giovedì, Aprile 25

Khashoggi – USA: cosa succederà? Le parziali ammissioni e le misure prese contro quelli che sono stati indicati come i responsabili potrebbero essere un segnale distensivo inviato a Washington

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Gli ultimi sviluppi dell’‘affaire Khashoggi’ gettano un’ombra sempre più spessa sulle recenti evoluzioni della politica saudita e sulla presa che l’erede al trono, principe Mohammed bin Salman (MBS), esercita sia sui gangli del potere interno, sia sull’azione internazionale del Paese. Al di là di ogni valutazione morale, la vicenda incrina, infatti, in modo pesante la credibilità di Riyadh come partner privilegiato degli USA in Medio Oriente e nel Golfo e il ruolo strategico che essa ha assunto nella Penisola Arabica e fuori. Da qualche anno, l’Arabia Saudita ha accresciuto molto la sua visibilità internazionale, abbandonando la precedente politica ‘di basso profilo’ e impegnandosi in modo attivo sia sul piano degli equilibri politici interni, sia nel controllo di quelli regionali. In qualche modo anticipata dall’intervento in Bahrein nel 2011, questa nuova postura si è rafforzata con l’ascesa al trono dell’attuale re, Salman, e con i rimpasti nella compagine di governo che l’hanno seguita. Con Salman, l’Arabia Saudita si è impegnata attivamente nel conflitto con i militanti Houti in Yemen, ha avviato un ambizioso programma di differenziazione economica (la c.d. ‘Vision 2030’) e ha aperto la porta a (blandi) interventi di modernizzazione politica e sociale che, tuttavia, sembrano avere soprattutto rafforzato la presa della famiglia reale sulle leve del potere.

Dopo l’arrivo alla Casa Bianca, Donald Trump ha fatto un investimento politico notevole sull’Arabia Saudita, investimento rafforzato dalla decisione di rigettare il ‘nuclar deal’ con l’Iran e – implicitamente – la strategia di distensione con Teheran a questo sottintesa. Parallelamente, Arabia Saudita e Stati Uniti hanno rafforzato i loro già solidi legami economici e militari attraverso la firma di accordi per la fornitura di equipaggiamenti a Riyadh e la partecipazione di capitale saudita all’attività di una lunga lista di società USA. Ampiamente criticata sia sul piano interno che internazionale, questa politica si è tradotta in un rilancio del ‘tradizionale’ ancoraggio di Washington all’Arabia e a Israele e nel rafforzamento della dimensione anti-iraniana di tale ancoraggio. Il perdurare della guerra civile in Siria e i suoi effetti destabilizzanti su Libano e Iraq sono stati presentati come le ragioni principali alla base di queste scelte. Il rischio è, tuttavia, che ciò finisca soprattutto per accrescere il coinvolgimento statunitense in una regione dove i suoi interessi e la sua capacità d’influenza sembrano oggi in declino. Lo stesso crescente attivismo saudita è indicativo del superamento di un rapporto mutualmente benefico che, fondato sugli accordi del Grande lago amaro (1945), era ancora abbastanza solido negli anni successivi alla guerra del Golfo del 1991.

Da più parti è stato rilevato come gli Stati Uniti possano, alla fine, scoprire che le loro sorti sono legate a filo doppio con quelle di un attore erratico e potenzialmente destabilizzante come MBS. Proprio la vicenda Khashoggi, fra l’altro, ha rialimentato le tensioni che da tempo esistono fra Riyadh e Ankara e che ruotano intorno alle rispettive ambizioni di supremazia sul mondo sunnita. Stretto alleato del Qatar, la Turchia è per questo in urto con l’Arabia Saudita e i suoi alleati nella regione, così com’è in urto per il sostegno dato alla Fratellanza musulmana egiziana contro il ‘cavallo’ saudita, generale al-Sisi. Gli sforzi di MBS di accreditare Riyadh come nuovo campione dell’Islam ‘moderato’, sostenuti dalle sue caute aperture in campo sociale, mirano anch’essi a ridimensionare un ruolo sino a poco tempo fa svolto da Ankara ed entrato in crisi con lo scoppio della crisi siriana. Per ora non è chiaro dove lo scontro fra i due Paesi potrà condurre; è tuttavia chiaro come, sul breve periodo, il risultato sia stato un deterioramento della situazione regionale e un aumento dell’intensità del confronto fra i loro ‘clienti’; il tutto senza che l’auspicato asse Stati Uniti-Israele-Arabia Saudita sia riuscito a consolidarsi e, anzi, mettendo i vertici dello Stato ebraico nella scomoda posizione di dovere gestire un rapporto con due alleati potenzialmente ai ferri corti.

L’Arabia Saudita possiede oggettivamente importanti asset negoziali. Nonostante il massiccio boicottaggio occidentale, la Future Investiment Initiative in corso in questi giorni a Riyadh sta vedendo una nutrita partecipazione di operatori economici asiatici, oltre a una rilevante presenza della Russia. Da questo punto di vista, la partnership con gli Stati Uniti rappresenta, agli occhi delle autorità, solo una delle possibili vie per rilanciare il ruolo del Paese. D’altro canto, nessuno di questi possibili partner è in grado, oggi, di offrire a Riyadh i vantaggi politici che sarebbe in grado di offrire Washington. Le parziali ammissioni e le misure prese contro quelli che sono stati indicati come i responsabili della scomparsa di Khashoggi potrebbero essere, da questo punto di vista, un segnale distensivo inviato all’amministrazione e alla comunità internazionale in un momento in cui la politica statunitense sta attraversando un passaggio particolarmente delicato. E’ difficile dire se e quanto questa mossa riuscirà a rilanciare l’immagine ‘moderata’ di MBS e della ‘nuova’ Arabia Saudita. In ogni caso, l’impressione è che – anche senza amore – il matrimonio fra gli Stati Uniti e la corte degli al-Saud sia comunque destinato a durare, a meno di non ipotizzare un terremoto geopolitico regionale del quale, per ora, non sembra però possibile scorgere i segnali.

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