venerdì, Aprile 19

Kenya: ecco come al Shabaab tiene in scacco Nairobi "Ieri, il gruppo jihadista somalo ha dimostrato di essere ancora in grado di organizzare e portare a compimento attacchi su vasta scala nel cuore della capitale keniana"

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14 morti e l’eliminazione di tutti i terroristi, dopo quasi 20 ore di assedio delle forze di sicurezza: questo è il bilancio dell’ennesimo attentato al complesso Dusit D2 di Nairobi a firma  al Shabaab, che in Kenya aveva già lasciato una scia di sangue molto grave. Un portavoce di al-Shabaab aveva rivendicato l’uccisione di 47 persone.

Bilancio delle vittime a parte, quel che davvero resta è la minaccia rappresentata dal gruppo  jihadista nel Paese e in tutta l’area circostanteCon Marco Cochi, docente presso la Link Campus University e analista del think tank ‘Il Nodo di Gordio‘, proviamo a fare il punto sulla salute del movimento e sulla sua capacità di sconvolgere Paesi già politicamente deboli.

 

‘Tutto cominciò a Nairobi’ è il titolo del suo recente libro sui movimenti jihadisti che tengono sotto scacco l’Africa. Ci può parlare di questo inizio? in particolare in riferimento a al-Shabaab

Nel mio libro, come recita il sottotitolo, spiego «come al-Qaeda è diventata la più potente rete jihadista dell’Africa». Lo faccio ripercorrendo l’evoluzione in Africa dell’organizzazione fondata nel 1988 da Osama bin Laden, analizzando i rapporti intrattenuti con i tre principali gruppi attualmente attivi nella regione:  Boko Haram nel nord-est della Nigeria, il Gruppo per il sostegno all’islam e ai musulmani (GSIM) nel Sahel occidentale e appunto, al-Shabaab in Somalia. E parto dagli attentati, compiuti nell’agosto del 1998, contro le ambasciate statunitensi di Nairobi e Dar es Salaam per richiamare all’attenzione del lettore vent’anni di violenze che hanno insanguinato la regione. Ricostruendo l’intricata rete di relazioni tra i vari gruppi e spiegando nel dettaglio i delicati equilibri che hanno regolato e regolano i loro contatti con la ‘casa madre’ al-Qaeda, evidenzio tutta quanta la pericolosità di al-Shabaab. E basti ricordare che questo gruppo, oltre a seminare il terrore in tutta la Somalia e aver colpito ripetutamente in Kenya, il 14 ottobre 2017 si è reso artefice del più devastante attentato terroristico della storia dell’Africa: l’attacco suicida lanciato con due camion-bomba che ha devastato un’estesa area di Hodan, uno dei quartieri commerciali più centrali di Mogadiscio, uccidendo 588 persone.

Tutto continua a Nairobi, è così? Che sta succedendo? 

Purtroppo, i tragici fatti di ieri confermano che gli sforzi che le autorità del Kenya portano avanti da due decenni per reprimere la minaccia dell’estremismo islamico nel loro paese non hanno ancora sortito l’effetto primario, quello di eliminare la possibilità che il gruppo jihadista al-Shabaab colpisca sul territorio keniano. Come sta emergendo dalle prime indagini, l’obiettivo dell’attacco di ieri nel cuore dell’elegante quartiere di Westlands era di uccidere gli americani, che continuano a bombardare le basi di al-Shabaab in Somalia (ben quattro solo nei primi giorni del 2019). Ma nondimeno, l’intento dei miliziani shabaab era anche quello di punire il Kenya, che ha fornito uomini e risorse al contingente Amisom, la missione dell’Unione Africana per stabilizzare la Somalia. Ieri, il gruppo jihadista somalo ha dimostrato di essere ancora in grado di organizzare e portare a compimento attacchi su vasta scala nel cuore della capitale keniana. Una conferma che porta alla ovvia conclusione che al-Shabaab goda di validi e strutturati appoggi anche a Nairobi, dove potrebbero essersi avvalso anche dell’ausilio della rete di prostitute usate come spie, la cui esistenza è stata rivelata di recente dalla ricercatrice della Naval Postgraduate School di Monterey, Katharine Petrich.

È corretto ritenere che il jihadismo abbia eletto Kenya, Somalia e altri paesi africani come suo feudo? E come evolverà la situazione?

Come definizione mi sembra un po’ esagerata, ma è inoppugnabile che negli ultimi anni il fenomeno è dilagato nel continente, come rileva uno studio dell’aprile 2017 elaborato dalla Fondazione Mo Ibrahim, secondo cui «negli ultimi dieci anni l’attività terroristica in Africa è cresciuta del 1.000%, un dato inquietante riconducibile agli alti tassi di disoccupazione giovanile e alla mancanza di un livello base di istruzione». Mentre il Global Terrorism Index , pubblicato il mese scorso dall’Istituto per l’Economia e la Pace, indica che dopo il picco raggiunto nel 2014, per il terzo anno consecutivo le morti causate da attentati terroristici sono diminuite, ma non in Africa dove sono invece aumentate. E la metà dei paesi dove si è registrato il maggior incremento dell’attività terroristica sono proprio in Africa, un dato che riguarda anche il Kenya. Mentre a causa degli attacchi di al-Shabaab, nel 2017, la Somalia è il Paese dove a livello globale si è registrato il maggior numero di decessi per terrorismo. E la situazione non può che peggiorare se non si interviene sulle cause primarie che portano alla radicalizzazione e al conseguente reclutamento di tanti giovani africani nei gruppi jihadisti.

Come è possibile che USA e gli eserciti africani impegnati nella lotta contro al-Shabaab non siano ancora riusciti a neutralizzare i jihadisti?

Mi richiamo a quanto appena spiegato. Il contrasto militare è importantissimo per arginare l’insorgenza jihadista, ma il problema non si risolve se non si percepisce l’urgenza della ricerca di soluzioni atte a ridurre i fattori primari all’origine del fenomeno come povertà, marginalizzazione e sottosviluppo, attraverso massicci investimenti sull’educazione e sui servizi sociali, con l’obiettivo di creare una valida forma di resilienza contro l’estremismo violento. Quindi solo l’impiego di forze multinazionali militari non è sufficiente ad eradicare la minaccia.

Quanto la disgregazione della Libia – che prosegue – favorisce al-Shabaab e gli altri gruppi?

La povertà dilagante, il ‘buco nero’ lasciato in Libia dalla caduta di Gheddafi, le frontiere sempre più porose degli stati sub-sahariani, hanno permesso il radicamento dal Maghreb fino alla Nigeria dell’islamismo radicale, fino al coagularsi di pericolose forze jihadiste nella guerra nel Nord del Mali nel 2012. Una deriva che si è in seguito concretizzata con l’impressionante serie attacchi contro le principali città dei Paesi africani più colpiti dall’offensiva jihadista.

 

 

(Con la collaborazione di Daniele Latella)

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