sabato, Febbraio 22

L’Arte della calzatura: dagli Dei al cinema alla gente comune Dalle caligae dei soldati romani, ai seducenti sandali delle cortigiane greche, alle star dei colossal hollywoodiani, alle creazioni della moda, in Mostra a Palazzo Pitti la storia, antica e attuale, di un accessorio identitario, che riguarda sesso, status sociale, edonismo, seduzione, bellezza

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La scarpa non è soltanto un accessorio e questo concetto era ben chiaro già agli antichi, Platone, ad esempio, non esitava a definire l’arte del calzolaio una vera e propria scienza. Con la sua foggia o i suoi colori, questo indumento raccontava tutto della persona che le indossava: il sesso, la condizione economica, la posizione sociale e il lavoro.” Così Fabrizio Paolucci, Direttore del Dipartimento Antichità degli Uffizi, introduce il visitatore alle ‘lettura’ di una  singolare Mostra,   unica nel suo genere, dal titolo ‘Ai piedi degli Dei’, curata  da lui stesso e da Lorenza Camin e Caterina Chiarelli, allestita nel Museo della Moda e del Costume di Palazzo Pitti a Firenze e visibile fino al 19 aprile 2020.

A ben pensarci la scarpa non è un semplice dettaglio del vestiario, un pratico accessorio, è molto di più e ben lo sanno le donne che sono use  collezionare diverse paia  di scarpe, invadendo ampi settori dell’appartamento: la scarpa è lo specchio dell’immagine che di sé ognuno vuol dare, un segno della propria rappresentazione  o identità,  di quel che si è o si vuol apparire, espressione di gusto, eleganza o trascuratezza. Ma è sempre stato così? Una passeggiata tra le robuste caligae dei soldati romani, i seducenti sandali delle cortigiane greche, i raffinati calzari indossati dagli dei oppure dall’aristocrazia romana; senza dimenticare la ricca varietà di calzature indossate dalle star dei colossal dedicati all’antichità, da Ben Hur al Gladiatore, e le più recenti creazioni di moda, ispirate dallo stile delle calzature del mondo classico e realizzate da protagonisti del fashion contemporaneo come Emilio Pucci, Salvatore Ferragamo, Yves Saint Laurent, aiutano il visitatore a farsi un’idea di ciò che la calzatura ha rappresentato e rappresenta nella storia  della civiltà occidentale.

Protagoniste del percorso espositivo, 80 opere (alcune delle quali giunte in prestito da importanti musei internazionali come il Louvre), come gli esemplari delle principali tipologie di calzature usate nel periodo compreso fra il V secolo a.C. e il IV d.C. testimoniate da preziose opere d’arte, fra le quali rilievi e vasi dipinti, o in originale, come gli eccezionali reperti provenienti dal forte romano di Vindolanda nell’Inghilterra del nord. La parte archeologica ha una sua particolare suggestione: in un’anfora attica (VI a C.) vediamo una bella ragazza che si allaccia i sandali, in un’altra anfora di ceramica è invece  Eros  che allaccia il sandalo ad una fanciulla, incontriamo poi una serie di  piedi in bronzo  con sandali infradito delicati ed eleganti (che l’archeologo Pernier definiva di ‘arte accuratissima e di grande verismo’), piedi di fanciulli  con sandali di raffinata fattura,  e piedi di statue  con calzature militari robuste e di varia foggia, stivali d’altura (quindi ben chiusi con suola fissata da chiodi e tomaia in pelle) sempre per militi. Ma quella che colpisce  per il disegno, l’accuratezza delle decorazioni – con piccoli cerchi a traforo e motivi ornamentali ai bordi – nonché per la sua integrità, è una scarpa chiusa da donna  risalente alla  prima metà del II sec. d.C., rinvenuta nel 1907 ( e restaurata) nel fondo di un pozzo che si trovava nel Forte romano di Saalsburg.

Certo, fra i tanti reperti sapientemente esposti non  troviamo la pantofola di oro rosso appartenuta a Rodopi (che significa “guance di rosa”), la bellissima schiava di origine tracia che  il faraone Amasis  prescelse dopo che era stata l’unica ad indossare alla perfezione  la pantofola finita per una scelta del destino in possesso del  faraone stesso. Ma anche questa, come quella di Cenerentola, il cui mito si celebra in vari modi (è in scena proprio in questi giorni all’Opera del Maggio di Firenze il celebre balletto su musiche di Prokofiev) è una leggenda, sebbene il faraone Amasis avesse realmente sposato una schiava greca di nome Rodopi. Ma si sa, anche le leggende  si muovono tra fantasia e realtà, creando veri e propri miti e archetipi, com’è il caso della celebre e celebrata (in letteratura e nel cinema) Cenerentola.

Dal Museo egizio di Torino, il più importante d’Italia, è arrivato qui un piede votivo di marmo risalente al II-III sec. d.C. e dedicato alla dea egizia  Iside, al suo sposo Serapide e al figlio Arpocrate. Il piede calza una trocha,  un sandalo caratterizzato da una tomaia aperta che copre i lati del piede e avvolge il tallone. Ai lati sono rappresentati due serpenti con teste, uno maschile (con barba)  l’altro femminile (acconciatura a boccoli), i cui significati sono molteplici ma spesso  le loro immagini incarnano il Nilo o i corsi d’acqua, quindi  rivestono un valore benefico.  Anche nella Roma antica era vivo il  culto di Serapide, quindi delle statue   a forma di piede (c’è pure una via del Piè di Marmo). Oggi vanno di moda scarpe griffate, con il marchio della casa produttrice in bella evidenza, ma anche nell’antichità troviamo calzari che ci comunicano qualcosa, un messaggio, un invito. E’ il caso di uno  stivaletto qui riprodotto che  contiene una decorazione e un invito messaggio nella suola, il cui termine greco (akoloùthei moi ) è stato  inteso come ‘Seguimi’, vale a dire un invito esplicito, il che ha indotto alcuni studiosi ad interpretarlo come  il messaggio di una prostituta.

Queste sono alcune ‘perle’ di questa  singolare mostra che approda dopo tanto cammino, attraverso i millenni e  i diversi stili, al grande cinema, ai Colossal americani che negli Anni ’50-’60 si producevano a Cinecittà, per i quali il calzaturificio Pompei, produsse i più famosi calzari, oggetto di un vero e proprio culto.  per  In queste sale di Pitti  si possono  dunque ammirare i sandali di Liz Taylor-Cleopatra, i calzari di Charlton Heston-Ben Hur, quelle del Gladiatore Russell Crowe, le calighe dell’Alexander-Colin Farrell. ‘Ai piedi degli dei’trova infine il suo naturale completamento nella multivisione, ideata e diretta da Gianmarco D’Agostino (Advaita Film) che consente al visitatore di immergersi  in un universo di immagini in cui archeologia e  fashion si fondono con i miti del grande schermo. Ma il nostro ‘cammino’ lungo il percorso della Mostra non si ferma qui: nella ultime sale  l’antico è messo a diretto confronto con il contemporaneo. Scarpe di alcuni tra i più grandi stilisti (come Genny, Céline, Richard Tyler, Renè Caovilla, Donna Karan) sono esposte insieme ai modelli originali realizzati, appunto,  dalla più celebre manifattura italiana di calzature per il cinema, il calzaturificio Pompei. Non va dimenticato che al cinema americano, ai film di massa e poi ai divi di Hollywood (come dimenticare l’incantevole Audry Hedpurn mentre prova le scarpe pensate e realizzate proprio per lei ? )  Salvatore Ferragamodeve la sua fortuna nel mondo. Ma questa è già un’altra storia che possiamo ripercorrere  direttamente nel Museo Ferragamo. Resta il fatto che il percorso di questa Mostra racconta  come nel mondo classico la foggia delle calzature costituisse spesso  la connotazione di ben precise categorie sociali. Le caligae chiodate, ad esempio, erano usate prevalentemente dai soldati perché adatte alle lunghe marce, i calcei, simili a bassi stivaletti e spesso vivacemente colorati se indossati dalle donne, connotavano le classi più elevate (patrizi, senatori e imperatori),  le cortigiane, invece, erano solite indossare sandali che recavano, sul lato inferiore della suola, dei chiodini disposti in maniera tale da lasciare sul terreno un’impronta con la scritta ‘seguimi’.

La seduzione, del resto – afferma ancora  Fabrizio Paolucci – “è da sempre un aspetto connaturato con questo capo dell’abbigliamento che, non a caso, svolgeva un ruolo simbolico di primo piano anche nel rito nuziale antico“.  E nella società greca come scrive nel suo saggio Francesco Tanganelli, il quale riporta  quanto scritto da Jun’ichiro Tanizaki,  lo scrittore giapponese Nobel  nel ’64 per la Letteratura, che al tema  della bellezza femminile e dell’erotismo ha dedicato alcuni dei suoi romanzi ( da uno dei suoi racconti Tinto Brass trasse ispirazione per il film La chiave) : “Sono convinto di capire se una donna è licenziosa solo guardandone i piedi.  Ai piedi, alle mille sfumature che  suggeriscono, anche la giornalista e  scrittrice Laura De Luca, ha dedicato un libro che suggerisce interrogativi e riflessioni dal titolo Piedi, pensieri per un feticista. Ma ritorniamo alle calzature”.

Già nel mondo antico – dice ancora Paolucci – la scarpa era protagonista di favole come quella di Rodopi, diretta antenata di Cenerentola, raccontata per la prima volta da Erodoto e poi da Strabone. Fin da allora, inoltre le calzature sono protagoniste di modi di dire. Cicerone, in una delle sue Filippiche, usa l’espressione “mutavit calceos” per dichiarare il mutamento del rango sociale di un personaggio, divenuto senatore, dal momento che i calcei dei senatori differivano da quelli dei patrizi. Non solo, per l’antropologia, ce lo  ricorda Marco Cavalieri,  la calzatura, in qualche modo, è stato il primo veicolo per gli spostamenti umani, utile per attutire gli urti con terreni spesso impervi. Col tempo si è fatta anche rappresentazione del potere.    

Dunque, al di là della curiosità  che una Mostra del genere suscita e delle  riflessioni che ognuno è indotto a fare, quali altre considerazioni  si possono trarre sia dalla Mostra che dal bel catalogo che l’accompagna,  edito da Sillabe?  E’ in grado di accendere curiosità, fantasia, relazioni, è capace di produrre conoscenza o stimolare nuovi interessi?  Sono queste più o meno le domande che ci poniamo di fronte ad ogni iniziativa culturale ed espositiva. Ad alcune di queste domande è già stato risposto. Ad altre la risposta deve venire dai visitatori, intanto sentiamo cosa ha da dire il Direttore degli Uffizi Eike Schmidt: “Da sempre l’Uomo ha voluto riversare nelle calzature, strumento umile e quotidiano, un riflesso di quei principi di armonia e simmetria che governavano il gusto classico. La scarpa divenne cosi essa stessa opera d’arte, un oggetto plasmato più per esigenze estetiche che pratiche. Proprio per illustrare compiutamente questo ‘destino’ della calzatura, i cui presupposti sono già nel mondo greco-romano, si è voluto allargare il tema di questa mostra a due espressioni della cultura contemporanea intimamente legate fra di loro: il cinema e la moda, recuperando un inaspettato legame fra passato e contemporaneità”.

Ma Schmidt aggiunge anche un’altra cosa: di fronte ad un argomento così interessante e stranamente trascurato dagli addetti ai lavori, ai curatori di questa iniziativa spetta il merito di segnare l’inizio di un grande interesse per una branca di studi del tutto nuova, che potremmo battezzare col neologismo a in Italia di calceologia ( dalla parola inglese calceology), destinata a raccogliere risultati  ancora difficili da immaginare in tutte le sue potenziali ricadute. Dunque, saremmo agli inizi di un nuovo percorso. Non ci resta che attenderne gli sviluppi, intanto però accontentiamoci di far nostro un giudizio raccolto al volo durante la visita, espresso con un legittimo compiacimento da una fascinosa signora: Le scarpe per le donne sono un feticcio, che aggrazìa  il piede il corpo e  la persona, e poi la Grazia è Femmina, no?  

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