lunedì, Ottobre 14

Kisangani: in Congo ritornano i fantasmi della Guerra dei sei giorni A distanza di 19 anni dalla battaglia, Kisangani è una città fantasma. Nessuno l’ha ricostruita. Ora il Collectif des Victimes de Kisangani chiede risarcimento e fa causa a Congo e Uganda

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5 giugno 2000. Kisangani (ex Stanleyville) capoluogo della Provincia di Tshopo, nord est della Repubblica Democratica del Congo. Alle prime luci del mattino Kisangani viene investita da una pioggia di tiri di obici che iniziano a distruggere la città. Siamo al terzo anno della Seconda Guerra Pan-Africana. L’offensiva delle truppe ugandesi, ruandesi e burundesi è stata già bloccata grazie all’intervento degli eserciti dello Zimbabwe e dell’Angola, creando una linea di fronte.
Il Paese è diviso in due. L’ovest controllato dal Presidente congolese Laurent Desiré Kabila. L’Est spartitosi tra Uganda (Nord Kivu e Kisangani) Rwanda (Goma e Sud Kivu), Burundi (zone frontaliere della piana di Ruzizi e distretto di Uvira, Sud Kivu). Laurent Desiré Kabila, soprannominato Mwzei (termine swahili di rispetto per indicare una persona anziana), era salito al potere dopo una rocambolesca vita, destituendo il dittatore Mobutu Sese Seko grazie all’aiuto di Ruanda e Uganda.

La seconda guerra Panafricana in Congo era scoppiata nel 1998, su iniziativa di Uganda e Rwanda, che accusavano Kabila di non aver rispettato i patti sullo sfruttamento delle risorse naturali congolesi, di aver avviato una campagna di discriminazione contro i congolesi di origine tutsi e di ospitare, con la complicità della Francia, quello che rimaneva delle Forze Armate Ruandesi e delle milizie Interahamwe responsabili, quattro anni prima, del genocidio in Rwanda.

Il 2000 è un anno cruciale per il Congo. La guerra di posizione sta consumando troppe energie finanziarie, uomini e materiale bellico. I rispettivi eserciti sono esausti. In Zimbabwe e Angola l’opinione pubblica inizia a domandarsi il perché di questa lontana guerra in difesa di un Presidente a loro del tutto sconosciuto. Nell’est le tensioni tra Uganda e Rwanda stanno affiorando sempre di più, fino arrivare ad una vera e propria disputa sui diritti di sfruttamento delle risorse naturali nell’est del Congo, vitali per le economie di entrambi i Paesi.

Il 2000 è anche l’anno della fondazione del gruppo terroristico ruandese Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (FDLR).
La Francia nel tentativo di riconquistare il Rwanda, perduto con l’ascesa al potere del Fronte Patriottico Ruandese e di Paul Kagame, aveva raggruppato FAR e Interahamwe, unendoli sotto la nuova organizzazione, armandoli e finanziandoli. Obiettivo: riconquistare il Rwanda. Un obiettivo mai raggiunto.
Le FDLR dall’anno della loro creazione fino ai giorni nostri influenzeranno la vita politica e la sicurezza nella Regione dei Grandi Laghi. Attualmente controllano vaste parti dell’est del Congo e il Burundi. Stanno progettando assieme ad altri gruppi ribelli ruandesi minori, di invadere il Rwanda.

In questo contesto politico militare, dal 5 al 10 giugno gli eserciti ruandese e ugandese si scontrarono a Kisangani, intrappolati in una sanguinosa e orrenda guerra urbana, dove si combatteva e si moriva per conquistare ogni stanza di un singolo immobile. La Stalingrado dell’Africa fu definita. La battaglia si concluse con la vittoria dei ruandesi, mai ammessa dall’Uganda. La versione ugandese non prevede vincitori. La battaglia sarebbe terminata grazie agli accordi di pace di Mweya Rwaktura, Uganda tra i due contendenti. I ruandesi non parlano di accordi di pace, ma di resa ugandese ufficializzata a Mweya Rwaktura.

Kisangani, controllata dalle truppe ugandesi, fu attaccata dal Rwanda non a caso. Terza città del Paese, Kisangani era una importante porta che unisce l’ovest e l’est della Repubblica Democratica del Congo che ha una estensione territoriale uguale a tutta l’Europa occidentale. Era dotata di un aeroporto internazionale e una nazionale, oltre ad un strategico porto sul fiume Congo. Partendo da questo porto e passando per l’Equatore si potevano spedire le merci fino alla lontana capitale: Kinshasa. Il distretto di Kisangani è ricco di oro, diamanti e coltan. Kisangani era stato il teatro di un’altra furiosa battaglia tra le truppe angolane, ruandesi e ugandesi e la divisione delle Forze Armate Zairese nel 1996, durante la Prima Guerra Panafricana che depose Mobutu.

Durante la guerra dei sei giorni i due eserciti rivali distrussero la città. Si stima che furono sparati 10.000 obici e circa 400.000 proiettili di armi automatiche e di mitragliatrici pesanti. Le vittime ufficiali tra i civili furono oltre 1.000 e i feriti 3.000.

A distanza di 19 anni dalla battaglia, Kisangani è una città fantasma. Nessuno l’ha ricostruita. I due aeroporti pressoché inutilizzabili e il porto abbandonato.
La battaglia di Kisangani segna anche l’inizio della guerra fredda tra Kampala e Kigali che a fasi alterne è riesplosa nei successi anni fino ad arrivare alle attuali preoccupanti tensioni tra i due Paesi confinanti.

«Uniti nella guerra, prima per scacciare il Maresciallo Mobutu dal potere nel 1996 e dopo contro Laurent Desiré Kabila con il beneplacito di Stati Uniti e Gran Bretagna, Uganda e Rwanda si trovano invischiate a Kisangani per definire la supremazia delle risorse naturali all’est del Congo. La battaglia di Kisangani distrusse l’alleanza politica, economica e militare tra Uganda e Rwanda, dando il via ad una escalation di rivalità di interessi non solo sulle risorse congolese, ma sull’egemonia regionale dell’Africa Orientale», spiega lo storico Richard Kadiebwe, autore del saggio: ‘La guerre des six jours à Kisangani’.

Qualche mese dopo lo scontro, e a seguito di una commissione internazionale di valutazione, le Nazioni Unite votarono la risoluzione n. 1304 dove si obbligava Rwanda e Uganda a risarcire i danni causati dai loro rispettivi eserciti durante la battaglia. Nel 2005 la Corte Internazionale di Giustizia, a seguito di una denuncia del Governo di Kinshasa, riconobbe l’Uganda colpevole di gravi violazioni dei diritti umani, di ingenti perdite di vite umane e danni materiali commessi durante la Seconda Guerra Pan Africana, condannando Kampala a risarcire la Repubblica Democratica del Congo 10 miliardi di dollari.

Queste risoluzioni non furono mai rispettate da Kigali e Kampala a causa della palese contraddizione tra le due risoluzioni internazionali che compromise la loro credibilità e imparzialità giuridica. La sentenza dalla CIG non tenne conto della risoluzione ONU n. 1304 e delle responsabilità del Rwanda, addossandole tutte all’Uganda. Questa scelta di fatto esonerò il governo ruandese delle sue responsabilità e offrì un pretesto a Kampala per non pagare il risarcimento finanziario. Il Governo ugandese accusò la Corte Internazionale di Giustizia di parzialità e di verdetto politicamente orientato, basandosi sulla incomprensibile esclusione del Ruanda dai crimini commessi. Una esclusione frutto di forti pressioni ricevute da Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele.

Diciannove anni dopo, lo scenario nel Congo sembra cambiato. Joseph Kabila, succeduto nel 2001 dopo l’assassinio di Mwzei Kabila, suo padre, non è più Presidente. Al suo posto, il figlio di Etienne Tshisekedi wa Mulumba, lo storico leader dell’opposizione fin dai tempi di Mobutu, Félix Antoine Tshisekedi Tshilombo. La scorsa settimana si sono tenuti i funerali di Stato di Etienne, morto nel febbraio 2017. Per due anni e 4 mesi il suo corpo è stato tenuto presso la camera mortuaria di un ospedale privato belga a causa di profonde divergenze tra il figlio e l’Amministrazione Kabila che vertevano proprio sui funerali di Stato. Una volta acceduto alla Presidenza, Félix è riuscito a celebrare i funerali di Stato, rimpatriando finalmente la salma di suo padre. Funerali che sono costati circa 8 milioni di dollari, e per questo molto criticati dalla popolazione che non sa come sbarcare il lunario quotidiano.

Uganda e Rwanda non sono più considerati nemici. Al contrario, il Presidente Tshisekedi, con beneplacito del rais Kabila, ha inaugurato una nuova politica estera nei Grandi Laghi che prevede la riconciliazione con Kampala e Kigali e il comune sfruttamento delle risorse naturali all’est del Congo, nell’ottica di una integrazione regionale tra i tre confinanti Paesi.
Le responsabilità del Rwanda? Il risarcimento dei danni da parte dell’Uganda? Atti di giustizia probabilmente sacrificati in nome della nuova politica estera di Kinshasa.

É in questo scenario che i familiari dei deceduti e le vittime sopravvissute alla battaglia di Kisangani fanno sentire nuovamente la loro voce per chiedere giustizia tramite Aline Engbe, portavoce del Collectif des Victimes de Kisangani (CVK). «La nostra città non è stata mai ricostruita, decretando così la sua morte economica e sociale. É una città di fantasmi che si ostinano ancora ad abitarci. Sui muri delle case e degli edifici pubblici ci sono ancora le tracce degli impatti dei proietti di 19 anni fa. Il bilancio ufficiale parla di 1.000 morti e 3.000 feriti. Noi affermiamo che questo bilancio sia basato da una sottostima delle vittime e per questo da un decennio chiediamo un censimento fatto da una commissione indipendente. Molti dei sopravvissuti si portano dietro gravi traumi fisici e psicologici che gli impediscono una vita normale. Oltre ai cittadini uccisi o feriti vi sono almeno 6.000 persone che hanno perduto le loro case, i loro beni, i loro negozi. Anche essi devono far parte del risarcimento danni. É deplorevole constatare che fino ad oggi il nostro Governo non ha mosso un dito per ricostruire la città e per appoggiare politicamente le nostre richieste di indennizzo. Non un dollaro è stato speso da Kinshasa per Kisangani e la sua popolazione. Stesso dicasi per l’Uganda che ci ignora tout-court. Noi domandiamo che le autorità della Repubblica si attivino per promuovere la giustizia nei nostri confronti. Ci ha fatto molto male vedere il Presidente della Repubblica inchinarsi e rendere omaggio alle vittime del genocidio a Kigali, mentre ignora le vittime di Kisangani. Perché non costruire anche nella nostra città un monumento che ricordi le vittime congolesi?», ha dichiarato Aline Engbe.

La ripresa battaglia giuridica del Collettivo di Kisangani richiede il pieno rispetto della condanna all’Uganda, emessa dalla Corte Internazionale di Giustizia. Il risarcimento non riguarda solo i danni causati a Kisangani, ma, con l’applicazione del verdetto, le vittime della città possono ricevere la loro parte di risarcimenti e il governo congolese avviare finalmente i lavori di ricostruzione di Kisangani. La precedente pratica legale fu dirottata da una serie di volute circostanze.
L’avvocato Tshibangu Kalala aveva ricevuto tre anni fa il compito di inoltrare la pratica presso la Corte della Repubblica e all’Assemblea Nazionale (corrispondente al nostro Parlamento). Kalala fu stato arrestato per impedirgli di consegnare il dossier. Al suo rilascio si dismise dall’incarico. Sarà un caso fortuito o una forma di ricompensa politica, ma Tshibangu Kalala ora è stato nominato Ministro Delegato presso il Primo Ministro Sylvestre Ilunga Ilukamba, uomo di fiducia della famiglia Kabila, nominato lo scorso maggio dopo l’ennesimo compromesso accettato dal Presidente Tshisekedi.

Ennesimo compromesso obbligato, in quanto Fèlix Tshisekedi non ha vinto le elezioni dello scorso dicembre, il vero vincitore è stato Martin Fayulu. Kabila ha costruito una vittoria artificiale, tramite frodi elettorali, al fine di avere un Presidente docile e malleabile che scaldi la poltrona presidenziale in attesa del ritorno del rais, alle presidenziali 2023. Durante il suo mandato Tshisekedi non deve fare altro che gestire la normale amministrazione, senza impicciarsi degli affari legali e non della famiglia Kabila e dei crimini contro l’umanità commessi dall’ex Presidente, per poi farsi da parte.  

Altresì, la piattaforma politica del rais, Front Comun pour le Congo (FCC), detiene la maggioranza assoluta all’Assemblea Nazionale e presso le assemblee provinciali e controlla la maggioranza dei Governatori delle Province. Inoltre, Kabila sta pretendendo di mettere altri suoi uomini di fiducia in Ministeri chiavi quali Interno, Esteri, Finanze, Industria e Miniere, Difesa, Giustizia. Il controllo esercitato da Joseph Kabila e dal FCC trasforma Tshisekedi e il suo partito, Union pour la Démocratie et le Progrès Social (UDPS), in mere marionette. Tshisekedi per poter formare un governo (ancora oggi incompleto) ha dovuto formare una coalizione politica con Kabila e FCC.

La nuova strategia del Comitato delle Vittime di Kisangani è quella di richiedere il risarcimento danni al proprio Governo e all’Uganda, escludendo il Rwanda. Una scelta forse pensata per non trovare ulteriori ostacoli politici che potrebbero sorgere a causa del nuovo corso deciso da Kinshasa verso il Rwanda. «Richiediamo che il nostro governo e quello dell’Uganda ci indennizzino dei danni fisici, psicologici, economici e morali subiti affinché possiamo ricostruire la nostra case distrutte e sperare in una vita normale» , ha dichiarato Aline Engbe.

Quante possibilità ci sono per il Comitato delle Vittime di Kisangani di ottenere giustizia? Secondo alcuni osservatori regionali, pochissime. La seconda causa legale è stata avviata durante una fase politica regionale di compromessi sulla spartizione delle risorse naturali e su una integrazione economica regionale. Di conseguenza il Governo Tshisekedi-Kabila non ha alcun interesse di appoggiare la causa del Comitato, anzi, il loro interesse è non creare frizioni con i nuovi alleati ugandesi e ruandesi.

Il Comitato è ben consapevole di questo rischio e nel sottoporre la pratica legale non solo ha deciso di non coinvolgere il Rwanda, ma anche gli attori congolesi della battaglia di Kisangani: Jean-Pierre Bemba e Azariza Ruberwa. All’epoca dei fatti Bemba comandava il gruppo ribelle pro ugandese Movement pour la Liberation du Congo (MLC), mentre Ruberwa era a capo del gruppo ribelle pro ruandese Rassemblement Congolais pour la Démocratie – Goma (RCD-G). I due gruppi armati presero parte alla battaglia di Kisangani schierati al fianco dei rispettivi padrini.
Interrogata sulle ragioni che hanno spinto il Comitato a non coinvolgere questi attori congolesi Aline Engbe risponde che la storia non può essere cambiata. Bemba e Ruberwa sanno cosa hanno fatto a Kisangani e un giorno o l’altro risponderanno delle loro azioni. Una risposta non convincente. Come nel caso del Rwanda, il Comitato ha deciso di non coinvolgere questi due ‘Signori della Guerra’ per aumentare le possibilità di vittoria. Bemba, dopo essere stato escluso dalla candidatura alle elezioni del 2018 e scelto la strada dell’esilio, formò assieme all’ex governatore del Katanga ed ex cittadino italiano Moise Katumbi la coalizione politica Lamuka, ponendo come candidato unico Martin Fayulu. Dopo la sconfitta pilotata di Fayulu sia Katumbi che Bemba hanno abbandonato Lamuka, e si stanno ponendo come ‘oppositori costruttivi’ dinnanzi al governo Tshisekedi-Kabila, in attesa di momenti più propizi. Azariza Ruberwa è un protetto di Kabila, nominato nel novembre 2016 Ministro della Decentralizzazione e Riforme Istituzionali.

A causa della strategia adottata di non coinvolgere Paesi e personalità che sarebbero difesi dal Governo di Kinshasa, il Comitato delle Vittime di Kisangani sta perdendo di credibilità, rischiando di perdere per la seconda volta la causa in Tribunale. Molto probabilmente il governo di Kinshasa cercherà di contattare i rappresentanti del Comitato per comprarseli uno a uno e mettere una pietra tombale sulla vicenda.

Il ritorno dei fantasmi di Kisangani coincide con l’orientamento della popolazione congolese teso a dare fiducia al Presidente della Repubblica, nonostante la sua alleanza con Kabila e la vittoria virtuale a lui aggiudicata. A rivelarlo è un sondaggio compiuto dal Congo Research Group, dalla Università di New York e dal BERCI (Bureau d’Études, de Recherches, et Consulting International) tra il marzo e il maggio 2019 su un campione di 1.294 cittadini di varie parti del Congo. Gli esiti del sondaggio sono molto incoraggianti per Félix Tshisekedi. Quasi il 67% degli intervistati hanno una opinione positiva del nuovo Presidente della Repubblica e il 51% si dichiara ottimista sul futuro del suo Paese. Il 70% individua come priorità il miglioramento economico del Paese, la fine della corruzione, la pace, la riforma delle Forze Armate, la distruzione dei vari movimenti ribelli che infestano l’est del Paese e la realizzazione di grandi infrastrutture pubbliche ad iniziare dalle reti idriche, elettriche e stradali pressoché inesistenti.

Gli esiti del sondaggio, pubblicati in questi giorni, sono stati accolti con gioia da Tshisekedi. Eppure, ad attenta lettura, il sondaggio rivela che il supporto popolare è condizionato alla rottura dell’alleanza politica con Kabila. Il 62% ritiene che le elezioni di dicembre siano state truccate, pur accettando Tshisekedi alla Presidenza. Il 58% degli intervistati disapprova la coalizione di Governo FCC – UDPS e spera che l’ex Presidente Kabila e il suo entourage siano portati in Tribunale per rispondere dei crimini economici e contro l’umanità commessi durante i 18 anni del regime.
Un 38% degli intervistati si è espresso contrario a Tshisekedi appoggiando il vero vincitore delle elezioni, Martin Fayulu. Secondo loro Fayulu deve essere riconosciuto come il legittimo Presidente della Repubblica Democratica del Congo. Il supporto che ancora gode, a distanza di 6 mesi dalle elezioni perse, rafforza la battaglia politica che Fayulu sta conducendo per prendersi il posto che gli spetta e ricostruire su basi sane il Paese.

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