mercoledì, Settembre 30

Kiko Arguello e la Chiesa di cui fidarsi Tempi duri per i cattolici

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Tempi duri per i cattolici dicevamo. Mai come in questo momento essi  si sentono  sballottati qua e là, sulle montagne russe di continue dichiarazioni contrastanti, provenienti dalle loro figure di riferimento più importanti, proprio quelli che in millenni di storia hanno avuto la funzione di guida saggia e ferma. Vescovi, cardinali, intellettuali, naturalmente anche  il Papa, da qualche tempo sembra facciano a gara nell’inviare messaggi disorientanti per il grande popolo della cristianità.
Faccio un esempio: la manifestazione, da molti ritenuta di difficile comprensione per le sue finalità, del Family Day in piazza S. Giovanni, a Roma, lo scorso 20 giugno, pare sia stata concepita da un personaggio sconosciuto alla maggior parte dell’opinione pubblica: Kiko Arguello, settantenne pittore spagnolo di Leòn e iniziatore negli anni sessanta, a seguito di una visione della Madonna, del cosiddetto cammino neocatecumenale, un movimento dai tratti fondamentalisti cresciuto moltissimo con gli anni e a volte non in perfetta linea con le direttive pontificie.

Ora, si dà il caso che Kiko Arguello, presente sul palco della manifestazione, si sia lanciato in una bizzarra interpretazione della tragedia, reale, occorsa a un uomo abbandonato dalla moglie per un’altra donna. Secondo Arguello, o semplicemente Kiko, come è conosciuto dai suoi seguaci, conseguenza di tale avvenimento scatena per forza di cose l’avvento dell’inferno. Il malcapitato si sente costretto a uccidere la moglie e persino i figli, in quanto sente nel profondo, irreparabilmente, di non essere più amato.
Una teoria che stride vistosamente con il lavoro di papa Bergoglio, regista non occulto delle linee guida su cui si articolerà il Sinodo del prossimo ottobre: accoglienza per gay e coppie divorziate e risposate, aperture attese da molti decenni dal popolo cattolico.
Per non parlare dell’aperto dissidio tra i discorsi sottili e taglienti del capo dei Vescovi Angelo Bagnasco, o  le raffinate feste nell’attico del cardinale Tarcisio Bertone, dimissionario dalla carica di Segretario di Stato vaticano ma sempre sulla breccia mondana, e la Chiesa povera tanto amata da papa Francesco, umile lavatore di piedi che i Bertone e i Bagnasco non si sognerebbero nemmeno di sfiorare con lo sguardo.

Se il cattolico è spiazzato, il laico è sempre più dubbioso. Egli vorrebbe, con tutta la buona volontà di cui è capace un ateo o un agnostico, credere alla clamorosa rivoluzione che Francesco sta proponendo al mondo. Una rivoluzione tanto drastica e di segno progressista da risultare incredibile e quasi ingenua, per giunta fiorita a una velocità del tutto estranea alla tempistica della Chiesa, solitamente misurata in secoli di prudentissime riflessioni.
Il laico, diciamolo papale papale e scusate la battuta, non è assolutamente abituato a simili cambiamenti  da parte della Chiesa cattolica, e proprio non può fare a meno di sentire puzza di fregatura.
Sarà il doloroso ricordo di papa Luciani che brucia ancora, sarà l’attivismo sfrenato e non certo accomodante di  Karol Wojtyla, sarà la fredda gestione del potere in senso conservativo di Josef Ratzinger, sarà la cultura illuminista del dubbio, ma per il laico fidarsi della Chiesa cattolica è sempre un’impresa titanica.
Tempi duri anche per loro dunque, ma ci sono abituati.

 

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