lunedì, Gennaio 27

Kenya: è emergenza profughi etiopi Una situazione che ha grandi conseguenze nel paese già molto impegnato nel controllo del confine.

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Quando il primo ministro etiope Hailemariam Desalegn ha improvvisamente dato le sue dimissioni il 15 febbraio scorso, decine di miglia di persone sono scese in strada per festeggiare la fine di un governo caratterizzato da un forte clima di repressioni politiche e profonda crisi economica.

Desalegn apparteneva a un’ampia colazione denominata “Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope (EPRDF), al governo dalla cacciata del dittatore Menghistu nel 1991. La Coalizione comprende altri tre grandi partiti suddivisi su base etnica e detiene in Senato il 100% dei seggi.

Questa maggioranza schiacciante non ha tuttavia impedito il formarsi di ondate di protesta con la richiesta di maggiori libertà, proveniente specialmente da gente appartenente alle etnie Oromo e Amhara che compongono i due terzi della popolazione.

C’è infatti un netto squilibrio alla base del sistema politico: Oromo e Amhara denunciano la propria marginalizzazione a favore dei Tigrini che, con il 6% della popolazione, di fatto controllano tutte le leve del governo nazionale e sono molto radicati nel servizio di sicurezza militare. Altra fonte di disaccordo riguarda il cosiddetto “Masterplan”, piano di sviluppo urbano del territorio attorno alla capitale Addis Abeba a discapito degli abitanti della regione di Oromo, la più grande e la più popolosa del Paese. Nonostante il progetto fosse stato cancellato nel mese di gennaio 2016, le proteste sono continuate per un evidente e comunque sempre presente malessere della popolazione.

Per tentare di mettere un freno agli scontri e alle violenze degli ultimi mesi, il Governo ha rilasciato centinaia di prigionieri politici all’inizio di febbraio, ma questa mossa si è dimostrata inutile e quindi il Primo Ministro si è dimesso, non senza avere fatto sorgere dubbi sulla sua reale volontà di farsi da parte, tanto che si era parlato di un colpo di stato prontamente smentito dall’attuale Ministro della Difesa, Siraj Fegessa. Si attende la prossima settimana per conoscere il nome ufficiale del nuovo primo ministro.

All’indomani delle dimissioni di Desalegn, le autorità hanno dichiarato uno stato di emergenza di sei mesi che prevede una serie di restrizioni per mantenere l’ordine pubblico e garantire la sicurezza. Fonti non ufficiali parlano di nuovi arresti di leader politici e giornalisti precedentemente liberati dopo che è scattato lo stato di emergenza.

Secondo un rapporto di Human Rights Watch, più di 1000 sarebbero i manifestanti uccisi negli ultimi tre anni.

Solo tra il 3 e il 4 marzo, cinque persone sono morte in scontri tra forze di sicurezza e dimostranti. Il 10 marzo nella città commerciale di Moyale situata nella regione Oromo e divisa fra le due nazioni dell’Etiopia e del Kenya, nove civili sono stati uccisi e altri 12 sono stati feriti durante un’operazione militare. Il Ministro della Difesa ha minimizzato l’accaduto parlando di un semplice “incidente”: i civili erano stati erroneamente identificati come appartenenti al gruppo secessionista Fronte di Liberazione Oromo, attivo nella zona di Moyale. Gli attivisti parlano invece di un attacco deliberato per seminare insicurezza nella zona.

In preda al terrore, la popolazione oromo, stimata a 40.000 persone, ha cominciato a fuggire in massa dalla città di Moyale per trovare rifugio in Kenya. Sarebbero più di 10.000 gli etiopi fuggiti agli attacchi militari negli ultimi dieci giorni e il numero è destinato a crescere.

Una situazione che ha grandi conseguenze nel Kenya già molto impegnato nel controllo del confine. Fonti presenti sul territorio affermano che sono visibili di notte le luci dell’esercito che pattuglia la zona.

L’intensificazione del conflitto potrebbe causare l’arrivo di molti profughi provenienti da un paese che conta più di otto milioni di abitanti in stato di necessità alimentare e quindi portare a una grave crisi umanitaria. Le forti piogge e l’insufficiente assistenza umanitaria rendono inoltre molto difficile l’accoglimento dei profughi. Molti sono i feriti da arma da fuoco ricoverati presso l’ospedale keniota di Moyale.

Tutto questo mentre il governo di Addis Abeba parla del ritorno a casa dei profughi, il corrispondente della BBC afferma che nessuno ha per ora intenzione di fare ritorno nelle proprie case e diversi campi improvvisati sono stati allestiti nei territori limitrofi.

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