venerdì, Agosto 14

Kirghizistan e Asia centrale, il serbatoio dell’islam radicale

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Le autorità russe indicano Azbarzhon Jalilov come sospettato numero uno della strage di ieri a San Pietroburgo. Anche Rakhat Saulaimanov, portavoce dell’intelligence kirghisa, sembra confermare. Jalilov era in possesso di passaporto e cittadinanza russa e, stando a quanto riportato dalla ‘BBC’, manteneva legami con l’islam radicale. Solo con l’analisi del DNA sarà possibile conoscere con certezza l’identità dell’attentatore, ma difficilmente l’origine kirghisa potrebbe stupire.

Da tempo l’Asia Centrale è infatti considerata un pericolosissimohubdel terrorismo internazionale (un fenomeno che la Russia affronta da molto prima dell’Europa occidentale), e tra le ‘fonti’ principali di foreign fighter arruolati tra le fila dello Stato Islamico in Iraq e Siria. Vladimir Putin aveva in passato avvertito come la guerra con gli Jihadisti in Siria avrebbe potuto avere ripercussioni in patria, con il ritorno dei combattenti provenienti dalla Russia e dalle ex-repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. Un caso allarmante è stato quello della bambinaia uzbeka che, il 3 marzo dell’anno scorso, decapitò una bambina di quattro anni a Mosca. La donna aveva poi mostrato la testa della vittima a dei passanti urlando ‘Allahu Akbar’ e minacciando di farsi esplodere. Molti credettero di avere a che fare con una psicopatica, ma la pista islamica non è mai stata accantonata. La regione preoccupa anche l’altro grande protagonista asiatico: la Cina. La vicinanza dei territori abitati dagli Uyghur – cittadini cinesi di etnia turca e musulmani – con l’area ha reso l’impero di mezzo terra di propaganda e conquista agli occhi del Califfato.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la frammentazione di parte del suo territorio, le repubbliche centro-asiatiche sono state, per motivi economici, tecnologici e politici, costrette a mantenere ben saldo il rapporto con Mosca: già dai primi anni ‘90, infatti, un’alleanza (l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva) tra Russia, Tagikistan, Kirghizistan, Kazakistan, Armenia e Bielorussia è stata formata. La lotta al terrorismo, che minaccia sia i vicini della regione, sia gli stessi stati che lo ‘ospitano’, è stata – specialmente ultimamente con l’esplosione della questione del califfato in Medioriente, ma non solo – prioritaria. L’allarme terrorismo ha portato i Paesi in questione a mettere fuorilegge diversi partiti che si rifanno alla retorica e all’ideologia islamica: la lista delle organizzazioni bandite in Russia è lunga e risale ai primi 2000, mentre in Tagikistan il Partito della Rinascita Islamica – l’unico partito confessionale della Nazione –  è stato messo al bando, e Muhiddin Kabiri, il suo leader accusato di prepare un colpo di stato, vive in esilio in Europa. L’Uzbekistan ha imposto la presenza di telecamere nelle moschee, e persino tentato di controllare la vendita di ‘vestiario religioso’. Lo scorso agosto il Presidente kirghico Almazbek Atambayev ha detto di volersi opporre all’«arabizzazione» del suo Paese, opponendosi all’uso di Burqa e Niqab.

Già dall’anno scorso le esercitazioni militari comuni con la Russia tenute nei territori dell’asia centrale si sono intensificate, probabilmente per lanciare un chiaro avvertimento alle truppe del Califfato, pericolosamente tentate dall’espansione verso il cuore dell’Asia, reso particolarmente appetibile dall’instabilità nei territori dell’Afghanistan. Ma anche se le Istituzioni rafforzano la loro posizione contro il terrorismo, almeno parte della popolazione sembra agire in direzione opposta: stando ai dati del think tank ‘Soufan Groupl’ex-Unione Sovietica rappresenta la seconda area di reclutamento dei terroristi dell’ISIS. Se si esclude la Russia, circa 2000 combattenti in Siria e Iraq verrebbero dall’Asia centrale e, nello specifico, ben 600 dal Kirghizistan. Un numero elevatissimo visto che si tratta di un Paese di poco più di 5 milioni di abitanti.

Secondo un report datato gennaio 2016 del Think Tank ‘Valdai Club’, vicino al Cremlino, il Kirghizistan è «sottoposto a serie minacce» e «specialmente all’interno del fenomeno della diaspora Uzbeka, l’Islam radicale è la più grave minaccia nel sud del Paese». In Uzbekistan, citando il report, le attività terroristiche e la propaganda islamica sarebbero in aumento nonostante la profonda e decisa azione del Governo. Anche in questo caso, la cooperazione con il loro storico e più grande alleato, la Russia, è vista come la via per sconfiggere il terrorismo.

Proprio per questo mese le autorità kirghize stavano aspettando una bozze del nuovo programma di contrasto al terrorismo inaugurato a Dicembre scorso: «dobbiamo adottare misure di lungo termine per potenziare i nostri sistemi di sicurezza», aveva affermato il vice-Primo Ministro kirghizo Jenish Razakov, che ha anche assicurato come la lotta al terrorismo sarebbe stata la priorità del Governo. Sarebbero i giovani i più inclini alla ‘radicalizzazione’. L’Amministrazione intende coinvolgere diversi strati della società, inclusi teologici e le organizzazioni religiose. Il dialogo chiaro e aperto sarebbe essenziale, avrebbe avvertito Nazira Kurbanova, ricercatore e esperto di storia dell’Islam, che indica l’errore di reagire all’estremismo solo «con la forza».

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