giovedì, Novembre 14

Kirghistan: una sfida non nuova nell’Asia Centrale Violento scontro a Koi-Tash nei dintorni della capitale Bishkek tra i sostenitori dell’ex Presidente Atambaev e le forze armate

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Il Kirghistan è un piccolo Paese dell’Asia Centrale, già parte dell’Unione Sovietica e divenuto indipendente, come molti altri, al crollo dell’impero comunista, nel 1991. E’ il più piccolo dei Paesi della regione, circa cinque milioni di abitanti e molti parte della diaspora kirghisa, soprattutto in Russia. E’ anche il più povero, stando ai dati sul reddito procapite, poco meno di quattromila dollari all’anno. Confina, oltre che con la Cina, con il Kazakistan, il Tagikistan e l’Uzbekistan; non confina con la Russia, ma non per questo Mosca ha smesso di esercitare una notevole influenza sulle vicende del Paese e rimane sempre un buon rifugio per presidenti e uomini politici di spicco in fuga dal Paese.

Come quasi tutti i Paesi ex sovietici, anche il Kirghistan ha avuto una storia politica, successiva all’indipendenza, abbastanza movimentata. Per un breve periodo, addirittura, sembrava si fosse avviato verso un percorso volto alla ricerca di un sistema meno illiberale, ma l’infatuazione per la democrazia della classe politica kirghisa fu breve, per poi adattarsi, quasi subito, al clima regionale: autoritarismo, corruzione e classe politica completamente inadeguata e rapace. 

Le vicende delle ultime settimane rappresentano lo specchio della politica kirghisa. L’ambientazione non è quella della polverosa cittadina come nel western di John Sturges, ma la periferia di Bishkek, la capitale kirghisa e lo scontro ugualmente violento. Da una parte Almazbek Atambaev, quarto Presidente del Kirghistan indipendente, in carica fino a novembre del 2017 e dall’altra il nuovo Presidente, suo ex alleato, Sooronbai Jeenbekov. Nonostante il passaggio di potere sembrava essere avvenuto regolarmente e pacificamente, cosa non scontata in questa regione, evidentemente, qualcosa è andato poi storto, facendo saltare gli accordi che avevano permesso a Jeenbekov di avere l’appoggio, anche nel corso della campagna elettorale, di Atambaev e sono affiorate le prime divergenze. Lo scontro, inizialmente solo di vedute, è divenuto più violento quando le critiche di Jeenbekov hanno toccato temi come la corruzione e la famiglia Atambaev. Il tutto è poi degenerato quando nel giugno 2019, il Parlamento, cancellando l’immunità presidenziale, ha chiesto di accertare il coinvolgimento dell’ex Presidente ed approfondire le imputazioni di corruzione a carico dello stesso. 

Lo scontro, dapprima solo mediatico, si è trasferito dalla carta stampata alle strade di Bishkek. Ben presto le parole hanno lasciato il posto ad armi automatiche e proiettili e si è messo in scena uno spettacolo degno dei migliori film western, con i protagonisti, forse meno fascinosi di Burt Lancaster e Kirk Douglas, ma ugualmente intenzionati a portare avanti le proprie istanze. 

L’ambientazione: la residenza di Koi-Tash, nei dintorni di Bishkek. I protagonisti: Atambayev, Kursan Asanov Vice ministro degli interni e Jeenbekov,  più una serie di comparse e comprimari da una parte ed all’altra. Il plot: la resistenza armata di Atambayev, alla richiesta della polizia di consegnarsi e rispondere dinnanzi al procuratore generale. 

Questo più o meno il corso degli eventi: Atambayev, asserragliato nella sua residenza di Koi-Tash, dichiarava che non aveva alcuna intenzione di costituirsi, aveva con se armi e munizioni a sufficienza ed avrebbe ‘resistito fino alla fine’. Jeenbekov, incurante delle conseguenze, intenzionato a mostrare i muscoli, ordinava di procedere, il ministro degli interni obbediva, la polizia eseguiva. Il primo tentativo di irruzione veniva respinto, mentre fuori dalla residenza i sostenitori di Atambaev si scontravano violentemente con le forze dell’ordine. Un secondo assalto, questa volta condotto dal vice ministro degli interni Kursan Asanov, direttamente sul campo, si mostrava più efficace e permetteva alle forze di polizia di entrare nella residenza. Tra sacchi di sabbia, casse di munizioni, armi automatiche, mobili e vetri infranti, Atambaev, pistola alla mano, negoziava il suo arresto con Asanov: «Non sono preoccupato per me, puoi anche ammazzarmi qui, ma lascia stare i miei ragazzi», gridava Atambaev al vice ministro degli interni. «Ti do la mia parola», rispondeva Asanov, «i tuoi sostenitori non saranno toccati».

Purtroppo, quello che sembra un film, corrisponde alla realtà. E se gli attori e gli stuntman delle pellicole western se la cavano con qualche acciacco e qualche macchia di pomodoro sui vestiti di scena, a Bishkek la scontro si è concluso nel sangue, quello vero, con decina di feriti anche gravi ed un morto.

Dopo la resa, Atambaev è stato arrestato e rimane tuttora sotto custodia, con diversi capi di imputazione: adesso accusato anche di aver organizzato un colpo di Stato. Per un uomo politico che va, però, un altro che torna, si tratta di Omurbek Babanov, arrivato secondo alle precedenti elezioni presidenziali e fuggito a Mosca per evitare l’arresto. Niente da fare invece per Askar Akaev, il primo Presidente del Kirghizistan costretto alle dimissioni e poi alla fuga, anche lui in Russia nel 2005, nel corso della cosiddetta rivoluzione dei tulipani, contro la deriva autoritaria e la corruzione nel sistema di potere in mano ad Akaev. 

La Russia rimane certamente centrale nelle vicende kirghise: Atambaev aveva visitato Mosca ed incontrato Putin a fine luglio, poco prima del suo arresto, per discutere della “situazione nelle repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale” ed anche Jeenbekov lo ha fatto, qualche giorno fa, poco dopo l’arresto di Atambaev, precipitandosi a Orenburg per discutere con l’omologo russo “dell’integrazione dei Paesi dell’Asia centrale nell’era post-sovietica”. 

La realtà nei Paesi ex sovietici, soprattutto quella connessa con la sfera politica, può diventare più sorprendente della finzione cinematografica. Ricordate Kursan Asanov, l’eroico Vice ministro dell’interno che sprezzante del pericolo, tra una gragnola di proiettili, aveva difeso l’onore della polizia, combattuto nella residenza presidenziale e poi concordato la resa con Atambaev? Bene, dopo essere stato dipinto come un eroe nazionale per diversi giorni, improvvisamente “ha perso la fiducia”, è stato destituito dall’incarico ed arrestato per presunto “tradimento degli interessi della polizia kirghisa”. Un po’ come se Kirk Douglas, dopo essere intervenuto in soccorso dello sceriffo Wyatt Earp, interpretato da Burt Lancaster, fosse stato arrestato dallo stesso per tradimento e per “perdita della fiducia”. Ma si sa, la realtà politica nei Paesi ex sovietici è più sfumata ed imprevedibile dei film hollywoodiani e soprattutto è davvero difficile capire dove sono i buoni e dove i cattivi. 

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