venerdì, Maggio 24

L’Abbazia, crocevia fra passato e futuro Il ‘miracolo’ di un imprenditore generoso e di un battagliero sacerdote, consente la riunificazione dopo 236 anni di un millenario monastero alle porte di Firenze, per farne luogo di spiritualità, dialogo e accoglienza e, secondo Carlo Petrini, d’apertura verso la generazione di Greta e del ‘Friday for future’

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Come la devastazione di una cattedrale simbolo di storia religiosità e letteratura qual è Notre -Dame de Paris ferisce il cuore, così lo allieta il pieno recupero di un bene di straordinario valore quale la millenaria Abbazia di Badia a Settimo, alle Porte di Firenze, avvenuto in questi giorni. E’  questo “miracolo non piccolo” , come lo definisce Sergio Staino, il grande disegnatore e vignettista che abita da quelle parti, che vogliamo qui descrivere e approfondire nei suoi molteplici significati. Innanzitutto di che si tratta? Di un atto generoso di donazione che ha consentito, dopo 236 anni, la riunificazione di un patrimonio di straordinario valore religioso, culturale, storico  artistico e architettonico come l’Abbazia di S.Salvatore e San Lorenzo a Settimo, conosciuta come Badia Settimo, finalmente riunificata, sottratta al degrado e restituita nella sua interezza  alla comunità religiosa ed al territorio.

Un “miracolo non piccolo, aggiunge Staino, “dovuto a due uomini, due personaggi così diversi ma uniti da un comune sentire:  un prete di grande cultura e molto battagliero – don Carlo Maurizi, priore  della Badia – ed un imprenditore coraggioso- Paolo Nocentini, che partito da famiglia povera ha dato alla sua impresa, la Savino del Bene,  un’impronta internazionale.  E’ dall’incontro tra  queste due spiritualità, quella religiosa e quella laica e di sinistra, dall’empatia sorta tra i due, che  si è avverato un sogno rincorso per lunghi anni, che darà un grande beneficio al territorio, al Paese e all’Europa, anche dal punto di vista filosofico e culturale“.  

Parole forti e sentite quelle del disegnatore,  che danno il giusto significato ad un atto di donazione del tutto inconsueto in questi tempi di disinteresse verso il bene comune, o del suo asservimento ad interessi  speculativi. Qui ci troviamo di fronte a qualcosa di molto diverso: cioè, alla sensibilità di un imprenditore che ha acquistato da privati l’altra metà del complesso ( anzi, di più, si parla di 2 terzi)  per donarla alla FondazioneOpera della Badia a Settimo‘ affinché sia rimarginata “una dolorosa ferita, e si realizzi un’oasi dell’anima in un mondo ripiegato nel consumo“.  Una donazione senza contropartite. Quanto è costata l’operazione? Lo chiedo allo stesso imprenditore il cav. Paolo Nocentini.  “Sa come le rispondo? Con  le stesse parole con le quali mia nonna era solita rispondere alla domanda del nonno, di quanto avesse pagato quella tal cosa: “quanto bastava per comprarla!”.  Secondo voci sembra che l’impegno di spesa  sia di 2 milioni e mezzo, quasi tre milioni di euro. Don Carlo Maurizi, il battagliero prete che  da 27 anni si batte per il totale recupero e restauro del monastero ( nella parte religiosa già largamente avvenuto) parla, a proposito di questo dono  come di un atto dovuto alla “Divina Provvidenza che nella persona di Paolo Nocentini  e nel suo pensiero forte, ricco di grande sensibilità spirituale, ha dato risposta definitiva  e luminosa alla speranza di recuperare integralmente questo luogo che costituisce una porzione nobile e non secondaria del patrimonio ecclesiale e di civiltà di Firenze e dell’Europa stessa. Ma come si è arrivati a questa decisione improvvisa  che ha sorpreso un po’ tutti? Sergio Staino ci scherza su, cercando di spronare Nocentini a  dire qualcosa: “Di solito i comunisti si convertono mezz’ora prima….com’è successo che ti sei deciso ora a compiere questo passo?  In realtà”,  risponde seriamente Nocentini,  “al problema fui  interessato da don Carlo anni addietro, dopo che l’allora sindaco di Scandicci  Simone Gheri ci aveva presentati. Allora non sapevo che a Scandicci ci fosse un monastero di questa importanza, la cifra richiesta non era proibitiva ma non vedevo che uso farne….don Carlo mi chiese l’aiuto per  una famiglia disagiata, quindi per un’altra ancora, ma non potevo sobbarcarmi – così gli dissi- dei problemi della parrocchia….poi invece col tempo, pur ritenendomi un anticlericale, cominciai ad appassionarmi al problema dell’Abbazia, alla sua storia, anche al  mio bisogno di spiritualità e di semplicità cristiana, alla necessità di coniugare spirito e materia all’interno di questo luogo e all’idea di farne un luogo aperto e non commerciabilizzabile.

Un amico  di entrambi mi dice che sia Nocentini che don Carlo erano entrati a far parte  come soci onorari di Slow Food, il movimento fondato una ventina d’anni fa da Carlo Petrini. E che la sezione di Scandicci era una delle più vaste d’Italia, con oltre 700 soci. E lo è tutt’ora, dispiegando la propria attività anche sul territorio circostante con iniziative che toccano i temi dell’educazione alimentare, dei cambiamenti climatici, della difesa delle biodiversità e altri ancora. E questa spiega perché lo stesso Petrini abbia ‘tenuto a battesimo’  insieme all’Arcivescovo  di Firenze, mons. Giuseppe Betori, questo atto.  Di questo antefatto mi dà conferma lo stesso Carlo Petrini: “frequentavo Scandicci già da allora, qua il movimento aveva messo solide radici e spesso  mi trovavo a dibattere le problematiche portate avanti da Terra Madre, che sono quelle che poi si ritrovano anche in quel documento “rivoluzionario’ che è l’Enciclica ‘Laudato sì’ di papa Francesco ( per la cui edizione italiana lui stesso ha scritto, su richiesta dello stesso Pontefice, la prefazione, ndr)”.  E’ così dunque che il Cav. Paolo Nocentini  si è convertito alla causa della Badia e alla sua ricomposizione, arrivando   laddove non sono arrivate le pubbliche istituzioni. Ma chi è questo coraggioso benefattore? E’ un imprenditore di 78 anni, fiorentino, presidente di uno dei colossi mondiali della logistica, la Savino Del Bene,  un’azienda che fattura 1,5 miliardi l’anno e che vanta oltre 4 mila dipendenti nel mondo. La sede principale è a Scandicci. Entrando molti anni fa da fattorino, ha scalato tutti i gradini dell’azienda  arrivando ai vertici. Uno che non ha mai rinnegato il suo spirito comunista, partecipe delle  lotte operaie e per la democrazia, così come delle vicende della comunità dell’Isolotto di don Mazzi. Allora dell’Abbazia non sapeva niente, oggi si sente coinvolto nelle scelte di don Maurizi che tendono a recupere i valori del passato per  farli vivere nel presente e proiettarli nel futuro.

Quali questi valori? Quale il ruolo storicamente svolto dall’Abbazia? Vale la pena ripercorrerne in breve la storia millenaria. Fondata nel 998 dai Cadolingi, una dinastia di feudatari longobardi calati in terra di Tuscia e dedicata a S.Salvatore, un monaco irlandese fattosi benedettino che aveva disseminato l’Europa di monasteri, nel corso dei secoli è stata testimone e protagonista delle grandi vicende che hanno coinvolto la Chiesa, Firenze e  l’Europa. Benedettini, Circestensi, Vallombrosiani si sono avvicendati alla sua guida, facendone un punto avanzato nei processi di rinnovamento ecclesiale. Nel periodo della Firenze repubblicana, i monaci ne avevano fatto un importante motore di sviluppo e di progresso, tanto da essere definita ‘La Porta di Firenze’, data la vicinanza all’Arno e al porto cui approdavano le merci provenienti  anche da terre lontane. Sul piano politico e religioso, dalla prova del Fuoco di Pietro Igneo ( 13 febbraio 1068), che sancì l’affrancamento della città da un potere religioso corrotto, fino alla custodia del sigillo della Repubblica, il rapporto con la città è sempre stato stretto, poiché l’azione religiosa, spirituale, culturale si accompagnava alle opere di bonifica della piana, alla navigazione del fiume, alla produzione agricola e degli ortaggi, al contributo dato nella costruzione della terza cerchia muraria e della Cupola. Molti vi trovarono rifugio per sfuggire alla peste del 1348. Un giovane e brillante storico dell’arte, che all’Abbazia ha dedicato un dotto volume, Marco Gamannossi, ricorda “quanto questo monastero sia stato fondamentale per la cultura benedettina europea, di quante meraviglie dell’arte e della fede contenga e del ruolo che ha giocato per far nascere e sbocciare l’identità di Firenze. Un fiore meraviglioso di pietra, di mattoni, di colori e di scultura. Eppure sfregiato in decenni di abbandono, di utilizzi poco consoni e di migliaia di promesse elettorali sventolate e poi abbandonate”.  

Senza peli sulla lingua, con il coraggio e la schiettezza che lo contraddistingue, il parroco don Carlo, ricorda quanto grande sia stato l’apporto della civiltà monastica alla storia e alla cultura europea: “serve studiare di più e chi ha la responsabilità di informare dovrebbe abbandonare un linguaggio spesso fatto di slogan senza nessun fondamento, come quando si cita il medioevo come sinonimo di aberrazione e regressione. Ce ne fossero di personalità come gli Abati del medioevo a governare la terra!”  E sul loro esempio, lui stesso nel periodo che ha avuto la responsabilità di custodire e valorizzare questa memoria storica, che consta anche di importanti testimonianze d’arte (fra l’altro, vi lavorò anche uno dei grandi Maestri del Rinascimento come Domenico Ghirlandaio), si è battuto affinché la Sovrintendenza  provvedesse a partire dal 1998, al restauro della Chiesa  e del palazzo abbaziale, al restauro delle fortificazioni trecentesche e della cripta del X secolo, al parco delle mura, alla ricostituzione del fondo librario.  E si è impegnato nella promozione di attività culturali teatrali e spirituali allo scopo di far conoscere e amare questo patrimonio. Ma l’esistenza di un muro divisorio e lo stato di  abbandono e degrado della parte privata era una ferita insopportabile, che andava sanata. Ma nessuno a livello governativo e istituzionale era riuscito – dice Maurizi – a mettere in atto un’azione decisiva e concreta.

“Anche le amministrazioni locali, al di là delle parole anche magari sincere di circostanza,  non hanno mai elaborato una visione seria e vera che potesse preservare degnamente e valorizzare il contesto ambientale di questo bene”. Ora, questa possibilità si è determinata. Ma in che direzione occorre  procedere? Quale la strada da seguire?  Innanzitutto – dice don Carlo – occorre procedere al restauro della parte recuperata, secondo una concezione che deve privilegiare le funzioni religiose ( con l’auspicabile ritorno dei monaci) e spirituali, tali da “suscitare una nuova consapevolezza  sociale e condivisa del valore di questa eredità e di questi luoghi. Perché quando un territorio perde la sua anima diventa un “non luogo’, aggredibile da qualsiasi cosa e da qualsiasi istinto e comportamento incivile. Perciò non può essere considerato un bel contenitore per mere scenografie di eventi, perché il suorendimentoè primariamente la formazione stessa della coscienza di un popolo. Per S. Benedetto il lavoro è anch’esso un’opera spirituale e la orazione e la conoscenza saggia e sapiente sono attività utili all’uomo.  Noi faremo la nostra parte per preservare le nostre radici, alle istituzioni il compito di ricostruire le configurazioni ambientali offese da interventi dannosi ( una morsa urbanistica nasconde e separa l’Abbazia dai cammini di pellegrinaggio), nonché di preservare con decisione la residua identità agricola  originaria e le produzioni genuine, allontanando il traffico privato e industriale e incrementando la presenza di alberi che non sono mero arredo ma garanzia di vita e di respiro”.

L’idea di Nocentini  è quella di farne un luogo aperto a chi voglia dare una mano, riportandovi innanzitutto i monaci, detentori di antichi saperi  e di conservare quella memoria storica, patrimonio mondiale di civiltà, che altrimenti andrebbe perduta. “Un’oasi dell’ anima, appunto, in un mondo sempre più preda della barbarie e dei seminatori d’odio. Ma anche un  luogo di dialogo, d’incontro e per il recupero di  importanti attività agricole”.  Secondo Carlo Petrini,  il pieno recupero di questa Abbazia,  assume un significato che include le problematiche planetarie: “vedo questo recupero come un luogo simbolico, ripenso a quello  che fu il monachesimo benedettino, la cui opera rigenerò i terreni, gettò le basi dell’agricoltura, cosa sarebbe l’enologia, cosa i beni primari, il riso, il grano, il formaggio, senza la loro opera e le loro conoscenze?  Qui si ritrovano le radici di quello che ci appartiene e deve essere tutelato, ci troviamo oggi davanti ad una sfida epocale a livello mondiale, siamo entrati nell’antropocene, in quell’epoca geologica nella quale l’attività umana sta cambiando gli equilibri del sistema del nostro pianeta. Come mai era accaduto prima. Questi cambiamenti climatici  stanno sconvolgendo l’esistenza di milioni di persone, occorre dar vita ad un Nuovo Umanesimo che si fondi su quella che Papa Francesco definisce Ecologia integrale. Laudato si’, non è un’Enciclica ambientalista, ma il fondamento di questo Nuovo umanesimo. Bisogna capire che far del male alla Terra è fare del male a noi stessi. Il cambiamento climatico è quello che costringe milioni di fratelli africani ad abbandonare le terre diventate desertiche, milioni di ettari dove non cresce un filo d’erba. Questa è la nuova frontiera  con cui tutti siamo chiamati a cimentarsi. Di fronte alla barbarie umana nella quale stiamo precipitando, guai a non dirlo, è giunto il tempo della testimonianza e chi non parla è complice. C’è bisogno di un nuovo umanesimo e mi auguro che questo sia un luogo di fermento, di dialogo, di spirito comunitario vivificante, un autentico crocevia fra passato e futuro. E il futuro è rappresentato oggi da quei ragazzi, come Greta, che incarnano la speranza. E’ a loro che l’Abbazia deve aprirsi. Qui vanno accolti i giovani che si battono per salvare il pianeta”.

Forte e toccante il suo appello, che incrocia quello dell’Arcivescovo Betori (“Oggi è il tempo di ricucire, unificare, accogliere, evitare che prevalga la separazione nella società e di ritrovare un’autentica spiritualità  che s’incarni nell’uomo, è urgente ritrovare una dimensione comunitaria”), e l’invito di don Carlo: “qui bisogna riportarci la vita, il restò verrà: sia benedetto ogni cuore sensibile e ogni mano sapiente che ci aiuta a preservare le nostre radici“. Il cammino, ne sono tutti consapevoli, non sarà facile, fra l’altro ci sono  da recuperare 6 ettari di terreno circostante l’Abbazia, ma un passo importante è stato compiuto  e le energie e le competenze non mancano, a partire dalla comunità religiosa e da Slow Food che ha offerto la propria disponibilità. Come  diceva un grande scrittore: “il futuro ha un cuore antico”. Ricordiamolo  sempre.  

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