sabato, Febbraio 22

Kurdistan: l’addio di Massoud Barzani Si dimette il leader del KDP. E adesso?

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Massoud Barzani, il settantunenne Presidente della regione autonoma del Kurdistan iracheno, ha annunciato ieri le sue dimissioni al Parlamento di Erbil. «Dopo il 1 novembre non eserciterò più le mie funzioni e chiedo che il mio mandato non sia prolungato» ha affermato il leader curdo che ha preferito non estendere il suo mandato presidenziale oltre la scadenza del primo novembre, data per cui erano state fissate le elezioni presidenziali e parlamentari. A renderlo noto, per primo, è stato Hemin Hawrami, consigliere del presidente curdo, attraverso Twitter. Secondo alcuni, dietro le dimissioni di Barzani, vi sarebbero motivazioni di salute, che spiegherebbero il rinvio di due giorni della seduta del Parlamento.

«Rifiuto di continuare nella posizione di presidente e consiglio il parlamento a risolvere la questione dei doveri e dei poteri del presidente in modo che non ci sia un vuoto di potere».Il Presidente uscente ha dunque inviato una lettera al Parlamento curdo, predisponendo un piano per distribuire i poteri presidenziali tra le diverse istituzioni pubbliche: Parlamento, Governo e Magistratura. «Cambiare la legge sulla presidenza del Kurdistan o prolungare un mandato presidenziale non è accettabile» ha sostenuto Barzani, quasi lanciando una stoccata a quanti avevano visto in lui una figura incapace di farsi da parte.

Figlio di Mustafa Barzani, grande protagonista della guerra di Resistenza curda in Iraq e tra i più famosi fondatori del PDK, Massoud avvia il suo impegno politico alla fine degli anni ’70. Dopo aver combattuto al fianco dei gruppi indipendentistici curdi durante la guerra tra Iran e Iraq degli anni ’80, partecipa, come leader di una delle principali forze politiche curde, in pieno contrasto con l’UPK di Jalāl Ṭālābānī,  alla costituzione del Kurdistan iracheno, a seguito della sconfitta del regime di Saddam Hussein durante la prima guerra del golfo. Risale al giugno 2005 la prima elezione di Mas’ ud Barzani alla Presidenza della regione autonoma del Kurdistan iracheno. Carica alla quale viene riconfermato nel luglio 2009.

Non appena si è diffusa la notizia delle dimissioni, un gruppo di manifestanti, alcuni dei quali, peraltro, armati con spranghe, hanno assalito la sede del Parlamento, in segno di protesta contro quanto deciso da Barzani. Appiccati incendi anche alle sedi  del Movimento per il cambiamento (Gorran), dell’Unione patriottica del Kurdistan (Puk) e di Radio Ashti nella città di Zakho In serata, il leader del KDP ha pronunciato un discorso alla Nazione, trasmesso dalla televisione, durante il quale ha accusato il governo iracheno di violare, con la presa di Kirkuk, la Costituzione e la tregua: «il governo di Baghdad sostiene che l’occupazione sia stata decisa per garantire l’applicazione della Costituzione, ma questa vieta l’uso della forza come mezzo di risoluzione delle crisi politiche».

L’attacco a Kirkuk, «condotto da forze irachene e milizie addestrate dall’Iran equivale a una dichiarazione di guerra contro il Kurdistan»  era stato riportato da un comunicato del Comando generale dei Peshmerga. Nello stesso era stato, inoltre, dichiarato che parte della responsabilità della caduta di Kirkuk sarebbe da ricercare nel «tradimento storico commesso da alcuni leader dell’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), un alleato del partito democratico del Kurdistan di Barzani (KDP.

Nel discorso televisivo ieri sera, Barzani non poteva non accennare al referendum per l’indipendenza che si è svolto il mese scorso, mettendo a rischio il già precario equilibrio regionale e provocando le reazioni di Turchia, Iran oltre quelle di Baghdad. «Tre milioni di voti per l’indipendenza del Kurdistan hanno fatto la storia e non possono essere cancellati» è stata la provocazione del Presidente il quale ha poi aggiunto, quasi stizzito, ma anche orgoglioso, «nessuno si è alzato al nostro fianco a parte le nostre montagne».

Nel corso dell’ ultimo incontro bilaterale, Turchia e Iran hanno lanciato un avvertimento ad Erbil sostenendo che entrambi i Paesi non permetteranno «cambiamenti nei confini della regione», ma anzi adotteranno «misure più’ forti»  per impedire la nascita di uno Stato curdo.  «La questione dell’Iraq è diventata una priorità nella nostra agenda. Abbiamo già affermato che non riconosciamo l’illegittimo referendum dell’Iraq settentrionale. Su cosa hanno svolto un referendum? Non c’è un Paese che riconosca l’Iraq settentrionale tranne Israele.Attualmente, oltre a Israele,  nessun altro Paese sostiene la secessione del Kurdistan. Una decisione presa a tavolino con il Mossad è illegittima» aveva sostenuto Recep Tayyip Erdogan il quale aveva, inoltre, precisato: «il nostro punto di contatto in Iraq è il governo centrale. Le azioni che riguardano il governo regionale del Kurdistan si intensificheranno».

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