giovedì, Agosto 22

Kenya: Sex on the beach, ovvero quando la prostituzione alimenta il turismo Un viaggio sulle coste keniote dove le ragazzine si prostituiscono con gli stranieri, italiani in testa, per 10 dollari a cliente con il benestare delle famiglie

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Rinomato per le sue spiagge dorate e i meravigliosi parchi naturali, il Kenya è la principale meta turistica dell’Africa Orientale che attrae milioni di visitatori dall’Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Stati Uniti e Cina. Il turismo rappresenta il 10% del PIL, e procura oltre 800.000 posti di lavori diretti e circa 2 milioni di posti di lavoro indiretti. L’industria del turismo è diventata anche terreno fertile per il riciclaggio di denaro di varie mafie, sia regionali che europee. Secondo indagini giornalistiche di media kenioti Cosa Nostra e N’drangheta sarebbero molto attive nel riciclaggio di denaro rivolto al turismo costiero.

L’industria del turismo è strettamente collegata all’industria del sesso da almeno 30 anni. Città come Nairobi, Mombasa, Malindi, Diani, Kilifi sono i principali centri del turismo sessuale sia per gli stranieri che per i kenioti. Fino al 2006 la prostituzione riguardava scelte personali di giovani ragazze povere o studentesse universitarie. Fiorente la prostituzione maschile, destinata alle turiste americane ed europee. Il Kenya è un polo di attrazione anche per le prostitute dei vicini Paesi (Burundi, Congo, Rwanda, Uganda, Tanzania), attirate dalla possibilità di maggior guadagni. Una migrazione del sesso ora in calo in quanto Rwanda, Tanzania e Uganda stanno sviluppando una propria industria del turismo, aumentando così le possibilità per le prostitute locali sempre meno costrette ad immigrare in Kenya.

Da dieci anni, l’industria del sesso si è espansa verso settori proibiti, come quello delle minorenni. Ormai è normale vedere ragazze tra i 16 e i 17 anni nelle discoteche di Nairobi e della Costa frequentate dai turisti. L’entrata in scena delle minorenni è stata provocata dai turisti stessi che in Kenya possono assaporare le gioie con una ragazza di 16 anni, soddisfano fantasie sessuali non facilmente realizzabili nei loro Paesi di origine. All’interno della prostituzione adulta la componente povertà non è il fattore predominante. Vi sono molte studentesse di buona famiglia che, lontane dalla famiglia, utilizzano regolarmente o sporadicamente la possibilità di prostituirsi per arrotondare il vitalizzo ricevuto dai genitori durante i loro studi universitari. Stesso dicasi per impiegate, commesse, e altre ragazze con una regolare situazione lavorativa.

Al contrario il fenomeno della prostituzione minorile è strettamente legato alla povertà. La crescita economica del Kenya, che ora dovrebbe aumentare grazie alla industria petrolifera, è stata resa vana a causa della mancata distribuzione del reddito, creando una forte diseguaglianza sociale, tipica di un sistema capitalistico nei Paesi in Via di Sviluppo orientato al liberalismo, dove lo Stato è debole e abdica al ruolo di regolamentare gli eccessi del mercato. Nonostante i milioni di dollari che circolano grazie alla industria turistica, il 50% della popolazione costiera vive con meno di 1,50 dollari al giorni. Un terreno fertile per lo sfruttamento, anche sessuale.

La maggioranza delle minorenni che entrano nel mercato del sesso hanno abbandonato la scuola, in quanto le loro famiglie non sono in grado di mantenere gli studi. Il magro bilancio familiare obbliga i partenti al disimpegno verso i loro figli quando raggiungono i 16 anni. Si cerca di trovare un lavoro ai figli maschi e per le femmine si chiudono tutti e due gli occhi se imboccano la strada della prostituzione. I benefici sul bilancio familiare sono immediati. La ragazza minorenne che diventa una prostituta spesso va a vivere da sola o con altre prostitute, diminuendo drasticamente le spese per vitto e alloggio affrontate dalla famiglia. Se tutto va bene il bilancio familiare migliora grazie alle entrate derivate dalla prostituzione delle figlie.

L’enorme domanda di sesso a pagamento creata dai turisti stranieri e dalla media borghesia keniota, rende maggiormente allettante la prostituzione per migliaia di minorenni. Una principiante può facilmente guadagnare 5.000 scellini a weekend (50 dollari) gestendosi dai 5 ai 10 clienti dal venerdì alla domenica. Le tariffe variano dai 1.000 scellini (10 dollari) ai 3.000 (15 dollari) per una prestazione notturna. In caso di mancanza di clienti facoltosi si può optare per delle ‘sveltine’ consumate in pochi minuti negli angoli bui delle strade per 200 scellini (2 dollari).

Pur essendo illegale la prostituzione e perseguibile penalmente quella minorile, il fenomeno è tollerato e socialmente accettato. I gestori di bar e discoteche vedono di buon occhio che i loro locali siano frequentati da prostitute, in quanto attraggono più clienti. Alcuni gestori rifiutano la presenza di minorenni, mentre quelli dei bar e discoteche più prestigiose e alla moda selezionano le prostitute maggiorenni per evitare ai clienti spiacevoli disavventure. Altri gestori accettano nei loro locali anche prostitute minorenni, in quanto attirano una maggior clientela maschile, sopratutto straniera. Scelta compiuta anche da alcune discoteche e bar alla moda. Basta che la ragazza di 16, 17 anni, dimostri fisicamente una maggiore età maggiore ed è benvenuta.

Le autorità locali e la Polizia hanno adottato una politica di disinteresse, abdicando al loro dovere di prevenire e lottare contro la prostituzione minorile. Secondo i dati disponibili forniti da UNICEF e dalle Agenzie governative keniote, una ragazza su tre tra i 12 e i 17 anni lavora nell’industria sessuale della Costa che conta almeno 15.000 prostitute minorenni. «Negli ultimi cinque anni la situazione è peggiorata. Circa il 90% delle famiglie che vivono nei villaggi e nei piccoli centri urbani lungo la Costa sono diventate ancora più povere rispetto a 5 anni fa e l’avvio alla prostituzione delle figlie quando raggiungono la maturità fisica diventa una preziosa fonte di sostenimento. Spesso sono propri i genitori di queste famiglie povere che incoraggiano le proprie figlie a prostituirsi, chiedendole però di farlo nelle grandi città sia a causa della maggior domanda sia per evitare scandali nelle piccole comunità dove vivono», spiega al settimanale ‘The East AfricanAtuman Jiti un ufficiale pubblico della Contea di Kwale.

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