giovedì, Ottobre 22

Kerry in Turchia: c’è molto di cui parlare

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L’accentramento del potere nelle mani di Erdoğan, il deterioramento dei rapporti con Israele, la deriva autoritaria della Turchia sotto la direzione del partito Akp, la gestione della questione kurda e la politica estera autonoma condotta dall’esecutivo turco hanno raffreddato notevolmente il ‘marimonio di interessi’ tra il governo e Hizmet, trasformatosi rapidamente in rapporto conflittuale per effetto dell’inconciliabilità tra l’autoritarismo di Erdoğan  e il controllo tentacolare che la ‘piovra’ gulenista, appoggiata dagli Usa, stava esercitando in seno a imprenditoria, media e corpi istituzionali come polizia e magistratura. La strategia prediletta dai gülenisti mira a proiettare l’influenza turca innanzitutto verso l’Asia centrale, fedelmente all’idiosincrasia nei confronti del mondo arabo, mantenendo salda la ‘relazione speciale’ con Israele, di cui  il predicatore esule in Pennsylvania  aveva ripetutamente cercato di ergersi a garante.

Il carattere ‘ottomano’ e universalista del nazionalismo islamico propugnato dall’Akp tende invece  ad individuare nel mondo arabo la ‘profondità strategica’ naturale della Turchia. Senza contare che se Gülen intende promuovere una riforma radicale del modello repubblicano ideato da Atatürk, Erdoğan ambisce invece a lasciarne in vigore i tratti autoritari nel quadro di un sistema istituzionale islamizzato e di tipo presidenziale. Alla base dello scontro tra Erdoğan e Gülen vi sono quindi divergenze politiche, economiche e strategiche di primissimo piano.

Così, quando il ritiro strategico statunitense è divenuto evidente, il governo si è esposto affinché la ‘mani pulite’ in salsa turca non risparmiasse i seguaci di Hizmet inseriti a vario livello nelle istituzioni nazionali. Un portavoce di Ankara ha anche accusato Gülen di aver organizzato le proteste di Gezi Park dell’estate 2013, che avevano messo in seria difficoltà il governo, facendo emergere con grande chiarezza tutti i dissidi tra Gülen e Erdoğan. Quest’ultimo ambisce a trasformare la Turchia nel principale punto di riferimento per la sterminata comunità sunnita al punto da “appropriarsi” della causa palestinese e raffreddare le relazioni con Israele, che da anni stavano registrando un visibile affievolimento.

Il fallito golpe ha assicurato ad Erdoğan la possibilità di rinnovare gli attacchi contro Gülen e contro le autorità Usa che continuano a garantirgli ospitalità, e indotto l’esecutivo turco a bloccare la base militare di Incirlik, usata anche dagli Usa, per cercare – vanamente – di indurre Washington ad estradare l’esule in Turchia, sebbene il fondatore di Hizmet avesse categoricamente smentito il proprio coinvolgimento e condannato fin da subito l’iniziativa dei militari. È però altrettanto possibile che gli autori del colpo di mano si siano attenuti alla tradizione kemalista, che impone di intervenire con la forza per impedire derive clericali, evitare il coinvolgimento della Turchia nei conflitti del mondo arabo e stabilizzare la situazione interna nel momento in cui diviene eccessivamente caotica. Lo suggerisce un articolo di ‘Foreign Policy’ pubblicato una manciata di giorni prima del golpe, in cui si sottolineava la forte contrarietà dello ‘Stato profondo’ turco rispetto alla politica siriana condotta dal governo, specialmente a fronte delle relative, pesanti ricadute negative sul turismo e sui rapporti con potenze di primo piano come Russia e Cina.

Furono ragioni di questo tenore che portarono al rovesciamento del premier Adnan Menderes nel 1960 ad opera del colonnello Alparslan Türkeş e del generale Cemal Gürsel, al golpe morbido del 1971 ordito dal generale Memduh Tağmaç e culminato con il ‘dimissionamento del primo ministro Suleyman Demirel e infine al colpo di Stato perpetrato nel 1980 dal generale Kenan Evren contro il presidente Fahri Korutürk. Sotto Erdoğan, in Turchia sono andati materializzandosi proprio quegli scenari che le forze armate turche si sono sempre impegnate a pevenire, in conformità alle indicazioni impartite a suo tempo dal padre della patria Mustafà Kemal Atatürk. L’ex sindaco di Istanbul ha quindi pagato il ‘ritorno di fiamma’ del terrorismo scaturito dal supporto turco alle frange fondamentaliste in funzione anti-siriana, il forte rallentamento dell’economia nazionale dovuto al guastarsi dei rapporti con molti Paesi (non solo) limitrofi e l’aver cercato di mettere al riparo il progetto di sovrapposizione del sentimento religioso-sunnita a quello nazionale dall’interventismo delle forze armate attraverso l’incriminazione di oltre 300 ufficiali dell’esercito.

La rottura con Gülen degenerata in scontro aperto – specialmente alla luce dell’emergere dei suoi legami con Hillary Clinton –, il peggioramento dei rapporti con il vicinato, l’approfondirsi delle fratture interne tra i sunniti e le altre comunità religiose, il contrasto sempre più aspro tra una borghesia laica e fortemente occidentalizzata che guarda all’Europa e risiede nelle città secolarizzate dell’ovest e una base sociale anatolica musulmana e conservatrice, il complicarsi delle relazioni con gli Usa causato dai continui capovolgimenti strategici e l’assoluzione dall’accusa di golpismo degli alti gradi dell’esercito grazie al sostegno fornito loro – in aperto conflitto con l’esecutivo – dallo Stato Maggiore hanno indebolito fortemente la posizione di Erdoğan e trasformato la Turchia in una polveriera. In tale contesto, è sufficiente una scintilla per infiammare la guerra civile e spalancare dinnanzi al Paese della Mezzaluna‘ la prospettiva della balcanizzazione: l’idea di spartire Iraq e Siria lungo linee di divisione etnico-religiose potrebbe infatti essere applicata anche alla Turchia, dove vivono quasi 60 milioni di sunniti, tra i 6 e i 9 milioni di arabi aleviti (un sottogruppo dello sciismo) e ben 15 milioni di kurdi. Ipotesi non peregrina, che venne presa in considerazione a suo tempo dall’amministrazione Bush nell’ambito del piano relativo al cosiddetto ‘Grande Medio Oriente’.

Sulle interferenze esterne sono state formulate molte ipotesi, una delle quali – riportata dal sempre ben informato analista israeliano Aaron Klein – porta dritto ai principi Mohammed bin-Zayed al-Nahyan e Mohammad bin-Salman, ministri della Difesa di Emirati Arabi Uniti ed Arabia Saudita preoccupati del cambio di registro della Turchia rispetto alla Siria. Gli Stati Uniti non sembrano aver giocato un ruolo attivo nel tentato putsch ma è del tutto plausibile che alcuni ambienti dell’amministrazione Obama fossero al corrente dei preparativi in atto e, molto pragmaticamente, abbiano aspettato di capire quale piega avrebbero preso gli eventi. Lo suggeriscono il ritardo con cui Obama ha condannato il tentato colpo di Stato – praticamente a golpe fallito – e la presenza massiccia di apparati militari e di intelligence Usa in  territorio turco, in particolare presso la base di Incirlik.

Nel caso remoto in cui dovesse invece essere dimostrata una qualsiasi forma di coinvolgimento diretto di apparati Usa nel tentato golpe, previsto con straordinario tempismo nientemeno che da ‘Foreign Affairs’ (organo strettamente connesso al Dipartimento di Stato) e da un navigato neocon come Michael Rubin, a farne le spese sarebbe indubbiamente la tenuta della Nato, poiché si tratterebbe di una pesante ingerenza negli affari interni del Paese che copre il fianco meridionale dell’architettura di difesa euro-atlantica. Le implicazioni internazionali di un simile stravolgimento sarebbero enormi. Sta di fatto che l’alleanza tra Ankara e Washington si è notevolmente indebolita da quando Erdoğan ha trasformato la Turchia in una vera e propria mina vagante per la rete di soft power globale messa in piedi dagli Usa, e il fallimento dello strano – specialmente per la superficialità con cui è stato condotto e per il mancato coinvolgimento della Marina militare – tentativo di colpo di Stato non ha fatto altro che esacerbare le tensioni con Washington.

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