L’America ha fame, il clima anche, e Biden lo sa Più di 50 milioni di persone, nel 2020, hanno sofferto la fame negli USA. L’intervento principale e più difficile è mettere un freno all’agricoltura intensiva, poi ridisegnare l’agricoltura per realizzare un cambiamento positivo per il clima e garantire la sicurezza alimentare

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Feeding America ha stimato che più di 50 milioni di persone, anche causa la pandemia da Covid-19, ma non solo a causa della pandemia -la quale piuttosto è andata a drammatizzare un quadro già gravemente compromesso nel 2020 hanno sofferto la fame negli Stati Uniti.
Secondo l’USDA
(il Dipartimento dell’Agricoltura), negli USA, più di 35 milioni di persone avevanolottato contro la fame nel 2019, mentre nel 2018 erano state 14,3 milioni le famiglie americane afflitte da insicurezza alimentare. La fondazione avverte: ‘Nessuno può prosperare con lo stomaco vuoto’, nessun singolo e men che meno nessun Paese. Non si è unagrande Nazionese su 332 milioni di persone 50 milioni soffrono la fame, il 15,6% della popolazione. Se la stima si dimostrasse corretta, «indicherebbe il numero più alto di individui con insicurezza alimentare e il più grande aumento annuale dell’insicurezza alimentare in oltre vent’anni, inclusa la Grande Recessione», afferma un rapporto del Center for Strategic and International Studies (CSIS).

E il fatto che il resto del mondo non stia meglio non deve essere consolatorio, anzi, è l’altra faccia di una medaglia che tutta intera e subito richiede venga messa al centro delle attenzioni governative. La recessione economica causata dalla pandemia, infatti, è causa dell’aggravamento della insicurezza alimentare in tutto il mondo. Il World Food Programme (WFP) ha esaminato le perdite di posti di lavoro, salari e rimesse, e prevedel’aumento della fame a livello globale, e concludeche la pandemia potrebbe aver spinto 270 milioni nell’insicurezza alimentare acuta nel 2020, un aumento dell’80%  rispetto al 2019.
E attenzione: la fine della pandemia non passerà come una spugna a cancellare questi dati. Joe Biden, dunque, ha un problema gravissimo da affrontare con la massima urgenza: l’America ha fame, il mondo ha fame.

Il modo in cui l’Amministrazione Biden risponderà al problema, influenzerà la sicurezza alimentare -e la reputazione degli Stati Uniti come leader globale- per i decenni a venire, afferma il CSIS. E aggiunge:  «Non esiste un precedente moderno per la crisi di insicurezza alimentare che affligge allo stesso tempo il mondo in via di sviluppo e gli Stati UnitiL’Amministrazione Biden affronta entrambi. Piuttosto che concettualizzare questi problemi come ‘o / o’, l’Amministrazione dovrebbe riconoscere che è nell’interesse nazionale raddoppiare gli investimenti nella sicurezza alimentare sia nazionale che globale. Questi sforzi possono rafforzarsi a vicenda e sull’insicurezza alimentare, come altri mali, la nostra capacità di guidare a livello globale dipende dalla nostra capacità di affrontare le sfide a casa».

Il governo degli Stati Uniti ha tollerato a lungo livelli elevati di insicurezza alimentare all’interno dei suoi confini: negli ultimi 20 anni, la percentuale di persone che vivono in famiglie con insicurezza alimentare raramente è scesa al di sotto del 10%.

Ora Biden deve affrontare il problema, in caso contrario il rischio è che la situazione sociale gli scoppi tra le mani. Farlo richiede una serie di interventi coordinati, e deve essere fatto sia sul fronte interno che sul fronte esterno.
All’interno si tratta di attuare immediate riforme che aumentino i redditi e la ricchezza Biden dovrebbe mantenere la sua promessa di aumentare il salario minimo federale, poiché nessun progresso reale avverrà fino a quando i redditi non aumenteranno insieme a miglioramenti nell’assistenza sanitaria, nell’istruzione e nelle infrastrutture per tutti gli americani. Richiederebbe anche sforzi per intervenire sulle fasce della popolazione più colpite dall’insicurezza alimentare donne, veterani, neri, latini e nativi americani.

L’altro fronte di intervento è quello esterno. L’Amministrazione Biden dovrà aggiornare la Global Food Security Strategye contestualmente «il modo in cui implementiamo queste politiche: la cooperazione tra agenzie non ha mantenuto la sua promessa e il Presidente avrà la possibilità di designare una nuova leadership -alla Casa Bianca o al Dipartimento di Stato- per coordinare efficacemente gli sforzi dei dipartimenti e delle agenzie che si occupano della sicurezza alimentare globale». Un intervento che dovrà essere intimamente connesso con la politica ambientale.

Per quanto attiene agli interventi domestici, Biden dovrà lavorare intanto per incidere su quello che viene definito il ‘divario ideologicotra le popolazioni delle aree rurali e quelle delle aree urbane, determinato dal fatto che negli ultimi decenni c’è stato uno scollamento culturale ed economico che non favorisce l’attuazione di politiche volte alla ricostruzione della sicurezza alimentare nel Paese. Gli americani delle aree rurali non ‘capiscono’ quelli dei grandi centri, e la popolazione urbana ‘non capisce’ la popolazione rurale e non di rado la guarda con fastidio. E per altro non è un fenomeno solo americano.

Le comunità rurali forniscono gran parte del cibo e dell’energia che alimentano la vita nei centri urbaniE si tratta di popolazione per lunghi anni trascurate.  «Dopo decenni di sfruttamento e abbandono di risorse, necessitano di una forte infrastruttura connettiva e di opportunità per perseguire la prosperità regionale». Sono vittime della   «mancanza di investimenti nella banda larga, nelle scuole, nel lavoro, nelle fattorie sostenibili, negli ospedali, nelle stradepersino nel servizio postale degli Stati Uniti», il che ha spinto sempre più gli elettori rurali a cercare un cambiamento dalla politica nazionale. E questa forte fame di cambiamento ha dato credito allepromesse di Donald Trump un ‘fenomeno politico’ che affonda le radici in questo contrasto.
Per altro, la popolazione metropolitana lamenta che il Collegio elettorale e il Senato degli Stati Uniti conferiscono agli Stati meno popolosi e rurali un potere sproporzionato a livello nazionale. In questa divaricazione tra le due Americhe affonda un contrasto politico tra rurale e urbano che Biden deve provare sanare.

Sul fronte domestico, dunque, Biden dovrà condurre una serie di azioni concrete immediate.

Una di queste azioni, molto più concreta di quanto potrebbe sembrare, è perseguire la giustizia razziale nell’America rurale.

«Un residente rurale su cinque è gente di colore e ha una probabilità da due a tre volte maggiore di essere povero rispetto ai bianchi delle campagne. I diversi residenti rurali hanno anche molte più probabilità di vivere in aree povere che sono state descritte come ‘ghetti rurali’. Più del 98% dei terreni agricoli statunitensi è di proprietà di bianchi, mentre oltre l’83% dei lavoratori agricolisono ispanici. Le riforme della giustizia penale e dell’applicazione della legge che si verificano nelle città hanno meno probabilità di raggiungerecomunità piccole o remote, lasciando le minoranze rurali vulnerabili alla discriminazione e al vigilantismo, con limitate possibilità di ricorso».
Il governo federale «può migliorare le protezioni sul posto di lavoro per i lavoratori agricoli,rafforzare la protezione delle terre ancestrali e della sovranità tribale fornire una leadership permigliorare l’accesso rurale alla giustizia»,rilevano Ann Eisenberg, Jessica A. Shoemaker eLisa R. Pruitt, docenti di diritto, specializzate nell’assistenza legale alle comunità rurali..

La concretezza, fanno notare le tre docenti, è stata alla base delle due più riuscite lotte contro lapovertà rurale negli USA, quella che ha fatto seguito all’intervento federale su larga scala tramite il New Deal di Franklin Roosevelt, e la Guerra alla povertà di Lyndon Johnson. Si intervenne sull’edilizia scolastica, sulla costruzione di rapporti stabiliti tra università e comunità per il progresso agricolo ed economico, si finanziò l’istruzione primaria e si rese più accessibile l’istruzione superiore, si ampliò la rete di sicurezza sociale per affrontare la fame e altri bisogni sanitari.
Replicare un programma del genere significalavorare sul territorio, sulle infrastrutture, internet in primo luogo, e poi sul rafforzamento delle istituzioni locali.
«Internet ad alta velocità è la porta d’accesso a tutto. L’istruzione, il lavoro, l’assistenza sanitaria, l’accesso alle informazioni e persino la vita sociale dipendono direttamente dalla banda larga. Nel 2018 il 22,3% dei residenti rurali e il 27,7% dei residenti delle terre tribali non avevano accesso a Internet ad alta velocità, rispetto all’1,5% dei residenti urbani». «La riclassificazione della banda larga come servizio pubblico » Trump ha abolito il provvedimento con il quale Obama l’aveva classificata appunto come servizio pubblico come l’elettricità «potrebbe aiutare a colmare il divario digitale».

Altro provvedimento essenziale è la preservazione dei governi locali. «Molti governi locali rurali stanno affrontando una crisi invisibile, il collasso fiscale». Le ragioni stanno nella crisi del settore manifatturiero, minerario, del legname e dell’agricoltura di questi centri rurali. «La perdita di posti di lavoro e il declino della popolazione significano meno entrate fiscali per mantenere il governo locale in funzione».
Washington potrebbe implementare i sussidi per lo sviluppo comunitario e i prestiti e le sovvenzioni per lo sviluppo economico rurale che consentono alle comunità di investire in beni a lungo termine come i miglioramenti delle strade principali e gli alloggi.
Gli attivisti rurali chiedono anche un
ufficio federale per la prosperità rurale o le transizioni economiche che potrebbero fornire una guida sulla necessità diffusa di invertire il destino delle comunità rurali in declino».

L’intervento principale e più difficile da attuare, specialmente in un clima come quello attuale, reso irrespirabile dalla polarizzazione politica, è mettere un freno all’agricoltura intensiva.
«Solo il 6% della popolazione rurale vive ancora in contee con economie dipendenti dall’agricoltura. Decenni di politiche a favore del consolidamentodell’agricoltura hanno svuotato vaste aree rurali. L’8% delle aziende agricole più grandi del Paesecontrolla oltre il 70% dei terreni agricoli americani e le popolazioni rurali sempre più sopportano il peso delle decisioni prese nei consigli di amministrazione dell’agroalimentare urbano. Le comunità rurali hanno sempre meno ricchezza.La popolazione nelle contee con una agricoltura industrializzata hanno maggiori probabilità di avere acqua potabile non sicura, redditi inferiorie maggiore disuguaglianza economica».
Le comunità rurali hanno urgente
bisogno di una politica agricola capace di spezzare «i monopoli agricoli», e poi, ma è un derivato, «migliori condizioni per i lavoratori agricoli, politiche di conservazione che proteggano effettivamente la salute rurale e una politica alimentare che affronti la fame rurale, che supera l’insicurezza alimentare nelle aree urbane».
Il problema dell’accessibilità dei terreni è altro grosso problema collegato al monopolio della terra da parte di una piccola minoranza. Per i giovaniagricoltori è il più grande ostacolo. «Il sostegno federale a questi nuovi agricoltori, come quello immaginato nel proposto Justice for Black Farmers Act o in altre riforme del diritto di proprietà, potrebbe aiutare a ricostruire un sistema agricolo diversificato, sostenibile e radicato in stretti legami con le comunità rurali».

Spezzare i monopoli è essenziale per rispondere alla fame dell’America e del mondo -oltre che per la ripresa delle comunità rurali. Il motivo lo spiega bene Stephanie Anderson, giornalista specializzata in agricoltura e cresciuta in una comunità rurale di agricoltori e allevatori. «La moderna produzione alimentare americana rimane prevalentemente convenzionaleCon la globalizzazione dei mercati alimentari, all’inizio del 1900, gli agricoltori iniziarono a specializzarsi in colture di materie prime selezionate e animali per aumentare i profitti. Ma la specializzazione rendeva le aziende agricole meno resilienti: se il raccolto chiave falliva o i prezzi di quel prodotto scendevano» le aziende crollavano, non avendo altra fonte di reddito. Così le piccole fattorie gradatamente sono scomparse, o perchè morte o perché, sull’orlo del fallimento, i proprietari hanno ceduto, venduto e si sono fuse in quelle più grandi. Una tendenza che continua ancora oggi, quando i bilanci delle aziende agricole sono sempre più stressati dai prezzi bassi dei prodotti, dai dazi e dai prestiti pregressi.
Allo stesso tempo, «sul mercato si sono imposti nuovi macchinari e prodotti chimici per l’agricoltura. Gli agricoltori si sono adeguati all’offerta, cercando di rimanere in attività,specializzarsi ulteriormente e aumentare la produzione».
Negli
anni ’70, poi, le politiche federali spinsero sempre più le aziende agricole a diventare grandi, la parola d’ordine era ‘Get big or get out.
Negli anni successivi, con critici come l’organizzazione no-profit Food and Water Watch, si iniziarono a sollevare preoccupazioni su questo tipo di agricoltura e in particolare sulla ricerca universitaria del settore agricolo finanziata dai privati, sostenendo che tale finanziamentocorrompeva la missione di ricerca pubblica delle università, di fatto distorceva la scienza che dovrebbe aiutare gli agricoltori a migliorare le loro pratiche e a ottenere i mezzi di sussistenza esosteneva solo gli «studi favorevoli all’agrobusiness e mettendo a tacere gli scienziati i cui risultati sono in conflitto con i principi industriali».
Le grandi aziende agricole, oltre gravare sulla ricerca universitaria «hanno anche plasmato le politiche del governo a loro favore, le quali hanno incoraggiato la crescita di grandi aziende agricole industrializzate che fanno affidamento su semi geneticamente modificati, prodotti agrochimici e combustibili fossili».
Il risultato oggi è che quel poco di piccole e medie aziende agricole che sopravvivono, nella maggior parte dei casi con un indebitamento pesantissimo, sono «intrappolate» in questo sistema, che per un verso porta loro all’autodistruzione per fallimento, e affama la gente, per l’altro verso corrode la salute pubblica, e per l’altro verso ancora non fa che ingrandire all’infinito le già elefantiache multinazionali del settore alimentare.

Il fatto che Biden abbia deciso di affidare il Dipartimento all’Agricoltura a Tom Vilsack, già su quella poltrona nell’Amministrazione Obama, ha fatto mettere in dubbio che Biden sia davvero intenzionato a cambiare la politica agricola, a imprimere la svolta radicale che, sia dal punto di vista economico che dal punto di vista ambientale, il settore richiederebbe. Vilsack ha trascorso gli ultimi quattro anni a fare il dirigente marketing per grandi industrie agroalimetari, è stato definito ‘mister OGM’, «il timore è che la sua leadership si traduca in ‘agribusiness as usual».
E le perplessità su Vilsack sono davvero cruciali, sia sul fronte domestico che su quello esterno. Perchè sotto accusa è proprio l’agribusiness as usual’, l’agricoltura intensiva: è il modello di agricoltura da sconvolgere, meglio, da invertire a 360 gradi, se si vuole dare da mangiare all’America e al mondo. ….e se si vuole davvero perseguire e raggiungere l’obiettivo di una politica ambientale capace di fermare il cambiemanto del clima, sì, perché i due obiettivi sono intimamente connessi, anzi, indivisibili.


Il CSIS lo dice chiaramente: «
Il nostro attuale modello di agricoltura non ha dato i risultati desiderati. L’insicurezza alimentare globale è aumentata ogni anno dal 2014, incluso in quasi tutti i Paesi target di Feed the Future, e anche la forma più economica di una dieta sana rimane fuori dalla portata di 3 miliardi di persone in tutto il mondo».

Per tanto si tratta di intervenire per capovolgere completamente il modello di agricolturausual,mettere in pista alternative, autenticamente sostenibili, sia sul fronte domestico che su quello internazionale.

«Biden ha già aderito all’accordo di Parigi, inaugurando una rinnovata attenzione al cambiamento climatico. Tuttavia, qualsiasi
sforzo per affrontare il cambiamento climatico sarebbe incompleto se non includessero i sistemi alimentari come parte della soluzione, aiutando questi sistemi a mitigare e adattarsi ai cambiamenti climatici», «la grave perdita di biodiversità è inestricabilmente collegata e dovrebbe essere integrata in un’agenda sul clima».

«Per realizzare un cambiamento positivo per il clima, la natura e le persone, il ripensamento di sistemi alimentari robusti, rigenerativi e resilienti dovrebbe essere un’agenda prioritariaper l’Amministrazione. I sistemi alimentari sono fondamentali per garantire ai 10 miliardi di persone che vivono nel mondo nel 2050 l’accesso a cibo sicuro, sano e nutriente. Ma è evidente che l’agricoltura è uno dei principali motori del cambiamento climatico e del degrado della natura».

«L’agricoltura contribuisce in modo significativo alle emissioni globali, in particolare metano e protossido di azoto, limitando la nostra capacità di impedire al nostro pianeta di riscaldarsi al di sopra di 1,5 gradi Celsius. A livello globale, più della metà della terra arabile del mondo e oltre il 70% dell’acqua dolce vengono utilizzati per produrre prodotti agricoli, principalmente bestiame, mangimi per bestiame e biocarburanti. L’agricoltura è una fonte significativa di inquinamento derivante dal deflusso di fertilizzanti e prodotti chimici, nonché dai rifiuti agricoli. Studi globali rivoluzionari hanno chiaramente indicatol’agricoltura come il motore principale della conversione della terra, che è di per sé una delle principali fonti di emissioni di gas serra (GHG) e la causa principale della perdita di habitat naturale e di biodiversità».

«Eppure, l’agricoltura può essere parte della soluzione per la natura e il clima. Ma dobbiamo agire ora per cambiare radicalmente il modo in cui produciamo, trasportiamo, commercializziamo e consumiamo il cibo».

L’Amministrazione Biden, sostiene il CSIS, «dovrebbe intraprendere azioni verso un sistema alimentare robusto, rigenerativo e resiliente nelle sue politiche e programmi negli Stati Uniti e all’estero. I nostri obiettivi a livello nazionale e globale sono gli stessi: fornire un’alimentazione sicura, sana e accessibile per tutti; sostenere fiorenti famiglie e comunità rurali; affrontare il cambiamento climatico; e sostenere la biodiversità e la natura».

Un percorso in questa direzione, per altro intrapreso da tempo da alcune aziende agricole americane, è quello della agricoltura rigenerativa, che permette di creare nuove risorse nei terreni, riportandoli ai livelli preindustriali, una buona alternativa per l’ambiente e per gli agricoltori, poiché consente loro di ridurre l’uso di prodotti chimici per l’agricoltura rendendo la loro terra più produttiva.L’agricoltura rigenerativa, infatti, libera gli agricoltori dalla dipendenza dai prodotti dell’agrobusiness. Ad esempio, invece di acquistare fertilizzanti sintetici per la fertilità del suolo, i produttori fanno affidamento sulla rotazionedelle colture, sulla semina senza aratura e sulla gestione degli impatti del pascolo del bestiame. Per gli agricoltori tutto ciò significa risparmio economico, liberazione dalla dipendenza dalle multinazionali, e maggior rendimento; per l’ambiente significa iniziare a invertire la rotta verso l’autodistruzione che si sta percorrendo.

Una alternativa all’agricoltura intensiva in linea con gli obiettivi della politica ambientale praticamente obbligata.  «Il cambiamento climatico, infatti, sta rendendo sempre più difficile per gli agricoltori continuare a fare agricoltura convenzionaleL’Intergovernmental Panel on Climate Change(IPCC) delle Nazioni Unite ha avvertito che senza una rapida azione per ridurre le emissioni di gas a effetto serra nel prossimo decennio, il riscaldamento innescherà impatti devastanti come incendi, siccità, inondazioni e carenza di cibo.

Agli agricoltori, il cambiamento climatico su larga scala causerà una diminuzione della resa e della qualità delle colture, stress da calore per il bestiame, epidemie, desertificazione nei pascoli, riduzioni nella disponibilità di acqua ed erosione del suolo», spiega Stephanie Anderson.
«L‘agricoltura rigenerativa è una risposta efficace al cambiamento climatico perché i produttori non utilizzano prodotti agrochimici -molti dei quali derivano da combustibili fossili- e riducono notevolmente la loro dipendenza dal petrolio. Le esperienze degli agricoltori che hanno adottato l’agricoltura rigenerativa mostrano che ripristina il carbonio nel suolo, bloccando letteralmente il carbonio nel sottosuolo, invertendo anche la desertificazione, rigenerando i sistemi idrici, aumentando la biodiversità e riducendo le emissioni di gas serra. E produce cibo ricco di nutrienti e promette di ravvivare le comunità rurali e ridurre il controllo aziendale del sistema alimentare».

«I ricercatori di Project Drawdown, un’organizzazione senza scopo di lucro che lavora arisposte sostanziali ai cambiamenti climatici, stimano che la terra dedicata all’agricoltura rigenerativa in tutto il mondo aumenterà da 108 milioni di acri attualmente a 1 miliardo di acri entro il 2050. Iniziano esserci più risorse per aiutare gli agricoltori a compiere la transizione, come gruppi di investimento, programmi universitari e reti di formazione da agricoltore ad agricoltore. Le vendite di alimenti biologici continuano a crescere» il che significa che i consumatori stanno cercando i prodotti di questa agricoltura. Anche alcune grandi aziende alimentari come General Mills stanno abbracciando l’agricoltura rigenerativa.

Un obiettivo fondamentale del prossimo Farm Bill, afferma il CSIS, «dovrebbe essere quello di reindirizzare il sostegno agricolo federale per incentivare e fornire sistemi alimentari che soddisfino gli obiettivi e le priorità nazionali relativi alla nutrizione, alla sicurezza alimentare,all’agricoltura e all’economia rurale, al clima. Agricoltori e allevatori necessitano di reti di sicurezza robuste e affidabili per mitigare il rischio, soprattutto in tempi difficili. Il sostegno federale dovrebbe essere riallineato per aiutare a fornire cibo sicuro, economico e sano proteggendo al contempo il nostro ambiente e rafforzando la redditività dei produttori, le comunità locali e la resilienza delle aziende agricole.
Negli Stati Uniti, questo potrebbe significare incentivare le pratiche agricole rigenerative attraverso i programmi Farm Bill. I programmi di conservazione e gli sforzi di conformità -requisiti federali che legano l’assicurazione delle merci e dei raccolti per supportare la gestione delle risorse naturali e la conservazione del suolo, delle zone umide, delle praterie, delle foreste e delle risorse di acqua dolce- dovrebbero essere notevolmente rafforzati e applicati ampiamente. In un esempio, la disposizione SodSaver, che protegge i prati dalla lavorazione del terreno riducendo i premi assicurativi federali sui raccolti sui terreni convertiti dalla prateria nativa, dovrebbe essere obbligatoria per tutti gli Stati. Dobbiamo riesaminare gli incentivi che guidano la produzione di biocarburanti, in particolare l’etanolo. Dobbiamo anche eliminare la perdita e lo spreco di cibo, che è un’enorme inefficienza nel nostro sistema alimentare. Il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) , la Food and Drug Administration (FDA) e l’ Agenzia per la protezione dell’ambiente (EPA) hanno già stabilito una strategia interagenzia federale per ridurre la perdita e lo spreco di cibo del 50% entro il 2030. Dobbiamo eliminare tutti gli sprechi alimentari per garantire che le risorse sacrificate per produrre il nostro cibo non vengano sperperate».

«Un approccio allo sviluppo agricolo del ventunesimo secolo deve integrare la natura e il clima negli interventi di sicurezza alimentare e resilienza», afferma CSIS, e i «programmi dovrebbero anche essere progettati per funzionare entro i confini planetari, altrimenti rischiamo di generare guadagni a breve termine a scapito del fallimento a lungo termine».

Investire nella sicurezza alimentare all’estero porta benefici anche all’economia statunitensesottolinea CSIS, «si prevede che quasi tutta la crescita della popolazione mondiale nei prossimi 30 anni avverrà nei Paesi in via di sviluppo, mercati potenzialmente enormi per le esportazioni statunitensi. Il miglioramento della sicurezza alimentare può anche essere parte degli sforzi globali per stabilizzare le aree fragili e colpite da conflitti, dove l’instabilità può avere conseguenze molto reali per gli Stati Uniti. Recuperare la leadership globale è fondamentale per contrastare l’influenza della Cina ed espandere la nostra nei Paesi in via di sviluppo; la Cina sta estendendo la sua Belt and Road Initiative, e mentre gli Stati Uniti si ritiravano dal multilateralismo, la Cina ha assunto posizioni di leadership in quattro principali agenzie delle Nazioni Unite, compresa l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura».

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