sabato, Gennaio 25

Kenya, le ragioni dei medici in sciopero

0

In Kenya la situazione non pare si sia evoluta, lo sciopero dei medici persiste ed i tentativi di dialogo sembrano essere ad un punto fermo. All’inizio della settimana l’accordo sembrava possibile ed invece, lo scorso mercoledì, il Presidente Uhuru Kenyatta ha fatto un passo indietro dichiarando che il Governo è pronto a licenziare i medici che rifiutano di tornare a lavoro e che non rimarrà a guardare i keniani soffrire per le mancanze del servizio sanitario. «Riaprirò le negoziazioni solo quando tornerete a lavoro», ha tuonato, «i cittadini non continueranno a soffrire per causa vostra, andate a fare il vostro dovere e poi potremo discutere di nuovo del salario». Nel frattempo tutti i laureati in attesa di prendere posizione nelle loro Contee, sono stati richiamati. «Vogliamo che i dottori lavorino in condizioni migliori ma non solo per loro, quanto soprattutto per i loro pazienti».

I medici, dall’altro lato, credevano di aver raggiunto un accordo con i mediatori governativi lunedì sera. Invece, il Governo ha ritrattato quanto aveva detto circa la sua disponibilità ad offrire parte degli extra salariali contenuti nel contestato ‘Collective Bargain Agreement’ e a promuoverli ad uno standard lavorativo più alto. Nell’offerta governativa quelli con maggior esperienza sarebbero rientrati nel gruppo che guadagna un massimo di 5500 euro; gli specializzandi nel gruppo che prevede un minimo di 1800 euro ed un massimo di 1900 euro. Il Governo, inoltre, aveva fissato la misura dell’indennità a 270 euro per ognuno dei gruppi, differente da quella originariamente prevista nel CBA pari a 370 euro. Ma gli scioperanti hanno intrapreso la loro battaglia con l’intenzione di ottenere un minimo salariale di 3000 euro per gli specializzandi ed una paga iniziale di 7800 euro per le categorie più alte;  quindi non hanno affatto intenzione di arrendersi. Però, un’analisi comparativa tra i salari della categoria keniana dimostra che essi guadagnano molto di più rispetto ai colleghi in altri Paesi africani con lo stesso livello economico, come lo Zimbabwe (in cui lo stipendio arriva a 380 euro circa) e la Liberia (1130 euro).

Non so quanto stiano insistendo ma penso che meritino certamente un incremento salariale”, afferma Abdhalah Ziraba, anch’egli medico e ricercatore presso l’APHCR (African Population and Health Research Center), “però l’aumento richiesto dovrebbe essere più basso tenuto conto delle circostanze economiche del Paese”. “C’è anche da dire che il costo della vita è più alto qui in Kenya, quindi molti decidono di lavorare anche nel privato per questo”. I medici nel settore pubblico finiscono comunque col guadagnare di più grazie all’occupazione in altri ospedali, diversamente dai loro colleghi. “Generalmente i privati pagano meglio: la paga del Governo fino ad oggi è stata tra i 330 e i 1400 euro di base, sottraendo gli altri benefici”. Anche quando sono pagati dallo Stato, quindi, i medici prendono un extra dalle cliniche private e dagli ospedali privati. “Penso che questo sia il problema principale delle realtà africane: il Governo non sempre riesce a pagare i dottori per farli lavorare e così loro trovano un altro modo”, continua Ziraba. Anche le infermiere lavorano in entrambi i settori nella maggior parte delle nazioni africane; “i medici continueranno a lavorare così e finché non ci sarà un miglioramento nelle condizioni di lavoro e nella paga, secondo me non cambierà nulla”.

L’origine dello sciopero è sicuramente da rinvenirsi nella non applicazione dei termini del CBA”, ci racconta Ziraba; “ma la questione fondamentale è che all’interno di questo ci sono delle clausole importanti che il Governo aveva promesso di applicare e che prevedevano, ad esempio, l’armonizzazione del livello in cui i dottori sono inseriti quando iniziano a lavorare, l’avanzamento ogni tre anni basato su linee guida fornite dal servizio pubblico statale, la predisposizione di corsi di aggiornamento anche per i non laureati, fondi a disposizione per la ricerca, provvedimenti sul salario, agevolazioni, altri benefici e miglioramenti delle condizioni lavorative; inoltre, secondo il CBA tutti i medici impiegati nelle strutture governative dovrebbero poter iscriversi ai corsi di laurea specialistica finanziati dal Governo ed essere mantenuti dallo stesso durante i corsi, anche quando si svolgono all’estero”.

L’accordo del 2013 sembra quindi contenere molto altro. “La tempistica dello sciopero non è stata casuale, infatti, il Governo è nella peggiore delle situazioni”, racconta Ziraba, “ed inoltre questo è l’anno in cui probabilmente si terranno le elezioni; non è facile negoziare ma i medici stanno tenendo duro sperando in un’offerta migliore”. Il Kenya, infatti, dal 2010, dopo l’approvazione della nuova Costituzione, sta affrontando un periodo piuttosto complesso per rendere effettivo quanto previsto dalla riforma sul decentramento. Ora c’è il Governo nazionale centrale ed il Governo periferico delle Contee. Come spiega Ziraba “la nuova Costituzione non è chiara in termini di competenze; il ruolo del Governo centrale si suppone sia quello di amministrare, fissare le priorità nazionali, controllare la qualità e la formazione professionale, mentre le Contee si suppone siano responsabili per i servizi periferici e che perciò assumano, licenzino, paghino e amministrino i lavoratori e tutto ciò che è funzionalmente connesso alla sanità”.

Il punto è che non c’è stata una transizione completa: da una parte alcune funzioni teoricamente devolute le ha ancora il Governo e dall’altra le Contee, ora dotate di più potere, non riescono però a sostenere gli ingenti costi per garantire la salute. La mancanza di chiarezza rende alquanto difficoltoso realizzare un effettivo ed efficace decentramento. “Mi sembra piuttosto comprensibile che il Governo non veda di buon occhio questo CBA e sia abbastanza riluttante nell’applicare alcune delle clausole: significa spendere tanti soldi”. “Per questo i medici hanno deciso di scioperare, per fare qualcosa contro il Governo”. Ma fino ad ora, nessuno cede.

Il Kenya ha già affrontato in passato cinque scioperi dello stesso tipo: uno nel 1971, uno nel 1994 durato tre mesi ed uno nel 2013, subito dopo la riforma sulla decentralizzazione. In tutti i casi i motivi sono tanti ed oscillano dal desiderio di cambiare il sistema sanitario ad una richiesta di una paga migliore. All’inizio, gli scioperanti godevano di un supporto pubblico immenso. Dopo qualcosa è cambiato ed il sostegno è iniziato a svanire. Il dibattito alla base dello sciopero nel ‘71 è scaturito dal tentativo del Governo di vietare ai dottori di ‘scappare’ nelle cliniche private; gli storici, confrontando le passate proteste con quella odierna, affermano che è solo grazie alle attrezzature delle cliniche private che i keniani non sono stati colpiti così duramente.

Dopo l’inizio della devoluzione delle funzioni, poi, sono iniziati altri problemi; la sanità, infatti, dimostra di essere uno dei settori che fa fatica ad inserirsi nelle Contee. “I problemi includono la possibilità di pagare i lavoratori e di procurare ciò che il Governo centrale vuole trattenere per sé”, spiega Ziraba. “Negli ospedali le condizioni delle strutture sanitarie sono problematiche poiché tutto ciò che è gestito dai medici e dai dentisti, non è attualmente in funzione”, ci conferma Ziraba, “gli infermieri spesso lavorano in squadra con i medici, e quindi, anche il loro lavoro risulta compromesso”. “Gli altri operatori sanitari sono persone con un livello di preparazione base, ‘da diploma’, e sono abituati a diagnosticare e a curare alcune patologie, ma sicuramente non ad affrontare certe situazioni o ad operare i pazienti”. I paramedici, come gli infermieri, non sono coinvolti nello sciopero perché sotto la protezione di un Sindacato differente.

In termini di strutture qui ci sono diversi ospedali e tantissime cliniche private, diverse tra loro anche per i costi”, continua Ziraba; “gli ospedali nazionali sono due, poi ci sono ospedali di contea, ospedali di sotto-contea, ospedali di distretto, ospedali di sotto-distretto, centri di cura, cliniche private e dispensari”. “I vari operatori sanitari sono controllati professionalmente dalle rispettive Commissioni Professionali”. Per quanto riguarda, invece, i fondi per l’accesso alla salute esiste il fondo NHIF(National Hospital Insurance Fund), formato dai versamenti di coloro che prestano una qualsiasi attività retribuita. Ziraba precisa che “sono disponibili poi altre assicurazioni private e con budget molto alti per chi non ha altra copertura finanziaria”.

Prima di questo sciopero la sanità funzionava, se la compariamo ad altre realtà africane”, racconta Ziraba; “la copertura delle infrastrutture non era cosi male e c’è la possibilità di accedere al fondo delle assicurazioni nazionali, il che significa che ogni lavoratore che contribuisce può poi accedervi”. “Per questo penso che il sistema sia stato abbastanza attento in termini di assistenza sanitaria e questo era ben visto fino allo sciopero di qualche mese fa”. “Il Kenya è uno dei Paesi dove sono avvenuti più cambiamenti e più miglioramenti nel sistema sanitario, inclusi quelli sulla remunerazione e sulle condizioni di lavoro per i medici e per tutti coloro che lavorano nella sanità”, dice Ziraba. Questo è certamente collegato all’avanzamento dell’economia keniana e all’evoluzione della sua struttura governativa. Ma come nella maggior parte dei sistemi sanitari dell’Africa Sub-Sahariana “non si può negare che il Kenya è senza fondi, non c’è una perfetta organizzazione e le strutture non funzionano ottimamente”.

L’intenzione governativa di spendere il 15% del GDP sulla sanità, inoltre, non è stata realizzata; attualmente, infatti, si spende solo tra il 5 e l’8%; la sorveglianza poi è debole e, di conseguenza, c’è un minor senso di responsabilità da parte di chi opera nella sanità”. “Le infrastrutture hanno dei limiti, in alcune zone rurali l’accesso geografico è molto limitato; l’organico è un ulteriore problema, hanno dei livelli bassissimi”. L’idea della situazione diventa più chiara se si considera, ad esempio, il Bondo Hospital nella contea di Siaya di cui parla il noto quotidiano keniano ‘Daily Nation‘. Si tratta di un ospedale con 63 letti, servente più di 200 persone al giorno e con solo due dottori in attività. I due si alternano stando un po’ in ospedale e un po’ nei tribunali come testimoni esperti. Prima delle 6.30 di mattina circa 34 pazienti hanno già occupato l’ambulatorio. Alle 7.30 il dottor Ahero entra nel suo ufficio provvisto solo di attrezzature rotte. E’ a capo del reparto maternità dove quattro donne condividono un letto con le gambe incrociate; poi passa nelle corsie e nell’ambulatorio dove i pazienti giacciono sul lurido pavimento. Ed anche se sono stati fatti dei progressi, il rapporto medico-pazienti è di uno su 4546, molto lontano dal raccomandato 1 su 600 indicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. I medici pubblici locali hanno il carico di lavoro di otto medici statunitensi.

In questo momento il problema è che nelle strutture pubbliche non funziona la copertura sanitaria ed assistenziale perché in tali aree i dottori non ci sono ed un gran numero di persone non ha accesso alla sanità”, continua Ziraba. “Le cliniche private, invece, lavorano e così anche gli ospedali privati, sia quelli no profit che gli altri“. Anche se le strutture private funzionano, i pazienti senza assicurazione comunque non possono ricevere cure perché senza assicurazione non sono titolati ad accedervi. L’opinione dei cittadini sullo sciopero in corso è divisa tra chi pensa che il Governo dovrebbe dare ciò che ha promesso ai medici e chi pensa che essi stiano chiedendo troppo e che devono tornare a lavoro.

La relazione tra pazienti e dottori solitamente è buona, salvo casi isolati di cattiva condotta da una parte e dall’altra, spesso adeguatamente affrontati e tenuti a bada dai corpi professionali”. “Ciò che vedo dopo 2 mesi di sciopero però”, ci dice Ziraba, “è che incomincia ad esserci una rabbia crescente da parte della popolazione; quando il Governo ha incarcerato i leader del Sindacato, la popolazione ne è stata molto colpita; molti hanno pensato che fosse una mossa ingiusta poiché, anziché condannare i funzionari corrotti accusati di aver rubato dai fondi pubblici, hanno imprigionato loro”. Riguardo i fondi rubati Ziraba spiega che “c’è stata questa voce ma le investigazioni non si sono mai concluse, il che significa che non è mai stata confermata l’accusa o provato nulla”. “E’ difficile dare un’idea precisa della situazione che il Paese sta vivendo ora, c’è certamente una piccola crisi che coinvolge le strutture pubbliche e le quelle private hanno aiutato ad alleviare il problema”, continua Ziraba. “La questione peggiore riguarda chi non può permettersi le cure private: nell’emergenza la popolazione non sa a chi rivolgersi e si avvicinano alle cure solo quelli che possono permetterselo; d’altronde, se andassero negli ospedali pubblici, troverebbero sono infermieri”. Il fatto che i poveri dipendano soltanto dalle strutture governative è chiaramente un grosso problema. “La situazione non è cambiata in 3 mesi; i leader religiosi tra cui quelli del Concilio Interconfessionale, stanno intervenendo per addivenire ad un accordo che aspettiamo nei prossimi giorni”, precisa Ziraba.

Date le esperienze negative nella sanità, penso che il Governo sia preoccupato anche per il potenziale effetto onda che potrebbe avere lo sciopero sugli altri Sindacati del Paese, come quello dei docenti universitari e quello degli infermieri”. “C’è un serissimo vuoto nel servizio sanitario governativo, assolutamente”; “il personale paramedico e gli infermieri stanno tenendo duro ma da soli non riescono, non posso fare abbastanza”. “Gli ospedali missionari e quelli delle ONG sono ben visti dalla popolazione perché garantiscono dei servizi ed in più non costano così tanto come le strutture private che lavorano a scopo di lucro”; “inoltre, per quanto riguarda la cura del paziente sono più cortesi rispetto ai medici presso le strutture governative e molti operano e servono le persone nelle aree rurali dove il resto non è disponibile”. Ma non può risolversi un’emergenza soltanto con le forze di queste sole strutture. Se si tratta poi di cure per il cancro e per le altre malattie in espansione, ancora meno ospedali possono offrire questi trattamenti e con lo sciopero la situazione è peggiorata. “Le cure per il cancro nelle strutture private sono altresì limitate e carissime, quindi inaccessibili per la maggior parte dei pazienti”, ci spiega Ziraba. “Molte medicine provengono solo da alte strutture di Stato, l’accesso non è affatto facile; sono trattamenti molto costosi e questo è un altro enorme problema”.

Ora i medici scioperanti definiscono la decisione di Kenyatta di interrompere ogni discussione come “infelice” e “sconvolgente”. Il segretario generale del KMPDU (Sindacato rappresentativo dei medici),  Ouma Oluga, ha anche accusato il settore privato di interferire con la discussione solo per beneficiare dello sciopero ma i rappresentanti del privato hanno ribattuto che questo non potrebbe essere più lontano dalla realtà. “I dottori sono pronti per riprendere le loro mansioni sotto minacce ed intimidazioni e mancanze di rispetto”, ha detto mercoledì mattina Ouma Oluga, “ma questo equivale ad un suicidio professionale”. Ha così incitato tutti i membri a rimanere uniti e a proteggere il Sindacato dall’assalto governativo. “Non è facile gestire la situazione”, giustifica Ziraba, “i medici reclamano qualcosa di importante, non penso che l’emergenza che ne deriva sia intenzionale”.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore