati membri capiscano bene quello che è in gioco, e anche che il tempo in questo caso non è irrilevante». Che non fosse una questione irrilevante, il tempo, lo aveva spiegato anche Zoran Zaev, il primo ministro della Macedonia del Nord che aveva sottolineato come l’allungamento dei tempi dei negoziati avrebbe potuto consentire alle forze nazionaliste macedoni di tornare in gioco e così vanificare gli sforzi fatti verso la stabilità e la riconciliazione dei Paesi dell’area. Il commissario all’Allargamento Han aveva invece evidenziato come i Paesi candidati avevano fatto tutto quello che era stato loro richiesto e che l’avvio dei negoziati avrebbe portato benefici in tutta l’area: «Si tratta di dare un segnale a tutta la regione: un rilancio dei negoziati tra Serbia e Kosovo, ad esempio, i due Paesi in questione hanno bisogno di vedere che siamo disposti a fare un investimento perché possano trovare il compromesso politico». 

L’allargamento dell’Unione europea è un argomento complesso. Difficile dire se a questo punto della partita sia più giusto puntare sulla ‘quantità’ e sul numero degli Stati membri, piuttosto che sulla ‘qualità’ ed intensità delle relazioni. Certo l’Unione europea è stata negli ultimi decenni un fattore di stabilità, non solo nei Balcani, dopo la guerra nell’ex Yugoslavia, ma in tutto il continente. È vero anche, però, che i Paesi ultimi entrati, dopo mezzo secolo di regimi autoritari, sovietici e comunisti, si sono mostrati meno permeabili e su alcuni temi rilevanti come diritti civili, tolleranza nei confronti delle minoranze, valore della democrazia hanno evidenziato sensibilità diversa da quella dei Paesi più occidentali, almeno fino ad ora. Gli esempi non mancano in Ungheria e in Polonia, ma anche in Romania, Slovacchia e Repubblica ceca. 

Il punto comunque, come hanno spiegato Mogherini e Han riguarda la credibilità. Chiudere la porta, adesso, quando la Commissione avevano dichiarato che Albania e Macedonia del Nord avevano fatto passi importanti, può inficiare i progressi compiuti ed invece che essere fattore di motivazione importante per l’intera regione, potrebbe far riemergere tendenze nazionaliste che, soprattutto nei Balcani, hanno già mostrato tutta la pericolosa carica esplosiva. 

Se per l’Albania, nonostante i buoni risultati ottenuti in campo legislativo, giudiziario ed economico (il Paese cresce a un ritmo sostenuto ed il debito pubblico viene mantenuto entro limiti più che accettabili, poco sopra il 65 per cento del PIL), la motivazione del ritardo nell’avvio dei negoziati è legata soprattutto alla gravissima crisi politica innescatasi a Tirana, oltre che ai problemi di corruzione e criminalità organizzata, per la Macedonia del Nord non vi è alcuna motivazione plausibile e la decisione fa ancora più male perché avvenuta dopo sostanziali miglioramenti: si è rafforzato lo stato di diritto, sono stati compiuti enormi passi in avanti sulla strada delle riforme e soprattutto, dopo lo storico accordo di Prespa, sul nome ufficiale del Paese, che ha risolto una disputa con la Grecia che si trascinava da più di trenta anni. 

Secondo il presidente del Parlamento Tusk, non si tratta di decidere se i due Paesi ne abbiano diritto, ma solo di stabilire quando verrà avviato il negoziato. Della stessa opinione anche altri tredici Paesi: Austria, Bulgaria, Croazia, Estonia, Italia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, Slovenia, Ungheria che in una dichiarazione congiunta hanno anche messo nero su bianco la propria posizione, evidenziando la volontà di intavolare quanto prima le trattative con Albania e Macedonia del Nord, ribadendo che non esiste alcun piano B.

La cancelliera tedesca Merkel, prima di lasciare Bruxelles, contraddicendo se stessa, ha dichiarato che si attiverà affinché entro ottobre sia presa una decisione positiva ed ha aggiunto che «la Macedonia ha fatto un lavoro eccellente e metterò tutta la mia volontà politica a sostegno», appunto parliamo di credibilità. Ancora una volta sono emerse le contraddizioni di un’Europa che parla a più voci e soprattutto si evidenzia palese lo scontro non ancora istituzionale, ma per il momento solo politico, tra la Commissione europea ed il Consiglio europeo che continuano ad agire su livelli diversi e spesso con motivazioni contrapposte.

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