sabato, Settembre 21

L’Africa Occidentale sotto la minaccia dei foreign fighters africani Alle prese con i combattenti che stanno ritornando o potrebbero tornare nei loro Paesi di origine

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Con la sconfitta territoriale dello Stato islamico in Siria, nel marzo 2019, la situazione della sicurezza nell’Africa occidentale, in particolare nella regione Sahel e del bacino del Lago Ciad, potrebbe peggiorare. A sostenerlo è l’Institute for Security Studies (ISS). L’Africa, insomma, si trova davanti allo stesso problema europeo: il ritorno dei foreign fighters.

E’ di ieri la notizia che combattenti del gruppo della Provincia dell’Africa occidentale dello Stato islamico (Iswap), branca di Boko Haram affiliata all’Isis, hanno lanciato un attacco all’alba di lunedì contro una base vicino alla città di Baga, sul lago Ciad, nel nord-est della Nigeria. Il bilancio è di almeno 25 soldati morti e 40 jihadisti uccisi.

 L’Unione Africana ha stimato che 6.000 africani potrebbero tornare dalla Siria e non solo, ma gli Stati dell’Africa occidentale hanno pochi dati sul fenomeno. Pochi governi nella regione riescono stimare quanti cittadini hanno aderito allo Stato islamico in Siria e Iraq, Libia, Nigeria o Mali.

Il principio della libera circolazione delle persone e dei beni nell’Africa occidentale e la natura porosa delle frontiere richiedono un ripensamento delle risposte necessarie per affrontare il fenomeno, secondo ISS.

Il centro studi richiama il caso, di un anno fa, di 13 cittadini senegalesi condannati per atti di terrorismo, dodici di loro si erano uniti a Boko Haram in Nigeria, il tredicesimo a Katiba al-Furqane, un ramo di al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) in Mali. Durante il loro viaggio hanno attraversato diversi Paesi, spostandosi da Kaolack, in Senegal, e passando per Mali, Burkina Faso e Niger, in rotta verso Abadam nel nord-est della Nigeria.
Al loro ritorno, avevano programmato di ripetere il viaggio via terra, diviso in tre gruppi. Mentre il primo gruppo ha raggiunto il Senegal, il secondo è stato arrestato per detenzione di banconote false in Niger. Il terzo, dopo una breve detenzione in Nigeria e rimpatrio per via aerea, è rimasto in libertà in Senegal. L’obiettivo degli estremisti era quello di stabilire una provincia dello Stato islamico nel sud del Senegal che si estendesse in Gambia, Guinea-Bissau e Guinea.

Il movimento di cittadini tra Paesi per unirsi a gruppi estremisti violenti nella regione non è nuovo. Diversi gruppi terroristici in Africa occidentale hanno africani di varie nazionalità nei loro ranghi e nella loro leadership.

Gli africani occidentali hanno generalmente combattuto in Paesi vicini e in gruppi come AQIM, il Movimento per l’unità e la Jihad in Africa occidentale (MUJAO) in Mali e Boko Haram in Nigeria. Con l’annuncio del califfato dello Stato Islamico in Libia nel 2014, molti combattenti dell’Africa occidentale si sono uniti a gruppi estremisti in Libia. Questa decisione è stata senza dubbio influenzata dalle difficoltà nel raggiungere la Siria. L’ex portavoce dello Stato islamico, Abu Muhammad al-Adnani, aveva invitato coloro che non erano in grado di recarsi in Iraq o in Siria a combattere in Africa occidentale.

Ora l’Africa occidentale è alle prese con i combattenti che stanno ritornando o potrebbero tornare nei loro Paesi di origineDi conseguenza, sostiene ISS, l‘Africa occidentale potrebbe vedere un aumento degli estremisti che tornano nei loro Paesi di origine. Potrebbe esserci anche un trasferimento nell’Africa occidentale di africani da altre regioni e combattenti non africani che si ritirano temporaneamente dalla Siria per unirsi o fondare cellule in Africa.

Nel 2017, l’Unione Africana (UA) aveva espresso preoccupazione per una possibile minaccia alla sicurezza derivante da questi combattenti che, anche se imprigionati, potrebbero reclutare altri o pianificare attacchi. La rinascita degli attacchi terroristici da parte di gruppi fedeli ad al-Qaeda e allo Stato Islamico nel bacino del Sahel e del Lago Ciad, e la diffusione dell’estremismo nei Paesi costieri dell’Africa occidentale, richiede che le politiche siano adattate per affrontare i combattenti stranieri, affermano da ISS. 

La natura transnazionale dell’estremismo violento è facilitata dalla corruzione e dall’inefficace controllo delle frontiere degli Stati dell’Africa occidentale, in particolare in alcune aree dell’asse migratorio Libia-Niger-Nigeria.
Le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel 2014 e 2017 hanno invitato gli Stati a controllare i propri confini e scambiare informazioni per arginare il flusso di combattenti stranieri.
Nell’Africa occidentale, la mancanza di risorse tecniche e finanziarie è una delle ragioni della scarsa attuazione di queste risoluzioni. Vi è inoltre una mancanza di condivisione delle informazioni sui detenuti collegati a gruppi estremisti violenti e una scarsa cooperazione in materia di azione penale, riabilitazione e reinserimento di combattenti stranieri rimpatriati o ricollocati.

L‘attuale strategia di propaganda dello Stato Islamico in Africa, le sue campagne di reclutamento e l’opportunismo hanno contrastato le risposte tradizionali, in gran parte militari, dello Stato al terrorismo. Man mano che si invitano a nuovi approcci, compreso il coinvolgimento con gli estremisti, è necessaria una migliore comprensione delle reti, dei legami etno-linguistici e religiosi tra i gruppi. Comprendere come arruolano al di fuori delle loro aree operative renderà più efficaci le strategie nazionali e regionali.

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