martedì, Agosto 4

Kobane, rivincita curda Ma l'IS giustizia 46 persone a Mosul, in Iraq. Allarme terrorismo dell'Fbi

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  Kobane

I curdi di Kobane riguadagnano terreno contro i jihadisti dell’IS (Stato islamico), ma la Turchia, alleato della Nato che non muove un dito per difendere la cittadina curdo-siriana al confine, sferra raid aerei contro i fratelli del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) nel Sud-Est del Paese.
Nella notte l’Aviazione ha bombardato alcune postazioni dei guerriglieri di Abdullah Öcalan che invano hanno tentato di raggiungere, in Siria, le Forze di autodifesa curde (YPG) di Kobane: l’attacco di Ankara rompe il cessate il fuoco dal marzo 2013, per i negoziati tra il Governo turco e il PKK.
L’area colpita, secondo le informazioni del quotidiano turco ‘Hurriyet‘, è la provincia di Hakkari, al confine con l’Iraq: i raid, seguiti a un attacco del PKK a una postazione turca, avrebbero causato molte vittime, in particolare nel villaggio di Daglica. I media locali hanno riportato di altri scontri, il 13 ottobre, tra il PKK e l’Esercito nell’area di Tunceli, nella Turchia centrale.
Anche la Francia, dopo il pressing dell’ONU e degli Usa, chiede ad Ankara di «aprire assolutamente la sua frontiera», per permettere ai curdi di aiutare Kobane, città dove è «in atto un martirio».Ma a questo punto la priorità della Turchia è stroncare la resistenza curda, non l’IS: da Ankara, il neo Premier Ahmet Davutoglu ha accusato il partito curdo-siriano PYD, ala siriana del PKK da cui dipendono le brigate YPG, di avere «torturato» i rifugiati curdi scappati da Kobane.
Fonti della sicurezza stimano in 30 morti, 350 feriti (139 agenti) e 348 fermati (102 minorenni) il bilancio delle violenze nelle dimostrazioni pro-Kobane in Turchia dal 6 ottobre scorso.

La bandiera nera dell’IS issata sulla collina di Tel Shahir, alle porte di Kobane, è scomparsa, come testimoniano le foto circolate su Twitter. Secondo testimoni locali, i curdi del YPG sarebbero riusciti a respingere l’IS circa 4 km verso est. Ma la città non è liberata: in alcuni quartieri si continua a combattere, ha precisato l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (ONDUS), organo di propaganda dei ribelli siriani. La coalizione americana anti-IS degli Usa, intanto, ha compiuto nuovi raid aerei su Kobane, prendendo di mira anche il centro.
Le bombe però non fermano la barbarie e neanche il proliferare di jihadisti. A Mosul, in Iraq, 46 persone sarebbero state giustiziate nelle ultime 48 ore dall’IS: 12 delle quali, secondo il quotidiano qatariota ‘Arabi al Jadid’, per «spionaggio». In Siria, a est di Damasco, un nuovo gruppo terroristico chiamato al Ansar sarebbe nato da una scissione dei qaedisti di al Nusra. All’estero e negli Usa, l’Fbi e il Dipartimento di Sicurezza nazionale americani hanno diramato l’allarme di cellule che si ispirano all’IS pronte a colpire, anche «con poco preavviso», «poliziotti, giornalisti e funzionari governativi».
Il pericolo arriva da un messaggio postato su un forum jihadista e attribuito al portavoce dell’IS Abu Muhammad al Adnani: potrebbe dunque essere legata agli attentati dei jihadisti l‘uccisione, per mano di un commando armato, di un cittadino statunitense a Riad, in Arabia Saudita, mentre si trovava a bordo di un auto in una stazione di servizio. Il killer, hanno riferito le forze locali, «è stato arrestato» e si attendono aggiornamenti.

 Mentre dilaga l’allarme terrorismo, l’epidemia del virus ebola è sempre più virulenta.
I casi confermati dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) sono 8.914 e aumentano di giorno in giorno: entro la terza settimana di ottobre raggiungeranno i 9 mila malati e i decessi sono ormai 4.447.
Tra questi, un dipendente africano dell’ONU trasferito, con un volo speciale, dalla Liberia a Lipsia, è morto nella notte scorsa, in isolamento in una clinica tedesca: il 56enne sudanese è il primo decesso in Germania per l’ebola. Un secondo paziente è in cura a Francoforte sul Meno, mentre un terzo è stato dimesso da un ospedale di Amburgo, guarito dopo cinque settimane di cure.
Alle 15 ore americane (le 21 in Italia) il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si riunirà New York per discutere dell’emergenza ebola. Negli Usa è stato chiesto un super Ministero ad hoc, per l’epidemia, ma la Casa Bianca frena.

Nel mondo c’è anche grande sorpresa per la ricomparsa in pubblico del leader nord-coreano Kim Jong-un, sparito dal 3 settembre scorso. Il giovane dittatore non aveva partecipato, la settimana passata, neanche alle celebrazioni del 69esimo anniversario della nascita del Partito dei Lavoratori: assenza quest’ultima che aveva fatto pensare a un’epurazione.
Invece Jong-un è riapparso con un bastone in mano, sorridente e in apparente buona salute anche se un po’ dimagrito, ripreso dall’agenzia ufficiale ‘Kcna‘ durante un «sopralluogo» a un nuovo complesso residenziale per gli scienziati del programma spaziale nordcoreano. L’agenzia non ha precisato la data della visita, ma solitamente rende noto questo genere di avvenimenti all’indomani dell’accadimento.
I media sudcoreani hanno riportato che, a metà settembre, Jong-un avrebbe subito un intervento chirurgico a entrambe le caviglie, successivamente avrebbe seguito la riabilitazione nella tenuta privata a nord di Pyongyang: ricostruzione verosimile con gli eventi.
Sempre in Asia, in India si registra l’ennesimo rinvio caso dei fucilieri Massimiliano Latorre e Salvatore Girone: il tribunale speciale di New Delhi che si occupa del processo ha infatti aggiornato l’esame al prossimo 20 febbraio. Il quotidiano ‘The economic Times’ aveva riportato indiscrezioni su una possibile «soluzione consensuale» tra i due Paesi. Ma il Governo ha poi smentito «negoziati in corso tra India e Italia».

Mentre a Hong Kong le proteste si sono sgonfiate, si manifesta nello Yemen del Sud: in migliaia, radunati ad Aden, hanno chiesto l’indipendenza come prima del 1990, sventolando le vecchie bandiere marxiste della Repubblica democratica e popolare dello Yemen.
Il Paese è sempre più vicino a una scissione: dopo la capitale Sanaa, nel nord gli insorti sciiti (houti) hanno preso il controllo del primo porto dello Yemen sul Mar Rosso, a Hudayda.
Gravi disordini sono riesplosi anche in Ucraina, davanti al Parlamento ucraino di Kiev, durante un raduno di nazionalisti, che hanno attaccato la polizia con molotov e fumogeni: 26 agenti sono rimasti feriti e 50 dimostranti sono stati fermati. Nell’est, altri sette civili morivano nella periferia di Mariupol, per proiettili d’artiglieria caduti, durante la finta tregua, su una processione funebre.
Cortei e decine di arresti, almeno 50, anche Oltreoceano, negli Usa, dove a Ferguson i manifestanti hanno ripreso a protestare per l’uccisione del 18enne di colore Michael Brown, per mano di agente: tra i fermati, anche il noto attivista Cornell West.
Brutta aria anche in Messico: centinaia di studenti e insegnanti hanno assaltato la sede governativa dello Stato di Guerrero, dove sono scomparsi nel nulla 43 giovani, si teme rapiti da frange della polizia colluse con la criminalità. Parte dell’edificio è stato incendiando, i disordini proseguono.

 

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