sabato, Luglio 4

Kosovo-Serbia: un nuovo percorso? I due Presidenti si sono incontrati. È possibile il riconoscimento reciproco?

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Sono giorni importanti nei Balcani. In quella meravigliosa area dell’Europa, tristemente nota più per le vicende belliche che per l’incommensurabile e viva cultura che permea quei territori così vicini all’Italia, ma così diversi, sono in corso serrati dialoghi fra due degli Stati che più di tutti, negli ultimi decenni, hanno avuto seri problemi di convivenza: la Serbia e il Kosovo.

Rivendicato come territorio storicamente serbo, il Kosovo si è reso indipendente in seguito a un lungo e difficoltoso percorso, che ha portato solo di recente a una forma di autonomia del piccolo Stato balcanico, sotto il controllo degli organismi internazionali come l’EULEX (dell’Unione Europea e ormai alla fine del suo compito). Etnicamente, è abitato da una maggioranza albanese, ma una forte presenza di serbi e un profondo legame religioso e nazionale lega questa terra alla Serbia: il 28 giugno 1389, in Kosovo si combatté la battaglia su chi si fonda l’identità serba e la loro presunta superiorità sul resto delle popolazioni balcaniche. A Kosovo Polje, infatti, una lega di popolazioni balcaniche, guidate dai serbi, ingaggiò un conflitto dalle proporzioni e dall’importanza militare e simbolica fondamentale contro l’Impero Ottomano, che, vincendo, dilagò nella regione balcanica – ed è anche per queste ragioni che le popolazioni locali, tutt’oggi, vedono di cattivo occhio la Turchia. Agli occhi della Serbia, vedersi sottrarre la regione sulla quale si fonda la propria identità è un colpo difficile da sopportare ed è anche per questo che la retorica nazionalista serba rivendica con così tanta veemenza il possesso di quelle terre.

Pur contando ancora sulla presenza di forze militari esterne, il Kosovo è formalmente indipendente dal 2008, ma è riconosciuto solo da parte della comunità internazionale, con la ovvia eccezione della Serbia e degli Stati a lei storicamente vicini, come la Russia, che nel corso dei secoli si è sempre voluta presentare come la protettrice delle popolazioni slave nei Balcani (basti pensare che, quando l’Austria-Ungheria dichiarò guerra alla Serbia dopo l’attentato di Sarajevo, la Russia intervenne in soccorso dei propri alleati, scatenando quel domino di alleanze e trattati difensivi che portarono allo scoppio della Grande Guerra). La Serbia non ha accettato la decisione unilaterale del Kosovo di rompere quel patto che le garantiva ampie autonomie, pur rimanendo all’interno dello Stato serbo in qualità di regione autonoma – uno status che è riconosciuto anche alla Vojvodina, un’altra regione dentro la quale sempre più forti si fanno sentire istanze indipendentistiche.

Tuttavia, le posizioni, che, a una prima occhiata, possono sembrare inconciliabili, sembrano essersi lentamente ammorbidite. Pur nella larga differenza di vedute, infatti, si sono registrati colloqui, moderati dall’Unione Europea, il cui auspicato approdo vuole essere il riconoscimento reciproco fra Kosovo e Serbia, in tempistiche e modalità ancora ben lungi dell’essere anche solo minimamente considerabili definite. L’Unione Europea, nella persona e nella figura istituzionale di Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e per la politica di sicurezza, ha incontrato il Presidente serbo Aleksandar Vučić e il suo omologo kosovaro Hashim Thaçi, per intraprendere questo percorso complicato, lungo e non privo di ostacoli. I segnali sembrano essere incoraggianti. La diplomazia vuole provare ad arrivare là dove anni di duro scontro, prima militare, poi verbale non sono riusciti a giungere, con la speranza di pacificare un’area dell’Europa che sembra non poter (o voler, in alcuni frangenti) raggiungere una tranquilla quotidianità.

Non è facile approdare a un accordo che non sembri artificioso o cervellotico, come quello, complicatissimo, che regola il quadro istituzionale di un’altra zona dei Balcani che ha conosciuto indicibili sofferenze e inumane violenze: la Bosnia ed Erzegovina. Questa è divisa in due Stati federati, suddivisi su base etnica: uno a prevalenza serba, chiamato Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, e uno a prevalenza croato-bosniaca, la cosiddetta Federazione di Bosnia ed Erzegovina, a sua volta suddivisa in piccoli Stati federati, chi a maggioranza croata, chi a maggioranza bosniaca, ognuno esprimente un proprio piccolo parlamentino e un Presidente locale. Le due entità si suddividono il controllo di un terzo, più piccolo, distretto, formalmente appartenente a entrambe. A livello centrale, è una Repubblica Presidenziale, ma, di nuovo, il problema etnico si ripresenta: come si può esprimere un Presidente unico, che rappresenti tre etnie così diverse fra loro? La risposta è semplice: non si può. Ecco la Presidenza viene affidata a un collegio composto da tre persone, uno per etnia, elette ogni quattro anni e che, a rotazione ogni otto mesi, assumono il titolo di Presidente della Bosnia ed Erzegovina. Il tutto, secondo gli accordi di Dayton del 1995 che hanno concorso a formare questo sistema istituzionale, sotto la supervisione di un Alto Rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina, con il compito di monitorare la convivenza pacifica per le etnie. Per quanto complesso, il sistema adottato dalla Bosnia ed Erzegovina ha il merito di aver normalizzato la convivenza fra etnie così diverse e in perenne contrasto fra loro, pur nei limiti di una situazione che con la definizione da vocabolario del termine ‘normale’ ha ben poco a che spartire.

La questione etnica è pertanto centrale nella definizione del futuro dei rapporti fra Serbia e Kosovo. Quest’ultimo è uno Stato abitato da oltre 2 milioni di persone, ma, al suo interno, deve fare i conti con una agguerrita minoranza serba, composta 100 mila persone, oltre ai 200 mila serbi originari del Kosovo che hanno abbandonato la loro terra durante le violenze degli anni ’90. Non è facile la convivenza fra popolazioni che non condividono la lingua, la religione e hanno in comune un recente passato fatto di violenze e scontri, dove l’uno rivestiva l’infelice ruolo di nemico mortale dell’altro.

Quel che è possibile dire è che, nonostante sia ancora lunga la strada che possa portare a una nuova era dei rapporti internazionali fra gli Stati balcanici, i primi passi verso il riconoscimento fra i due Stati sembrano essere stati mossi: secondo alcune fonti serbe, sarebbe in preparazione per il 2019 un referendum per il riconoscimento del Kosovo. L’esito potrebbe essere tutt’altro che favorevole al giovane Stato kosovaro, stanti le forti tensioni che ancora sono presenti nell’opinione pubblica: il voto referendario potrebbe però indicare a che punto si è per la pace nei Balcani.

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