lunedì, Dicembre 16

Kerry in Turchia: c’è molto di cui parlare

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La Turchia è uno snodo cruciale tra Oriente ed Occidente che corre lungo una delle più instabili linee di faglia del mondo. Il potere politico che governa il Paese ha la possibilità di valorizzare al massimo questa posizione di vantaggio ma deve costantemente gestire le fortissime spinte provenienti sia dai piccoli soggetti statuali del vicinato che dalle grandi potenze a proiezione internazionale. Ciascuno agisce per fare della Turchia il proprio crocevia di riferimento cercando allo stesso tempo di sbarrare la strada agli avversari, in un sommarsi continuo di pressioni esterne che influiscono sui movimenti delle placche.

Tali peculiari caratteristiche hanno indubbiamente esercitato una forte influenza sulle complesse dinamiche che hanno regolarmente minato la stabilità politica del Paese fin dall’inizio della Guerra Fredda, e in particolare a partire dall’adesione della Turchia alla Nato, datata 1952. Lo si è visto in maniera evidente in questi ultimi tempi, quando una nutrita componente dell’esercito ha perpetrato un tentativo di colpo di Stato naufragato soltanto grazie all’intervento delle forze lealiste e dai sostenitori dell’Akp, scesi nelle piazze in risposta all’appello presidenziale lanciato via web e ritrasmesso dal ramo turco della ‘Cnn’. Erdoğan, che mentre veniva perpetrato il putsch si trovava a bordo dell’aereo presidenziale in volo sui cieli di Istanbul, ha immediatamente tirato in ballo Fetullah Gülen, teologo-predicatore emigrato negli Stati Uniti da Erzurum per sfuggire all’arresto che sarebbe quasi sicuramente avvenuto in seguito al colpo di Stato dell’esercito del 1997.

Dal suo esilio in Pennsylvania, Gülen è pian piano riuscito ad ottenere una notorietà tale da permettergli di esercitare una forte influenza su Ankara, grazie soprattutto all’organizzazione Hizmet (‘servizio’), la quale è stata capace di inaugurare oltre 130 scuole private in 25 differenti Stati americani in seguito ad un accordo con le autorità locali fortemente appoggiato dalla Cia (grazie alla mediazione di Graham Fuller, attivatosi per fornire a Gülen il visto permanente), che si era impegnata a garantire un sostanzioso contributo al finanziamento degli istituti con denaro pubblico.

Hizmet, attiva anche in Germania e in un centinaio di altri Paesi, propugna una versione rivisitata di Islam compatibile con i principi liberal-capitalistici che dominano in Occidente, in conformità alla visione mistica dell’ideologo e fondatore della setta Nurcu Said Nursi. Particolarmente ricettive alla predicazione islamica a forte vocazione individualista di Gülen si rivelarono fin da subito le cosiddette “tigri dell’Anatolia”, vale a dire gli ambiziosi imprenditori appartenenti a quella classe media musulmana e tradizionalista che era stata relegata alla semi-insignificanza dai kemalisti. Promuovendo l’ascesa di questa rampante classe sociale, Gülen è riuscito a creare un vero e proprio impero imprenditoriale, a cui sono riconducibili il colosso dei media ‘Zaman’, colosso dei media, il gigante della finanza islamica Bank Asya e decine di altre compagnie di spicco, a partire dalla Tusko.

Secondo alcune stime, l’organizzazione creata da Gülen è arrivata a gestire un volume d’affari pari a circa 25 miliardi di dollari, e a sviluppare ramificazioni che si estendono in tutta l’area turanica. Sospettata di godere del supporto di una parte consistente degli apparati di intelligence Usa, Hizmet è stata bandita da tutti i Paesi aderenti alla Comunità degli Stati Indipendenti nel 2006. Anche se Erdoğan  non è mai stato un ‘seguace’ di Gülen, il comune retroterra religioso-culturale e la volontà condivisa di arginare lo strapotere dei kemalisti hanno cementato per anni l’alleanza strategica tra le due rispettive fazioni che ha permesso, tra le altre cose, di imprimere una forte coloritura musulmana alla Costituzione, alle misure ordinarie (restrizioni sugli alcoolici, ad esempio) e alle decisioni internazionali.

La contrarietà a questa linea politica da parte di esercito e Corte Costituzionale, storici garanti della laicità imposta dal ‘padre della patria’ Mustafà Kemal Atatürk e attaccata dagli Stati Uniti una volta sgretolatasi l’Unione Sovietica, è alla base del fallito colpo di Stato del febbraio 2010, che portò all’arresto di buona parte dei gallonati dell’esercito. Tutti gli alti ufficiali incarcerati erano connessi alla potente ed oscura setta kemalista e nazionalista Ergenekon, l’organizzazione dotata di solidi agganci con lo ‘Stato profondo’ turco in cui erano state escogitate le operazioni Hammer e Cage. L’espressione “Stato profondo” è la traduzione di una espressione turca (Derin Devlet) salita alla ribalta nel 1996, quando l’incidente di Susurluk svelò l’esistenza di un governo segreto turco strettamente legato alla Nato e alle strutture paramilitari collegate all’Alleanza Atlantica, come Gladio e i Lupi Grigi. È probabile che Ergenekon costituisca il nucleo operativo in cui è stata congegnata la lunga catena di colpi di Stato che per decenni ha indirizzato la politica turca. Per sradicare questa minaccia, Erdoğan  ha adottato una prassi autoritaria, che ha comportato un’ondata di arresti indiscriminati, effettuati molto spesso in assenza di prove tangibili o sulla base di semplici sospetti.

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