venerdì, Febbraio 28

L’Argentina al peronista delle vie di mezzo Alberto Fernandez, un peronismo di sinistra centrista, il populismo ‘probabile’, con l’obiettivo di ridurre drasticamente la polarizzazione della società argentina, realizzando un nuovo patto sociale verso la crescita e la stabilità

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L’America Latina è una polveriera, anche se in Europa ben pochi se ne rendono conto e praticamente nessuno, a partire dall’Unione Europea, che ha nell’America Latina un partner da “780 milioni di persone e che fornisce ai lavoratori e alle imprese dell’UE enormi opportunità in paesi con i quali ha forti legami storici”.

Il voto di ieri dell’Argentina è possibile che scuota qualche cancelleria, sicuramente l’elezione al primo turno -come ampiamente previsto da agosto, quando si tennero le primarie- del 60enne Alberto Fernandez, in ticket con la discussa ex Presidente Cristina Fernandez Kirchner, ora nelle vesti di vice-Presidente, rende abbastanza bene l’idea del caos in cui è piombato il subcontinente e in particolare la grande eppure fragile Argentina. Caos, si, ma non per forza negativo, secondo alcuni osservatori.

Di provata fede peronista, uomo del sistema ma da dietro le quinte, avvocato, Fernandez ha guidato la campagna elettorale del Presidente Nestor Kirchner e quella di sua moglie, Cristina, ed stato capo di gabinetto di entrambe i coniugi, divenendo poi un critico della Presidente Cristina. Fernandez ha ottenuto il 48% dei voti, Macri circa il 40%. C’è chi lo considera un moderato -e in questa campagna elettorale ne ha dato prova soprattutto quando si è mosso all’estero, in Europa-, un centristapragmatico, e c’è chi lo considera un pragmatico sima populista, sulla sponda opposta del populismo neoliberalista di Jair Bolsonaro in Brasile o di Donald Trump in USA.
Riconciliato con Cristina, Fernandez, alla testa dell’Alleanza Frente para Todos, ieri ha stravinto e ora è pronto a entrare alla Casa Rosada da padrone, al fianco della ex padrona Cristina, «per chiudere il ciclo storico del neoliberalismo», come ha proclamato in chiusura di campagna elettorale, il ciclo avviato da Mauricio Macri, le cui politiche liberiste «non hanno risollevato l’economia argentina bensì aumentato la povertà», economia ricaduta, dopo la grande crisi del 2001, nuovamente negli anni di presidenza di Cristina, quando lui era capo di gabinetto.

La ricetta di Alberto e Cristina, quella della propaganda elettorale, è il già sentito per eccellenza: mettere fine al ‘fracaso’ economico lasciato da Macri, cancellare il debito, mantenere attive tutte le spese sociali senza toccare il patrimonio dei cittadini andando contro il corrotto e ingiusto FMI. Insomma: il mondo è diviso a metà, da una parte il ‘popolo’ (puro), dall’altra l’élite (corrotta), individuato il leader carismatico va in scena ‘il popolo’ contro ‘l’oligarchia’. Fino a che punto questo andrà in scena con Fernandez se lo chiedono in molti. In effetti, una cosa è la propaganda, altro il vero programma. E il ‘vero’ programma di Fernandez, quello che si è visto trasparire oltre la propaganda nei comizi, pare altro: con ogni probabilità si tornerà alla discussione con il FMI per rinegoziare il debito, al controllo del cambio con il dollaro e ad alcuni provvedimenti di emergenza per far fronte alla povertà, ripetendo quello che fece Nestor Kirchner, eletto nel 2003 in piena crisi economica causata dall’inadempienza argentina a oltre 100 miliardi di dollari in prestiti che aveva costretto il governo argentino alla fine del 2001 ad abbandonare il cambio con il dollaro.

Il peronismo è la variante argentina del populismo -messo in scena nel continente per lo più da soggetti di destra, da Trump a Bolsonaro- che ha fatto il suo esordio nel 1946con l’arrivo al potere di Juan Peron. Tratti autoritari, si disse della sua Presidenza, sconfinanti nel fascismo, eppure divenne una sorta di leggenda per gli argentini per le sue politiche classificabili di sinistra, politiche di massicci investimenti su istruzione, sanità, industria, ridistribuzione della ricchezza del Paese.

Con Carlos Menem, eletto nel 1989, il peronismo virò a destra. Menem fu sicuramente un populista peronista di destra. Le sue politiche neoliberiste però lasciarono l’Argentina spaccata tra una minoranza ricca e la gran parte della popolazione sempre più povera. Arrivò Fernando de la Rúa, e l’Argentina nel 2001 piombò nel peggiore default della sua storia.
Le presidenze di Néstor Kirchner e Cristina Fernández de Kirchner hanno rinvigorito il peronismo populista di sinistra del miglior Peron. Ma Cristina lasciò una pessima eredità economica e sociale a Macri.
Ora tocca a Alberto Fernández che, sicuramente, considerato i suoi precedenti con Néstor e Cristina e considerando la scelta di Cristina alla vice-presidenza, si prevede sarà un peronista populista di sinistra. Certo, ma con tratto in qualche modo nuovo, determinato dalle sue caratteristiche di uomo di dialogo, di mediazione, di compromessi. Fernández è uomo delle vie di mezzo. Sia in politica economica che in politica estera.
Una scelta in qualche modo obbligata, considerando la situazione economica in cui si trova il Paese, dalla quale non può uscire né con ricette neoliberiste spintené con ricette di sinistra spinte. Di qui la sua idea di ritrattare il debito con il Fondo Monetario Internazionale, in modo da contare su questi fondi per dare ossigeno al Paese, senza legarlo mani e piedi ai diktat del Fondo, facendo ritrovare agli argentini la fiducia e il senso di un futuro che dipende solo da loro. Stesso discorso della via di mezzo per quanto attiene la politica estera, schiacciato come si trova con da una parte Bolsonaro e Trump, dall’altra la costellazione dei Paesi in bilico tra la sinistra e il populismo della sinistra estrema, senza, per altro, scordarsi dell’Europa, ondivaga ma pur sempre tendente al progressismo. Senza Trump non c’è possibilità di accordo con l’FMI e gli altri creditori internazionali, senza l’Europa l’Argentina si troverebbe disarmata nei confronti di Trump e a rischio con la Cina.

Così, molto probabilmente il suo sarà un peronismo centrista, con l’obiettivo di ridurre drasticamente la polarizzazione della società argentina, realizzando un nuovo patto sociale verso la crescita e la stabilità, forte delle enormi potenzialità del Paese.

Il peronismo di Fernández sembra dunque destinato essere quello di una sinistra più centrista e pragmatica rispetto a tutti gli esempi di peronismo di sinistra che si sono alternati al potere fino ad oggi, il suo potrebbe essere il populismo probabile’, a differenza dei vari populisti di sinistra e di destra che stanno logorando il Sud America e il Nord America.

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