domenica, Ottobre 25

Kerry in Turchia: c’è molto di cui parlare

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Erdoğan, per giunta, è uscito indubbiamente rafforzato dalla vicenda, perché gli ha fornito l’occasione irripetibile di approfittare dello stato di eccezione venutosi a creare per mettere in cantiere sia un feroce regolamento di conti con esercito e magistratura che una radicale modifica della Costituzione atta a conferire maggiori poteri alla carica presidenziale. Il numero esorbitante di militari, poliziotti, magistrati, giornalisti e attivisti arrestati subito dopo il fallito putsch suggerisce che la lista di proscrizione fosse stata precompliata da tempo, e che Ankara, fiutata l’aria che tirava e ritenendo di aver già considerevolmente limitato l’influenza kemalista sulle forze armate, abbia lasciato che i golpisti prendessero l’iniziativa per ottenere l’occasione d’oro di eliminare definitivamente le fronde laiciste e gülenista incistate nelle istituzioni e nell’esercito turchi, sostituendole con personale più allineato, islamizzato e favorevole alla riforma presidenzialista concepita da Erdoğan – anche se ciò comporterà giocoforza un allontanamento della prospettiva di aderire all’Unione Europea, che gli Usa consideravano l’escamotage ideale per radicare definitivamente la Turchia nello schieramento occidentale e tenerla a debita distanza dalle lusinghe provenienti da altri Paesi non allineati – quali la Russia.

Una epurazione di tali dimensioni è però inesorabilmente destinata ad allargare la frattura sociale, politica e geopolitica – si pensi alle ripercussioni sulla delicatissima questione kurda – in quella delicatissima area geografica che è storicamente l’Anatolia, specialmente alla luce della disponibilità ad aderire al progetto cinese della Via della Seta annunciata da Ankara. Un progetto che assicura introiti ed investimenti esteri ma che richiede stabilità e, soprattutto, costituisce una fonte di enorme preoccupazione per Washington. Sebbene le relazioni tra Turchia e Stati Uniti sembrino destinate a rimanere intatte, avendo conosciuto in passato momenti di tensione – si pensi  all’invasione turca di Cipro del 1974, o al rifiuto opposto da Erdoğan nel 2003 alla richiesta Usa di far passare attraverso il territorio turche le truppe statunitensi dirette in Iraq – probabilmente più acuti e rappresentando la Nato un vincolo solido come pochi altri, a Washington è forte il timore che Ankara possa tentare di mettere in atto una politica di bilanciamento tra est ed ovest destinata a rinforzare il legame di Mosca con l’Europa.

Mosca ha naturalmente tutto da guadagnare da questa situazione critica, poiché al Cremlino sono pienamente consapevoli che per Erdoğan la Russia rappresenta una sponda politica di primissimo piano su cui far leva nel caso in cui l’acredine con gli Stati Uniti dovesse aggravarsi ed approfondirsi. Non va inoltre dimenticato che la crescita economica della Turchia dipende in buona parte dall’instaurazione di un clima di cordialità con la Russia (si pensi al colossale gasdotto Turkish Stream), e il ripristino di un rapporto di collaborazione tra Mosca ed Ankara tende a prescindere dal grado di fedeltà della Turchia ai vincoli della Nato e dalla permanenza stessa del sempre ambiguo ed ondivago Erdoğan a capo del Paese. Il ‘Financial Times’ ha calcolato che, a seguito delle sanzioni imposte da Mosca ad Ankara come ritorsione per l’abbattimento del Sukhoi, il crollo dell’interscambio commerciale tra le due nazioni è stato pari al 43%, mentre per quanto riguarda il turismo russo verso la Turchia si è registrato un calo del 93%. La decisione di di Erdoğan di recarsi in visita a Mosca, presa all’indomani del fallito golpe, nasce proprio dall’esigenza di porre rimedio a questa situazione incresciosa che colpisce profondamente l’economia turca, nonché a impedire al partito Ypg – che Ankara percepisce come la filiale siriana del Pkk – di ricavarsi una propria regione kurda dotata di larga autonomia nel nord della Siria, lungo il confine con la Turchia. Tentando di scongelare i rapporti con la Russia, Erdoğan ha cercato di convincere Mosca a non avvalersi più delle milizie kurde come surrogato della fanteria di terra, ed è in conformità a questo obiettivo che l’ex sindaco di Istanbul ha accettato di lasciare tiepidamente aperta la prospettiva alla permanenza al potere di Bashar al-Assad, pur mostrandosi renitente ad abbandonare definitivamente l’appoggio alle forze ribelli in Siria – come si è visto durante la sanguinosa battaglia di Aleppo.

Attraverso la visita in Turchia prevista per oggi e messa in cantiere all’inizio di agosto, il segretario di Stato John Kerry si propone di ridistendere i rapporti con le autorità di Ankara, cercando di mitigare la forte irritazione di Erdoğan nei confronti degli Usa montata durante le ore concitate del tentato golpe. All’ex sindaco di Istanbul non è infatti sfuggito che Obama si era degnato di assicurare il proprio sostegno al legittimo governo soltanto quando era divenuto ormai chiaro che il putsch era destinato al fallimento. Il presidente ha anche denunciato che, mentre si trovava il volo a bordo del suo aereo di Stato, a braccarlo c’erano due F-16 pilotati dai golpisti che erano stati riforniti in volo da quattro velivoli Kc-135r decollati dalla base aerea di Incirlik, dove è fortissima la presenza statunitense. Per Kerry si preannuncia quindi un lavoro diplomatico tanto difficile quanto necessario, perché in epoca di incipiente multipolarismo la collocazione di un Paese cruciale come la Turchia è in grado di mutare profondamente gli equilibri geopolitici regionali, con pesanti ricadute sui rapporti di forza internazionali.

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