martedì, Agosto 4

Kiev si arrende al proprio ultimatum Turčinov deve aprire al referendum sulle autonomie. Elezioni e violenze in Maghreb

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Kiev ultimatum

L’ultimatum che Kiev aveva lanciato la scorsa settimana ai separatisti filorussi del versante orientale dell’Ucraina potrebbe tramutarsi in un boomerang. Il Governo di Arsenij Jacenjuk aveva infatti intimato il ritiro dagli edifici occupati e l’abbandono delle armi entro la mattina di oggi, ma la richiesta non sembra aver sortito alcun effetto: anzi, nell’oblast’ di Donetsk il tricolore della Russia continua a sventolare dai pennoni di numerosi palazzi amministrativi. Nonostante le minacce di intervento armato, il Presidente Oleksandr Turčinov si è visto così costretto ad un’apertura, dando la disponibilità ad un referendum sul conferimento di maggiori autonomie alle amministrazioni locali, che accontenterebbe in parte i filorussi. Ma Turčinov ha anche mostrato il bastone, annunciando l’imminente ‘stabilizzazione’ della regione del Donbass per mezzo di operazioni antiterrorismo.

La situazione, in altre parole, sta tornando a livelli di tensione più che preoccupanti: «la situazione è più esplosiva che mai», ha dichiarato il Vicesegretario dell’ONU per gli affari politici Oscar Fernandez-Taranco dopo un’accesa sessione del Consiglio di Sicurezza, in cui i timori dei membri occidentali si sono scontrati con le posizioni del Cremlino. Quest’ultimo, infatti, continua a rimproverare a Kiev di voler reprimere le proteste con la forza e nega, per tramite del Ministro degli Esteri Sergej Lavrov, ogni ingerenza dei propri servizi segreti negli affari interni ucraini. Ma l’Unione Europea, attraverso il Premier britannico David Cameron e la Cancelliera tedesca Angela Merkel, esige che anche Mosca condanni l’occupazione illegale dei palazzi amministrativi in Ucraina e minaccia nuove sanzioni, mentre gli Stati Uniti intensificano la propria presenza militare. Dopo l’annuncio che nei Paesi Baltici sarebbero giunti nuovi caccia per rinforzare la sorveglianza aerea Nato, oggi il Presidente romeno Traian Basescu ha comunicato l’arrivo di una nuova nave da guerra statunitense nel Mar Nero, in sostituzione del’USS David Cook.

Alta tensione anche in Egitto, dove la polizia ha risposto coi gas lacrimogeni ad una manifestazione di studenti sostenitori dei Fratelli Musulmani avvenuta presso l’Università del Cairo. Come riportato dal quotidiano ‘Masri el Youm’, l’ateneo si sarebbe trasformato in un «campo di battaglia», con decine di feriti, tra cui alcuni giornalisti, ed un morto, lo studente Mohamed Adel Atteya. Gli scontri sono avvenuti nella stessa giornata in cui il Generale ‘Abd al-Fattā al-Sīsī depositava ufficialmente la propria candidatura alle elezioni presidenziali di fine maggio: 450.000 le firme presentate a sostegno della stessa alla Commissione elettorale.

Intanto, in Libia si dimette invece il Primo Ministro Abdullah al-Thinni. Subentrato appena un mese fa ad Ali Zeidan, al-Thinni avrebbe deciso di abbandonare l’incarico (che, ha assicurato, ricoprirà comunque in maniera amministrativa fino alla nomina del successore) dopo un attentato subito sabato sera. Tuttavia, secondo alcuni commentatori, tra cui il direttore del quotidiano ‘Libya al Jadida’, Mohammed al Misurati, la ragione sarebbe da ricercare nello scontro coi movimenti politici legati ai Fratelli Musulmani, che in Parlamento si sarebbero accordati per far cadere il neo-eletto Capo del Governo. Frattanto, l’accidentata transizione libica verso la democrazia passa anche per il processo ad alcuni dei maggiori esponenti del regime di Mu’ammar Gheddafi, iniziato oggi. Tra i 37 ufficiali che dovranno rispondere delle repressioni del 2011, i due figli del ra’īs Saif al Islam Saadi, l’ex capo dei servizi segreti Abdullah Senussi e l’ex Primo Ministro Baghdadi Mahmudi.

Nel Maghreb è in attesa di elezioni anche l’Algeria, dove la campagna elettorale è terminata. Nei tre giorni che separano il Paese dal voto del 17 aprile non sarà perciò consentito alcun comizio ai sei candidati alla Presidenza: un problema che non sembra toccare l’attuale titolare Abdelaziz Bouteflika, che di comizi non ne ha tenuti ma la cui vittoria appare scontata.

È quindi un periodo molto agitato per il mondo arabo, a cui si aggiunge la recente dichiarazione del Ministro degli Esteri di IsraeleAvigdor Lieberman, secondo il quale vi sarebbero discussioni segrete con alcuni Stati arabi sulla necessità di affrontare in maniera congiunta la minaccia comune costituita dall’Iran. «Per la prima volta c’è un’intesa per cui il vero pericolo non è rappresentato da Israele, gli ebrei od il sionismo. Si tratta dell’Iran, del jihad globale, di Hezbollah e di al Qaeda», ha dichiarato Lieberman, comunque immediatamente smentito dalle cancellerie dei Paesi da lui citati, ossia Arabia Saudita e Kuwait. Proprio sull’Iran, peraltro, Israele continua ad essere in attrito con gli Stati Uniti: il Ministro israeliano per gli Affari Strategici Yuval Steinitz ha infatti definito «inaccettabili» le recenti dichiarazioni del Segretario di Stato statunitense John Kerry riguardo alle tempistiche dei negoziati sul nucleare iraniano, che darebbero a Teheran il tempo di costruire un ordigno nucleare. Washington deve fronteggiare inoltre le lamentele dello stesso Iran, che ieri ha presentato reclamo presso le Nazioni Unite per gli impedimenti causati dagli Stati Uniti al suo Ambasciatore presso il Palazzo di Vetro, Hamid Abutalebi.

L’Iran, comunque, si muove anche su altri fronti. Oggi, ad esempio, il Viceministro per il Petrolio Ali Majedi ha sostenuto che potrebbero esserci difficoltà a stringere un accordo con la Russia su petrolio e gas per la concorrenza che oppone i due Paesi in quei mercati. Tuttavia, ha assicurato Majedi, vi sarebbe una volontà condivisa di raggiungere comunque quell’accordo che, durante le trattative sul nucleare iraniano, aveva visto più volte l’opposizione statunitense. Intanto, Teheran ha festeggiato sull’asse che la collega al Governo di Damasco per l’annuncio da parte del Presidente Baššar al-Asad di un «punto di svolta» verso la vittoria definitiva delle forze lealiste. Ciononostante, mentre queste ultime riconquistano il villaggio cristiano di Maalula, al confine con il Libano, e bombardano i sobborghi ribelli della capitale, la popolazione siriana sembra ancora assai lontana dalla tranquillità.

Così come continua a non essere tranquilla la popolazione della Nigeria, dove una bomba esplosa in un’autostazione durante l’ora di punta ha causato la morte di 71 persone ed 124 feriti. Il Presidente Goodluck Jonathan ha attribuito immediatamente l’attentato alle milizie Boko Haram, da cui però non è ancora giunta alcuna rivendicazione e la cui area di azione è generalmente la regione nordorientale del Paese. Proprio lì, infatti, ieri sono morte altre 60 persone in occasione di un attacco armato contro numerosi villaggi. Il Presidente Jonathan, che in passato ha effettuato drastici ricambi all’interno dei maggiori Ministeri e ai vertici delle Forze Armate proprio con l’intenzione dichiarata di intensificare l’offensiva contro la milizia islamista, ha dichiarato che il Paese «verrà a capo di ciò… la questione di Boko Haram è temporanea».

Disastrosa anche la situazione in Cile, dove un incendio sviluppatosi nelle foreste ai margini del centro urbano sta minacciando la città di Valparaíso ed ha già provocato la morte di 16 persone ed il ferimento di altre 500, di cui alcune gravi. Per permettere all’esercito di supportare le azioni dei Vigili del Fuoco, la Presidente Michelle Bachelet ha dichiarato lo stato di catastrofe naturale. Continuano inoltre le scosse in America Centrale: oggi un terremoto di magnitudo 5,6 è stato avvertito in Nicaragua. Al momento non si hanno notizie di vittime.

È, infine, un altro tipo di dissesto – il dissesto bancario – che scuote la Spagna, con la querela sporta dalla coalizione Izquierda Unida contro gli ex dirigenti del colosso bancario Bankia. Ammonta a 24 miliardi di euro la richiesta di sequestro lanciata dalla coalizione di sinistra, la cui denuncia comprende tra i numerosi reati quelli di associazione illecita, truffa e appropriazione indebita: la stessa cifra era stata ricevuta dall’istituto bancario per potersi salvare. Frattanto, la sinistra spagnola scende in piazza in queste ore per commemorare la proclamazione della II Repubblica il 14 aprile 1931 e richiedere la costituzione della III Repubblica.

 

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