giovedì, Dicembre 12

Kurdistan: il referendum rischia davvero di saltare? Le opposizioni internazionali si moltiplicano. Solo Russia e Israele sembrano sostenerlo

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 Come visto precedentemente, la Corte Suprema federale irachena ha imposto la sospensione del referendum previsto il 25 settembre finché non si pronuncerà definitivamente sulla richiesta del Primo Ministro iracheno Haider al-Abadi. Proprio il Premier iracheno ha comunicato la decisione della Corte, affermando la prontezza del governo in caso di scontri. Questo è quanto avvenuto lunedì 18 settembre dopo che la settimana precedente il Parlamento di Baghdad aveva votato per dichiarare ufficialmente nullo e illegittimo il referendum e dopo che la medesima Assemblea aveva votato a favore della destituzione del governatore della provincia di KirkukNajmuddin Karim, con l’ accusa di mancato rispetto delle norme costituzionali.

Risaliva allo scorso 29 agosto la notizia secondo cui il Consiglio provinciale di Kirkuk aveva votato a favore della partecipazione al referendum per l’indipendenza della regione autonoma del Kurdistan iracheno.  Le autorità irachene hanno, peraltro, imposto un coprifuoco notturno a Kirkuk, a seguito degli scontri tra curdi e turkmeni in relazione al referendum.

Falah Mustafa, capo della diplomazia del governo del Kurdistan, aveva spiegato che la decisione della Corte Suprema irachena di sospendere il referendum curdo non pregiudicherebbe l’ appuntamento perché i tribunali iracheni non sono ‘funzionanti’. «Non abbiamo la sensazione che esista un sistema giudiziario in questo paese che funzioni per proteggere la legge, l’ordine e anche i diritti» ha constato Mustafa.

«E’ troppo tardi per un’ alternativa al referendum» aveva risposto il Presidente kurdo Massoud Barzani. «Ora ed in futuro» ha detto al-Abadi ribadendo il rigetto nei confronti del referendum in quanto
«contrario alla costituzione e divide e indebolisce il Paese». «Abbiamo deciso di organizzare il referendum perché con l’Iraq ogni altra strada è stata fallimentare» ha detto Barzani durante una manifestazione organizzata nella zona di Soran, nel governatorato di Erbil.

Nella stessa occasione, lo stesso leader kurdo aveva intimato: «il governo di Baghdad ha tre giorni per fornire un’alternativa valida al referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno, altrimenti sarà “impossibile”posticipare la consultazione». La soluzione proposta da Barzani si era configurata come «un’intesa bilaterale tra Erbil e Baghdad, se sarà realizzata in modo che possa sostituire il referendum, e se quindi la comunità internazionale, Stati Uniti ed Europa, sosterranno l’accordo e daranno garanzie sulla sua implementazione».

D’ altro canto la Turchia, sebbene, nel corso della mattinata di oggi, Erdogan abbia ripetuto che «non siamo contro i curdi, siamo contro l’organizzazione terroristica, i curdi sono nostri amici», preferisce prepararsi seriamente, magari a violente ritorsioni: ad inizio settimana, secondo quanto riportato dall’ufficio stampa delle forze armate turche, ha intrapreso delle manovre militari non annunciate vicino al confine con l’Iraq. L’esercitazione sarebbe stata condotta nei pressi della città di Silopi, vicino al valico di Habur, confinante con la regione curda irachena. L’esercitazione ha impegnato più di 100 tra carri armati M-60, lanciarazzi e obici a media gittata. Il primo ministro Binali Yildirim ha inoltre avvertito che «a ogni minaccia, dall’interno o dall’esterno, risponderemo con rappresaglie immediate». «La Turchia non accetterà un fatto compiuto nel nord dell’Iraq». Ha detto il Vice Primo Ministro turco Bekir Bozdag a proposito del referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno dal governo di Baghdad. «Il mondo è contrario, noi siamo contrari (al referendum, ndr). Arabi e turkmeni l’hanno respinto e anche i curdi nella regione sono contrari», ha aggiunto Bozdag in una cerimonia per l’inizio dell’anno accademico alla Bozok University a Yozgat.

«E’ una strada pericolosa e non è quella giusta. Barzani sta giocando con il fuoco. Questo fuoco prima brucerà Barzani e poi gli altri. La cosa giusta è rinunciare a giocare con il fuoco, seguire il buon senso e cancellare il referendum» ha affermato Bozdag. Le autorità di Ankara starebbero valutando di imporre sanzioni contro il governo regionale del Kurdistan perseguirà la strada referendaria.

«Abbiamo sempre sostenuto» il governo regionale del Kurdistan, ha ricordato Erdogan incontrando i giornalisti a New York pochi minuti dopo il suo intervento all’Assemblea generale ONU. «Pensiamo che questo approccio ignori la Repubblica della Turchia, che è stata dalla loro parte e li considera stretti alleati». Erdogan ha quindi annunciato che il governo di Ankara e il Consiglio per la sicurezza nazionale si riuniranno per prendere una decisione finale in merito. «Il governo valuterà senza dubbi questa situazione e possibili sanzioni, che non saranno ordinarie» sono state le sue parole.

Dal canto suo, anche l’Iran ha annunciato di non sostenere il referendum e si è detto pronto a chiudere le frontiere. L’ indipendenza del Kurdistan significherebbe la creazione di «un nuovo Israele», secondo la definizione dell’ex premier iracheno Nouri al-Maliki, cioè di uno Stato nemico dell’ Iran e alleato di Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele. «L’ Arabia Saudita ha invitato al dialogo le autorità irachene e quelle del governo regionale del Kurdistan. Qualsiasi misura unilaterale complicherà ulteriormente la situazione della sicurezza nella regione. Ci fidiamo della saggezza di Barzani». ha affermato il ministro degli Esteri saudita Adel bin Ahmed Al-Jubeir. Il Premier israeliano Benjamin Netanyahu ha sostenuto che lo Stato ebraico «sostiene i legittimi sforzi del popolo curdo per ottenere il proprio Stato».

Ma a temere, oltre all’ Iraq e alla Turchia, le conseguenze della tornata referendaria anche gli Stati Uniti, l’ Europa, in particolare il Regno Unito e le Nazioni Unite. Il Segretario generale ONU Antonio Guterres ha chiesto al popolo curdo di interrompere il referendum. Le perplessità rimanderebbero alle possibili tensioni che si scatenerebbero non solo con Baghdad, ma anche con i Paesi vicini e che possa dare il via a richieste di secessione consecutive anche da parte di altre aree. Sebbene in occasioni distinte, tanto il Capo del Comando Centrale americano CENTCOM, il Generale Joseph Votel, tanto l’inviato della Casa Bianca per la coalizione globale anti-Isis Brett McGurk si sono espressi in maniera similare a riguardo dell’ imminente chiamata alle urne del popolo curdo definendola ‘significativamente destabilizzante’ all’indomani della liberazione di Mosul dall’Is, mettendo, dunque a repentaglio i successi finora ottenuti e il precario equilibrio iracheno.

L’ unica, oltre ad Israele, a rinnovare il sostegno al referendum per l’ Indipendenza è la Russia, nonostante le opposizioni di Turchia e Iran. In concomitanza con l’ ultima settimana antecedente al referendum, il colosso petrolifero russo Rosneft ha sottoscritto un’ intesa con il Kurdistan iracheno con l’ obiettivo di creare una rete di gasdotti fino in Turchia. Sarebbero ingenti le riserve di gas e greggio nelle mani di Erbil, soprattutto in quelle zone rimaste sotto il controllo curdo dopo l’ abbandono della regione da parte dell’ esercito di Baghdad, sotto il fuoco dello Stato Islamico.

Rosneft è la stessa con cui il governo curdo aveva firmato un accordo per la fornitura di petrolio da inviare alle raffinerie russe presenti all’ estero. Non più tardi di tre mesi fa era poi stata diffusa la notizia di nuovi contatti tra l’ azienda in gran parte controllata dal Cremlino e le autorità curde per sviluppare nuovi giacimenti.

Il contratto in questione prevedrebbe un miliardo di dollari per la realizzazione di un gasdotto diretto alla Turchia della capacità di 30 miliardi di metri cubi all’ anno, completato entro il 2019. L’ export sarebbe previsto per l’ anno seguente. Progetto che non dovrebbe dispiacere poi tanto ad Erdogan vista la sua dipendenza dalle importazioni di fonti energetiche. Dispiacerebbe certamente molto al governo iracheno che, circa il petrolio, molto ha da contendere con la controparte curda.

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