martedì, Ottobre 20

Kim – Moon: summit di Panmunjom, alba di una nuova era di pace lungo il 38° parallelo? «Siamo una stessa famiglia e dobbiamo garantire un futuro di pace alle nostre popolazioni»

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La data di oggi è destinata a rimanere scritta nei libri di storia: dopo un anno, il 2017, all’ insegna della tensione, dei lanci missilistici, degli insulti e delle minacce di ‘fuoco e furia’,  è avvenuto quanto fino a poche ore fa sembrava impensabile. Una speranza l’ aveva suscitata ad inizio anno la cosiddetta ‘pace olimpica’ (in occasione delle Olimpiadi Invernali di Peyongchang), ma, più recentemente, la  decisione del regime di Pyongyang di sospendere gli esperimenti nucleari e di chiudere lo stabilimento di Punggye-ri e la simultanea apertura della ‘linea rossa’ di collegamento tra Pyongyang e Seoul.

«Sono felice di incontrarti», ha esclamato Moon Jae In, prima che Kim Jong-Un oltrepassasse il tratto di demarcazione che divide la penisola  coreana dalla fine della guerra di Corea, nel 1953, mettendo piede in territorio sud-coreano, prima volta in assoluto per un leader del Nord. In un fortuito fuori programma, Kim ha poi invitato Moon ad attraversare, per un attimo, il confine, stringendogli la mano. Dopodiché, sono rientrati nel Sud per recarsi alla Peace House di Panmunjom e passare in rassegna il picchetto d’onore e per salutare le delegazioni dei due Paesi.

Per quella nordcoreana, erano presenti nove alti funzionari, tra cui Kim Yo-jongla sorella minore, ormai una celebrità in Sudcorea, a capo del dipartimento di Propaganda del Partito dei Lavoratori guidato da Kim, Kim Yong-namil capo nominale dello Stato (entrambi, sono già stati in Corea del Sud, in occasione della partecipazione alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi Invernali di Pyeongchang, a febbraio scorso, durante quella ‘la tregua olimpica’), uno dei vice presidenti del Partito dei Lavoratori nord-coreano, che aveva presenziato alla cerimonia di chiusura dei Giochi di Pyeongchang,  il generale Kim Yong-chol, altri due vice presidenti del partito, il ministro degli Esteri del regime, Ri Yong-ho, il presidente del Comitato per la Riunificazione Pacifica delle Coree, Ri Son-gwon il più alto funzionario per lo sport e raggiunto dalle sanzioni dell’Onu, Choe Hwi, e il capo del dipartimento degli Affari Internazionali del Partito dei Lavoratori, Ri Su-yong. Per quella sudcoreana, erano presenti, tra gli altri, il ministro della Difesa, Song Young-moo, la ministra degli Esteri, Kang Kyun-hwa, il ministro della Riunificazione delle due Coree, Cho Myoung-gyon, e il consigliere per la Sicurezza Nazionale, Chung Eui-yong, che aveva incontrato Kim già qualche settimana fa, per una visita di due giorni nella capitale nordcoreana. Dopo i saluti, le due delegazioni hanno posato per le foto rituali.

‘Distensione’ è la parola giusta per descrivere l’ incontro di Panmunjom, un vero e proprio «regalo per il mondo», per usare le parole di Moon. «Sono venuto qui determinato a mandare un segnale di inizio, sulla soglia di una nuova storia»  ha detto Kim Jong-un che ha poi assicurato di volersi impegnare in un colloquio «franco, serio e con onesta’ intellettuale» in quanto «questo è un posto carico di significato e in effetti è una nuova primavera che è arrivata al nord e al sud. Spero  di trarre il massimo dalle opportunità della giornata di oggi e spero che assieme a questo pino possano fiorire le nostre relazioni». «Non ti svegliero’ piu’ all’alba» ha promesso Kim , riferendosi ai diversi test effettuati fino a non molto tempo fa, al presidente sudcoreano, ma, anzi, «verro’ alla Casa Blu, se mi inviterai». A sua volta, Moon ha manifestato l’interesse a visitare il monte Paekdu, la montagna sacra in Corea del Nord. Dopo aver pranzato separatamente (Kim è tornato, con la sua limousine, nel territorio nordcoreano), i due leader si sono ritrovati per piantare un albero al confine, le cui radici saranno nutrite da terra e acque provenienti da entrambi le Coree: hanno scavato e innaffiato la pianta, un pino, e poi , insieme, hanno scoperto la pietra recante l’iscrizione, ‘qui piantiamo pace e prosperità‘. Al termine di questa funzione, Kim e Moon si sono allontanati, da soli, per fare una passeggiata. In conclusione dell’ incontro. in vista della cena, sono giunte anche le first lady.

«Ora comincia una nuova storia», ha scritto Kim sul libro degli ospiti della Peace House di Panmunjom, «dal punto di partenza della storia e dell’era di pace» perché – va ricordato – tra i due Paesi esiste un’ armistizio, ma non una vera e propria pace. Porre le basi per raggiungere una vera e propria riconciliazione era l’ obiettivo del summit. Le due Coree – ha auspicato il leader del Nord – non devono «ripetere il passato», quando sono state «incapaci di mantenere i loro accordi», ma è necessario «lavorare per gli interessi dei due Paesi» dato che «siamo una stessa famiglia e dobbiamo garantire un futuro di pace alle nostre popolazioni».

Al termine del meeting, è stata firmata dai due una dichiarazione congiunta definita ‘Dichiarazione di Panmunjom per la pace, la prosperità e l’unificazione della Penisola coreana’, un documento diviso in tre punti che enucleano gli impegni assunti da entrambi le nazioni. Moon Jae In ha precisato che «il presidente Kim Jong Un ed io abbiamo convenuto che la completa denuclearizzazione sarà raggiunta, e questo è il nostro comune obiettivo» e che si recherà a Pyongyang in autunno «così da consolidare la fiducia reciproca e per compiere uno sforzo congiunto per dare vigore al momento positivo verso il continuo progresso delle relazioni intercoreane e verso la pace, la prosperità e l’unificazione della penisola coreana».

La firma della pace, secondo il documento, prevede il coinvolgimento formale di Stati Uniti e Cina (avversari durante la Guerra del ’50-’53), che le due Coree intendono rendere partecipi mediante incontri a tre o a quattro. E’ stata messa fine «completamente a ogni atto ostile reciproco in ogni ambito -terra, aria e mare- che possa essere fonte di tensione militare e di conflitto» e, dal 1 maggio, cesseranno anche tutte le attività di propaganda, compresi gli altoparlanti e i volantini diffusi dal sud sul territorio del nord. Le due parti hanno poi concordato di di organizzare, per il 15 agosto, degli incontri tra le famiglie separate dalla Guerra e di stabilire un ufficio collegamento intercoreano a Kaeseong, centro industriale congiunto che sorge in territorio nordcoreano. Peraltro, al momento, la Corea del Nord è stretta in un ferreo regime sanzionatorio impostole dalla Comunità Internazionale.

«La guerra coreana finirà! Gli Stati Uniti, e tutto il suo grande popolo, dovrebbero essere molto fieri di ciò che sta avendo luogo adesso in Corea!» lo ha scritto in un tweet il presidente americano Donald Trump che ha sempre ribadito di volere una Nordcorea denuclearizzata e che, in un precedente tweet, aveva evidenziato: «Dopo un anno furioso di lanci di missili e test nucleari, un incontro storico tra la Corea del Nord e del Sud sta avendo luogo. Stanno succedendo belle cose, ma solo il tempo potrà dirlo».
Lo stesso inquilino della Casa Bianca ha tenuto a ringraziare il Presidente cinese Xi Jinping per aver contribuito a questo risultato. Pechino, dal canto suo, ha lodato il coraggio dei due leader. Più prudente, ma sempre positivo è stato il commento del governo di Tokyo che spera in ‘azioni concrete’ da parte della Nordcorea sui programmi nucleari e balistici.

E’ l’ alba di una nuova era di pace lungo il 38° parallelo? Si avvicina la firma di una pace? Aumentano le possibilità di un incontro con Donald Trump? Con Francesca Frassineti, esperta dell’ Università di Bologna oltre che dell’ Osservatorio asiatico dell’ ISPI abbiamo fatto un bilancio del vertice di Panmunjom.

Quali impressioni ha avuto di questo evento storico?

Il summit che si è appena concluso è stato caratterizzato da una forte dose di simbolismo a cui, in linea coi precedenti due vertici, è stata riservata estrema attenzione: tutto è stato studiato fin nei minimi particolari. L’ impressione non può non essere quella di una fortissima emozione che si è percepita provenire da entrambi i leader: in particolare, in varie riprese Kim Jong Un è parso chiaramente emozionato, sopraffatto dalla grandiosità dell’evento per le due Coree. L’ unico avvenimento che è sembrato costituire un fuori programma, è stato l’invito rivolto da Kim al presidente sudcoreano Moon Jae-in, di attraversare, tenendosi per mano, la linea di demarcazione militare entrando insieme per qualche secondo in territorio nordcoreano.  Stiamo assistendo a una fase di distensione a cui si è arrivati partendo dal discorso di Capodanno del giovane Kim, dopo mesi in cui erano soffiati venti di guerra sulla penisola coreana alimentati dalla bellicosità verbale tra Trump e Kim Jong Un. In quel discorso di inizio anno, Kim ha fatto delle aperture che Moon ha prontamente colto: il leader nordcoreano sembra aver individuato in Moon Jae In un interlocutore più affidabile rispetto ai predecessori in quanto percepito più autonomo dai diktat di Washinton in merito all’atteggiamento da assumere nei confronti del regime di Pyongyang. Moon, infatti, per quanto continui a riaffermare il pieno sostegno alla strategia dell’amministrazione Trump basata sulla pressione esercitata tramite le sanzioni internazionali, ha in vari momenti lasciato emergere alcune differenti vedute rispetto all’alleato statunitense. Va ricordato poi che Moon aveva partecipato al secondo summit intercoreano del 2007 come capo dello staff del presidente Roh Moo-hyun e dopo undici anni, è arrivata la sua occasione per passare alla storia, secondo quanto egli stesso ha affermato l’anno scorso, come il presidente che “porterà la pace tra le due Coree”.

«Non ci sarà più nessuna guerra nella penisola coreana, una nuova era di pace è iniziata» ha dichiarato Moon. «Sudcorea e Nordcorea» – si legge nel documento congiunto – «collaboreranno attivamente per stabilire un regime di pace permanente e solido sulla penisola coreana. Porre fine al corrente e innaturale condizione di armistizio e stabilire un solido regime di pace nella penisola coreana è una storica missione che non può essere ulteriormente rinviata». Per far questo, «Nord Corea e Sud Corea si impegnano a favorire l’ organizzazione di meeting che coinvolgano Stati Uniti e Cina. Gli incontri con tre o quattro Paesi al tavolo saranno finalizzati a dichiarare la fine della guerra e stabilire un regime permanente di pace». E’ realistico pensare una trasformazione dell’ armistizio in una pace, come molti media internazionali hanno sostenuto, già entro la fine del 2018?

Quest’anno ricorre il 65° anno dell’armistizio e la sua sostituzione con un regime di pace è il terzo punto della dichiarazione di Panmunjom per dichiarare definitivamente concluso lo stato di guerra che formalmente ancora vige tra le due Coree. Affinché si possa procedere alla firma di un trattato di pace, è necessario, dal punto di vista giuridico, il coinvolgimento degli altri firmatari, oltre alla Corea del Nord, del documento sottoscritto il 27 luglio 1953, ovvero di Stati Uniti e Cina. Nella dichiarazione adottata ieri, si ribadisce l’intenzione delle due Coree di perseguire attivamente un regime di pace con degli incontri trilaterali, quindi solo con gli Stati Uniti, oppure quadrilaterali, includendo Stati Uniti e Cina. Nel documento, però, l’assenza di un orizzonte temporale costituisce una delle maggiori fonti di dubbi riguardante la fattibilità di queste proposizioni. Il summit di Panmunjom ha segnato, come i precedenti, un passaggio storico e ancora una volta l’obiettivo congiunto dei leader è stato quello di riaffermare la necessità che sia il popolo coreano a decidere del futuro della penisola. A questo fine è necessario un miglioramento dei rapporti tra le due Coree che si fondi sulla creazione di fiducia reciproca attraverso un cammino progressivo e incrementale. Nello specifico, le Coree si sono impegnate a condurre negoziati ad alto livello in vari ambiti di reciproco interesse, a permettere nuovi incontri tra le famiglie separate dalla guerra di Corea e a dare attuazione ai progetti di cooperazione economica individuati nella dichiarazione del 4 ottobre 2007, partendo con il ripristino dei collegamenti ferroviari. Questi sono tutti elementi volti a favorire una riconciliazione attraverso il 38° parallelo, per arrivare ad un regime di pace.

Per quanto concerne la denuclearizzazione, nella dichiarazione congiunta si legge: «Il Sud e il Nord hanno affermato il loro comune obiettivo di realizzare una penisola coreana priva di nucleare attraverso una completa denuclearizzazione». Però, rimangono delle perplessità riguardanti, soprattutto, quale sia il significato che il regime nordcoreano attribuisce alla parola ‘denuclearizzazione’, è corretto?

Questo summit ha alimentato moltissime aspettative circa la questione della denuclearizzazione. Se analizziamo le dichiarazioni rilasciate da Moon e Kim alla stampa al termine della sessione mattutina, nelle parole di Kim Jong-Un non si rileva alcun riferimento a questo tema. Nella Dichiarazione di Panmunjom, invece, compare l’impegno esplicito delle due Coree per la denuclearizzazione della penisola coreana. Questo è un proposito che si trova in altre dichiarazioni congiunte del passato, come quella del 1992, ma continua a porre numerosi interrogativi per quanto concerne l’interpretazione che le due Coree danno all’espressione ‘denuclearizzazione della penisola coreana’. Per quanto riguarda la Corea del Nord, ciò non può significare la rinuncia unilaterale dell’arma atomica da parte di Pyongyang, ma deve essere accompagnata da un impegno da parte della Corea del Sud a uscire dall’ombrello nucleare statunitense, includendo quindi anche la questione della presenza delle truppe americane che stazionano nel Sud. Nella Dichiarazione di ieri la Corea del Sud ha espresso apprezzamento per gli sforzi recentemente intrapresi dalla Corea del Nord per la denuclearizzazione della penisola, ma Pyongyang non ha assunto alcun impegno ad abbandonare unilateralmente il suo arsenale. Il fatto che sia stata utilizzata questa espressione, indicherebbe la necessità di accomodare le due parti.

Quello sottoscritto oggi dai due leader, secondo i funzionari sudcoreani, è un documento «vincolante». Ma fino a che punto visto che, come da Lei ben ricordato, spesso in passato, le dichiarazioni non sono state rispettate?

La storia dei rapporti inter-coreani e le modalità di negoziazione della Corea del Nord porranno sempre forti dubbi circa la sincerità degli impegni assunti dal regime di Pyongyang. La dichiarazione di Panmunjom ricalca in molti suoi punti il documento concluso a Pyongyang al termine del secondo vertice inter-coreano il 4 ottobre 2007. Anche in quell’occasione si fece riferimento alla risoluzione delle ostilità militari, all’espansione della collaborazione economica e alla creazione di una zona marittima congiunta. Pochi mesi dopo, però, con l’elezione del presidente sudcoreano Lee Myung-bak si invertì la rotta in quanto il nuovo capo dell’esecutivo adottò un approccio intransigente nei confronti del Nord, ponendo come precondizione per la ripresa di qualsiasi negoziato, la sua completa denuclearizzazione. Ciò fu seguito dalla ripresa delle provocazioni militari nordcoreane e dalla sospensione del dialogo tra le due Coree che continuò durante la successiva amministrazione di Park Geun-hye.

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