venerdì, Novembre 15

Khashoggi, scoop di Stato Le rivelazioni sulla scomparsa dosate con le pressioni politiche

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Un caso internazionale che ha messo in discussione gli equilibri tra le diplomazie in Medio Oriente, ha fatto scomodare il segretario di Stato americano e ha coinvolto le più grandi aziende internazionali, fino a toccare il gotha della finanza mondiale. La scomparsa di Jamal Khashoggi, avvenuta il 2 ottobre, dopo che il cittadino saudita aveva fatto ingresso nell’ufficio consolare del suo paese a Istanbul, in Turchia, riserva ogni giorno nuovi eclatanti colpi di scena.

Questa mattina, poche ore prima della visita a Riad del segretario di Stato americano Mike Pompeo sembrava che fosse arrivato l’epilogo: i principali media statunitensi parlavano di una possibile ammissione di omicidio da parte del governo dell’Arabia Saudita. Ma non è avvenuto: lo scoop ha finito per rivelarsi solo un efficace strumento di pressione su Riad.

In quelle stesse ore una squadra di investigatori turchi entrava nel consolato saudita a Istanbul in cerca di possibili prove dell’omicidio. Un lungo lavoro di nove ore il cui esito è sintetizzato nelle accuse del presidente turco Recep Tayyip Erdogan che subito dopo ha parlato di sostanze tossiche e di materiali che sarebbero stati ridipinti per cancellarne le tracce.

Nei giorni scorsi alcuni rappresentanti del governo di Ankara hanno fatto trapelare scottanti notizie che hanno messo in difficoltà il regno saudita: l’ipotesi è che Khashoggi sia stato ucciso all’interno del consolato e che il suo corpo sia stato in seguito smembrato e portato altrove. Ci sarebbero prove audio che verrebbero direttamente dall’orologio Apple della vittima: sarebbero state mostrate a rappresentanti di Stati Uniti e Arabia Saudita. Il presidente Donald Trump ha minacciato dure ripercussioni nel caso si trovassero le prove dell’omicidio all’interno del consolato. Anche i governi europei hanno chiesto di arrivare al più presto ai responsabili.

Ma la crisi non ha coinvolto solo la diplomazia internazionale, mettendo alla prova i rapporti tra Arabia Saudita e amministrazione Trump, oltre che quelli tra Ankara e Riad. Per la scomparsa di Khashoggi si sono mobilitati anche i grandi colossi internazionali. I presidenti di società come Google, Uber e Ford hanno deciso di non partecipare al summit economico in programma a Riad il 23 ottobre. Alla cosiddetta ‘Davos del deserto’ non saranno presenti nemmeno i più importanti funzionari di banche come JP Morgan, HSBC e Credit Suisse. Due giorni fa la borsa saudita è crollata facendo registrare una perdita del 7 percento.

Sono stati giorni di tensione anche nella capitale turca. Lunedì i media locali raccontavano che l’ambasciata iraniana ad Ankara era stata evacuata per la minaccia di una bomba. Teheran ha negato l’accaduto. Oggi un altro episodio controverso: la polizia turca ha sparato al conducente di un trattore che si era buttato sulle auto nel traffico della capitale. Il conducente avrebbe confessato alla polizia di essere diretto all’ambasciata israeliana. Ma anche in questo caso le autorità di Gerusalemme hanno dichiarato che l’evento non era in alcun modo legato alla loro rappresentanza in Turchia.

Su chi fosse Khashoggi in questi giorni è stato detto di tutto.  Aveva lasciato il suo paese lo scorso anno quando a Riad erano scattati gli arresti delle personalità considerate ostili al principe saudita Mohammed bin Salman. Dalle colonne del ‘Washington Post’ Khashoggi, che nel frattempo si era trasferito negli Stati Uniti, non faceva sconti alla politica autocratica del giovane principe.

Nipote del celebre trafficante di armi Adnan Khashoggi, quello che nell’affare Iran Contras aveva fornito armi all’Iran, Jamal da giovane aveva abbracciato l’ideologia della Fratellanza Musulmana: un islam politico per il quale il governo di un paese deve essere retto in base ai principi della religione. Per questo era particolarmente vicino al presidente turco Erdogan, con il quale condivideva un’amicizia e la visione dello stato.

Da giovane aveva iniziato la sua carriera di reporter in Afghanistan dove aveva intervistato un altro suo caro amico, questa volta di infanzia: Osama Bin Laden, l’uomo che all’epoca combatteva i sovietici al fianco dei mujaheddin. Poi aveva scritto dall’Algeria e dal Kuwait, durante la Guerra del Golfo.

Negli anni 90 troviamo Khashoggi legato al capo dei servizi di intelligence sauditi, Turki Al Faisal. Poi nel 2017 il dissidio con il nuovo principe lo aveva allontanato definitivamente dal paese.

Adesso aveva un progetto. Un’organizzazione chiamata ‘Democrazia nel mondo arabo’, la cui ideologia era ancora una volta vicina a quella dell’islam politico e alla Fratellanza Musulmana. Secondo alcuni amici, quando è scomparso stava cercando di raccogliere fondi per questa organizzazione.

Di sicuro Jamal Khashoggi non era uno dei tanti. Certo, era anche un giornalista. Ma non solo. Per un reporter morto, raramente si scomodano gli stati o si mettono in discussione gli equilibri internazionali, soprattutto quelli finanziari. Non c’è bisogno di ricordare Daphne Caruana Galizia, uccisa proprio un anno fa mentre indagava sugli affari sporchi di una banca maltese con l’Iran. Per lei non si sono mossi i capi di stato o i vertici dei servizi segreti occidentali. E ancora sappiamo poco sui responsabili della sua morte: altro che rivelazioni di stato con tanto di prove audio.

Per Jamal si è mosso il mondo intero: la sua scomparsa è diventata uno strumento di pressione a livello internazionale ed è destinata a cambiare più di un equilibrio. Turchia e Stati Uniti si sono riavvicinati proprio nel momento in cui scadono i termini per la demilitarizzazione della provincia siriana di Idlib, ancora in mano alle forze ribelli alleate di Erdogan. Il pastore americano Andrew Brunson, detenuto nelle prigioni turche da oltre due anni, è stato rilasciato meno di una settimana fa. E sull’Arabia Saudita, che con le nuove sanzioni all’Iran si prepara a essere uno dei centri energetici del mondo, adesso Trump ha un efficace strumento di ricatto.

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