venerdì, Novembre 15

L’ Arabia Saudita e le spese per la difesa Da Stati Uniti e Russia, Riad acquista sistemi 'anti-Iran'

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In occasione della storica visita del Re Salman bin Abdulaziz Al Saud a Mosca,  l’ Arabia Saudita ha siglato degli accordi preliminari per l’ acquisto di sistemi di difesa aerea S-400, di un sistema missilistico anticarro Kornet-Em, lanciagranate automatico AGS- 30 Atlant, lanciarazzi multipli Tos-1A. Questo quanto rivelato in un comunicato dall’ Industria militare Statale Saudita (SAMI). Quest’ intesa tra la Russia e il Regno prevedrebbe, inoltre, il trasferimento del know how così da facilitare la produzione locale dei diversi sistemi di difesa e la definizione dei luoghi atti al mantenimento del sistema S-400.

Il Triumf S-400 (codice NATO SA-21 Growler) è in servizio dal 2007. E’ stato schierato in Siria, ma anche in Crimea. E’ un sistema anti-missile e anti-aereo capace di intercettare qualsiasi velivolo, compresi missili in un range di 400km e un’ altitudine pari a 30.000 metri.  Ha una doppia efficacia rispetto al suo predecessore ed è l’ unico sistema in grado di sparare 4 tipologie diverse di missile teleguidato, attraverso operazioni totalmente automatiche. E’ caratterizzato da un sistema di controllo, diversi radar, fino ad otto batterie a medio e lungo raggio.

Anche il gigante petrolifero Saudi Aramco starebbe discutendo con i produttori russi di gas naturale liquefatto (LNG) diversi piani di investimento come ad esempio la partecipazione al progetto Novatek Lng, noto come Artic Gnl-2.

Le due controparti hanno poi concordato la produzione di fucili d’ assalto automatici Kalashinkov Ak 103 e delle corrispondenti munizioni. Peraltro, secondo la SAMI, il contratto da 3 miliardi di dollari sarebbe funzionale all’ accrescimento, nel medio termine, della capacità produttiva di armi dell’ Arabia Saudita, così da rendere il Regno progressivamente meno dipendente dalle importazioni: ad oggi, il 98% del fabbisogno logistico-militare è di derivazione estera; entro il 2030, la quota dovrebbe scendere al 50%, nell’ ottica del programma Vision 2030.

L’ Arabia Saudita diventerebbe, dunque, il secondo alleato americano a rivolgersi a Mosca per acquistare della tecnologia di difesa, aggirando Washington. Il primo era stata la Turchia, membro della NATO, che non più tardi di qualche settimana fa aveva annunciato di aver versato l’ acconto per l’ acquisto del sistema S-400, preferendolo ai sistemi dell’ Alleanza Atlantica.

Non era mai successo prima che un alleato così fedele alla NATO scegliesse di acquistare dispositivi militari dalla Russia invece che dagli Stati Uniti. Circostanza impensabile nella Guerra Fredda. Avvenimento assai più singolare se si tiene conto dell’ interoperabilità NATO che viene in un certo qual modo compromessa. In questo modo, la Turchia si lega alla Russia anche per quel che riguarda la manutenzione, allontanandosi, seppur in modo lento, dallo schema classico occidentale.

La stessa linea starebbe seguendo l’ Arabia Saudita, che ha rinnovato il suo proposito di investire 10 miliardi di dollari in Russia, nell’ ottica di una più ampia diversificazione delle alleanze, anche in considerazione del fattore ‘petrolio’, nonostante rimanga granitica la partnership con la Casa Bianca: tra l’ altro, a fine maggio, il Presidente Trump si era recato in visita a Riad, ben predisposto a sottoscrivere un contratto miliardario per la vendita di armi alla controparte sunnita.

Correndo ai ripari, in seguito all’ incontro con Vladimir Putin, Riad avrebbe sottoscritto un altro contratto da 15 miliardi di dollari con gli Stati Uniti per acquistare lo scudo antimissile, il sistema Thaad (Theater High Altitude Area Defense), per intendersi, lo stesso dislocato in Corea del Sud, al confine con il regime di Pyongyang, in grado di coprire, mediante missili a corto e medio raggio, volando a 150 km di altezza, distanze di 200 km. Il Dipartimento di Stato americano sarebbe pronto a vendere alla monarchia sunnita circa 44 lanciatori, 360 missili, con 16 stazioni di controllo e 7 piattaforme radar così da –  a detta del Pentagono – rendere il Regno più sicuro rispetto alla minaccia iraniana, di cui nelle ultime settimane, si è avuta una dimostrazione inequivocabile, con il test del nuovo missile balistico Khorramshahr.

«Questa possibile vendita»come si legge in una nota dell’Agenzia del Pentagono per la sicurezza e la cooperazione – «rientra nel sostegno agli obiettivi di politica estera e sicurezza nazionale degli Stati Uniti, migliorando la sicurezza di un paese amico. Inoltre favorisce gli interessi di politica estera e sicurezza nazionale degli Usa e sostiene la sicurezza a lungo termine dell’Arabia Saudita e della regione del Golfo di fronte alle minacce regionali e dell’Iran».

In concreto, dunque, la vendita del Thaad all’ Arabia Saudita si configura in maniera inequivocabile come un’ azione indiretta contro Teheran, magari nella speranza di provocare una reazione da parte della Repubblica Islamica che giustifichi la non certificazione del JCPOA.

La linea saudita di accrescere il dialogo con Mosca si incasella nella più ampia strategia di contenimento dell’ Iran, alleato della Russia. Considerati i successi che il fronte iraniano sta avendo nella guerra in Siria, espandendo a macchia d’olio la sua influenza con l’ intento di creare una ‘mezza luna sciita’ e il forte contrasto tra Washington e Teheran, la prospettiva di un conflitto potrebbe non essere tanto peregrina. Usare le risorse economiche potrebbe essere l’ unica via di salvezza per Riad.

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