giovedì, Gennaio 23

Kissinger-Trump: ritorno alla realpolitik?

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A 93 anni suonati, Henry Kissinger è ancora uno degli strateghi più ascoltati del mondo. Nessuno come l’ex segretario di Stato può infatti vantare di aver costruito buoni rapporti non solo con tutti i presidenti Usa che si sono succeduti da quarant’anni a questa parte, ma anche con i manovratori delle grandi potenze che gli Stati Uniti considerano come proprie principali avversarie geopolitiche.

I rapporti tra Kissinger e Vladimir Putin sono vecchi di oltre 20 anni, durante i quali l’anziano esperto di politica internazionale è stato più volte ricevuto al Cremlino con gli onori che si tributano ai grandi leader. Lo ha confermato Dmitrij Peskov, che in qualità di portavoce Putin ha ricordato che i due sono legati da «un rapporto di amicizia di lunga data». Nella Repubblica Popolare Cinese, Kissinger beneficia tuttora del prestigio assicuratogli dal suo oscuro lavorio che nel 1972 preparò il terreno per la storica visita a Pechino di Richard Nixon e all’adozione della politica di ‘una sola Cina’ che per decenni ha rappresentato una pietra angolare della politica estera statunitense.

Non a caso, il grande teorico del realismo politico è stato ricevuto lo scorso dicembre nella Grande Sala del Popolo che si affaccia su Piazza Tienanmen – si tratta dell’ottantesima visita in Cina da quel fatidico 1972 – dal presidente Xi Jinping in persona, il quale necessitava di chiarimenti circa le reali intenzioni di Donald Trump in materia di commercio estero. «Questo presidente eletto – ha confidato Kissinger a Xi – è unico nella mia esperienza, perché non ha assolutamente un bagaglio di obblighi verso alcun gruppo particolare, è diventato presidente sulla base della sua strategia […]. Occorre evitare di insistere a inchiodare Trump a posizioni che ha tenuto in campagna elettorale sulle quali non insisterà da presidente». Le ragioni che hanno indotto i dirigenti cinesi a prestare tanta attenzione alle parole dell’anziano realpolitiker sono state eloquentemente riassunte dal quotidiano cinese ‘Global Times’, il quale, da megafono semi-ufficiale del Partito Comunista di Pechino, ha ricordato che «si ritiene che il novantatreenne Kissinger stia giocando un ruolo chiave nel tracciare la politica estera di Trump».

Convinzione piuttosto diffusa anche all’interno dello stesso schieramento occidentale, come si evince da un’inchiesta pubblicata dal giornale tedesco ‘Bild Zeitung’ in cui si faceva riferimento a un’analisi redatta da uno stretto collaboratore di Trump piena di rimandi al rapporti di ‘cooperazione costruttiva’ che il nuovo presidente intende istituire con Mosca. Una traiettoria strategica orientata a favorire una riconciliazione bilaterale attraverso la revoca delle sanzioni applicate dall’amministrazione Obama sulla scia della crisi ucraina e, soprattutto, il riconoscimento della sovranità russa sulla Crimea. Le indiscrezioni suggeriscono che Kissinger va annoverato tra i principali artefici di questo disegno geopolitico che introduce fattori di netta discontinuità rispetto alla politica estera portata avanti dagli Usa sotto la guida di Barack Obama, ritenuta responsabile di aver sospinto la Russia tra le braccia della Repubblica Popolare Cinese.

Secondo Kissinger, in cima all’elenco delle priorità strategiche degli Stati Uniti si situa proprio l’obiettivo di indebolire l’alleanza di ferro tra Mosca e Pechino che, attraverso le ambiziosissime iniziative cinesi (Via della Seta e Asian Infrastructure Investiments Bank in primis), rischia di fungere da polo d’attrazione per il Giappone, per la Germania e, a ricasco, per tutti i Paesi europei. Inclusa la Gran Bretagna, che nonostante le affinità culturali e il rapporto politico di semi-fratellanza con gli Stati Uniti – che Trump ha cercato di cementare durante il suo incontro con Theresa May – non ha esitato a trasformare la City di Londra come piazza attraverso la quale la Cina ha modo di irradiare la propria proiezione finanziaria su scala globale.

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