martedì, Ottobre 20

Kenya: l’odiata centrale a carbone di Lamu

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Nel 2013 in Kenya il Ministero delle Miniere ed Energia indisse una gara d’appalto internazionale per la costruzione di una mega centrale a carbone nella baia di Manda presso la città portuale di Lamu. 1050 megawatt che garantiranno energia a basso costo per sostenere la futura industria petrolifera keniota. La centrale di Lamu sarà la più grande in tutta l’Africa Orientale. La gara d’appalto è stata vinta da due ditte della penisola araba: la Gulf Energy e la Centum Investment. La centrale sarà alimentata dal carbone estratto dalle miniere del bacino Mui, 100 km a est dalla capitale Nairobi. Miniere  gestite da una multinazionale cinese.

I lavori di estrazione nel bacino di Mui stanno subendo forti ritardi causati dal rifiuto dei residenti di accettare ridicole compensazioni per ricollocarsi altrove. Ora il governo sta parlando di ricollocare con la forza la popolazione che rifiuta le compensazioni offerte.

La gestione della mega centrale a carbone sarà affidata ad una compagnia sudafricana, la Amu Power, che ha già ottenuto la licenza dall’Ente Nazionale per la Salvaguardia Ambientale. La Amu Power gestirà anche delle miniere di carbone vicine a Lamu. Il carbone estratto non alimenterà la mega centrale. Verrà esportato in Sudafrica e Mozambico. Il governo di Uhuru Kenyatta assicura continuamente la popolazione che miniere di carbone e mega centrale non rappresentano rischi ambientali grazie all’utilizzo di moderne tecnologie. Di identico parere il leader dell’opposizione e candidato alle imminenti elezioni presidenziali Raila Odinga.

Nonostante le rassicurazioni di governo e opposizione, i cittadini di Lamu sono contrari alla realizzazione della mega centrale e alle attività estrattive delle miniere di carbone a Mui e Lamu. Considerano le positive ricadute occupazionali ed economiche inferiori ai prevedibili e probabili danni ambientali irreversibili.

A dar voce all’opposizione popolare è nata nel 2013 l’associazione Save Lamu (Salviamo Lamu), composta da 36 associazioni locali in difesa dei consumatori, associazioni ambientaliste e società civile. Save Lamu afferma che i residenti delle aree adiacenti alle miniere e mega centrale non sono stati adeguatamente informati sui rischi ambientali. Accusa inoltre il governo di aver prodotto ricerche pilotate tese a minimizzare l’impatto ambientale.

I primi danni irreversibili sono previsti su fauna e flora marittima mettendo a serio rischio tartarughe e delfini. Anche i branchi di pesci verranno fortemente ridotti alterando la catena alimentare marittima e provocando ingenti danni economici alla nutrita comunità locale di pescatori che da secoli sfamano le loro famiglie grazie ai frutti donati dall’oceano.

La polvere prodotta dalla trasformazione del carbone in energia è 100 volte più radioattiva di una centrale nucleare. La mega centrale necessita di sostanze tossiche per produrre energia tra le quali arsenico, mercurio,  cromo e cadmio. Sostanze che verranno rilasciate nei fiumi e nel oceano.

A rischio anche il patrimonio culturale di Lamu, come la città vecchia Lamu Stone Town, patrimonio artistico mondiale grazie all’antica architettura Swahili in pietra, tecnica edile in voga 600 anni fa. L’emissione dei gas della mega centrale aumenteranno le piogge acide che sgretoleranno le antiche mura in pietra.

Save Lamu e i cittadini della famosa città portuale conducono una dura e determinata lotta, consapevoli che né l’attuale compagine governativa né l’opposizione sono disposti ad ascoltarli. Entrambi gli schieramenti politici sembrano non disposti a garantire la protezione del ambiente e del patrimonio culturale rinunciando al mare di monete d’oro in cui fare il bagno come Zio Paperone.

Lo scorso marzo Save Lamu ha organizzato un blocco, divenuto permanente, per impedire ai bulldozer di pulire il terreno agricolo dove deve sorgere la mega centrale.

La licenza concessa dal Ente Nazionale per la Salvaguardia Ambientale alla compagnia sudafricana Amu Power è stata contestata presso il Tribunale Nazionale per la Difesa Ambientale. Studi indipendenti sul impatto ambientale sono in corso e si sta delineando un’azione giuridica internazionale che coinvolga anche le Nazioni Unite.  Save Lamu si sta rafforzando grazie all’adesione di nuove e importanti associazioni tra le quali Sauti Ya Wanawake (Voce alle Donne).

Osservatori regionali sostengono che il movimento popolare creato da Save Lamu non potrà essere facilmente arginato dal futuro presidente sia esso Huru Kenyatta o Raila Odinga in quanto questo movimento non è composto esclusivamente dall’avanguardia ambientalista, spesso incompresa a livello nazionale, ma sopratutto da pescatori, commercianti, venditori di souvenir, guide turistiche, casalinghe, contadini e leader religiosi cristiani e musulmani. Tutti determinati a salvare la splendida città di Lamu e le sue acque blu da secoli sorgente di vita per intere generazioni.

Save Lamu non è contraria a progresso, sviluppo industriale e nuove opportunità occupazionali. Sostiene che tutto ciò può essere ottenuto grazie allo sviluppo di fonti di energia pulite. Una giusta convinzione che va contro la tendenza mondiale sul ritorno alla fonte di energia la più inquinante: il carbone. Una tendenza promossa dall’Amministrazione Trump che è uscita dagli accordi climatici di Parigi. Il Presidente Trump vuole riattivare le miniere di carbone americane creando 35000 nuovi posti di lavoro in aree depresse.

Riattivare l’industria del carbone negli Stati Uniti sarà anti ambientale ma un passo obbligato. Donald Trump è consapevole del piano sino africano di diminuire l’esportazione di idrocarburi e minerali dall’Africa al Occidente per sostenere la rivoluzione industriale africana. Un processo che non può essere impedito con le armi.

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