sabato, Maggio 30

Kenya, dove la salute è roba per ricchi

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Una vera e propria emergenza sanitaria quella che si è abbattuta sul Kenya da qualche mese e che non accenna ad un benché minimo miglioramento. Dalla prima settimana di Dicembre è iniziato quello che ormai è diventato un lungo e convinto sciopero dei medici. A scatenare questa protesta pare essere stata la mancata attuazione del ‘Collective Bargain Agreement’, l’accordo con il quale il Governo, nel 2013, aveva promesso loro un aumento dello stipendio ed un miglioramento delle condizioni di lavoro.

Sostengono di essere sottopagati e di lavorare in luoghi fatiscenti ed in condizioni pessime, dove non ci sono attrezzature adeguate, manca l’ossigeno e a volte, quando si opera, anche l’elettricità. “Chiedono più attrezzature, più servizi e più personale”, così ci spiega Gianfranco Morino, chirurgo italiano impegnato da 30 anni in Africa e responsabile di World Friends in Kenya; “ma la sostanza è che vogliono aumenti della retribuzione astronomici, pari al 300%”. Come sia possibile che il Governo abbia accordato anni fa una simile proposta è difficile da comprendere.

La richiesta dei medici, infatti, appare piuttosto esagerata, considerando che la categoria è già alquanto privilegiata rispetto alla popolazione keniota; Morino specifica infatti che “un giovane medico non si trova per meno di 1700-1800 euro mensili, mentre, gli infermieri arrivano a circa 200-250 euro; la forbice è ancora enorme”. Il loro comportamento appare ambiguo poiché, da un lato, dicono di lavorare nel pubblico e denunciano mancanze in questo settore, peraltro vere, come conferma Morino, ma dall’altro lato, se ne vanno volentieri nel privato. “Quindi certo che gli ospedali pubblici sono fatiscenti, ma lo sono, non solo per la manutenzione ed il resto, ma anche e soprattutto per la motivazione che c’è sotto”.

La situazione è un circolo vizioso, meno si lavora nel pubblico, più si ha tempo di lavorare nel privato”. L’inizio dello sciopero si è avuto, con precisione, in corrispondenza della proposta governativa (ben diversa) di aumentare lo stipendio del 40%, a cui è subito seguito un netto rifiuto da parte del KMPDU (Kenya Medical Practioners, Pharmacists and Dentists Union – Sindacato dei Medici, Farmacisti e Dentisti kenioti). Sette rappresentanti sono stati arrestati per non aver fermato la protesta; hanno passato circa un mese in carcere ma, a metà Febbraio, è arrivata la sospensione della sentenza e sono stati scarcerati. Il sindacato ha avuto un grosso riscontro, nonostante le aspettative contrarie, ed una percentuale altissima di aderenti allo sciopero. Da Dicembre ad oggi la protesta non si placa, lo sciopero continua e l’emergenza che ne sta derivando è sempre più difficile da contenere. Nonostante non ci siano fonti totalmente attendibili, i pazienti morti perché privi di cure sono probabilmente tanti. “Non sappiamo chi muore da solo in baracca o nei villaggi, di cosa si muore, se si poteva andare in ospedale o meno, nessuno sa niente”, ci dice Morino.

Gli ospedali pubblici sono praticamente chiusi e a presidiare c’è solo qualche funzionario amministrativo, qualche infermiere e qualche ambulatorio aperto, ma per di più sono paramedici;” ci racconta il Morino, “l’intento è stato di coinvolgere tutti nello sciopero, anche infermieri e paramedici, ma questo è accaduto solo in parte”.

I dottori delle strutture private si sono uniti solo parzialmente alla protesta, le strutture continuano a lavorare, magari a personale ridotto e nonostante le difficoltà; la situazione è pesante ed ogni giorno non sappiamo se verranno a lavorare o meno; è una spada di Damocle continua”.

L’emergenza però ha radici ben diverse e più profonde, rinvenibili in primo luogo, nel carente sistema sanitario nazionale. Gli ospedali pubblici sono quattro a Nairobi, gli altri sono situati nelle contee; il primo è una grande maternità ma adesso ricovera solo per parti normali e non per cesarei, il secondo è un ospedale psichiatrico ed il terzo ha tutti i reparti ma in sostanza è chiuso. L’ultimo, il più grande, è un ospedale universitario (il Kenyatta hospital); “questo è l’unico ancora funzionante per le emergenze grazie all’intervento dei medici militari posti a presidio”, ci sottolinea Morino.

Gli ospedali governativi sono quindi praticamente chiusi; “non c’è un meccanismo di precettazione nemmeno per le emergenze, per questo hanno chiamato i medici militari al Kenyatta ma, di certo, questo non può sopperire ad una città di 4 milioni e mezzo e a tutta la nazione”.

Continuano a funzionare, invece, le realtà private. Le cliniche private e gli ospedaletti principali sono di più sul territorio. “La sanità qui è tutta a pagamento”, ci spiega Morino, “anche se negli ospedali pubblici, da qualche anno, i servizi materni non si pagano, la situazione è quella che è: c’è poco personale e tanti pazienti, soprattutto i più poveri delle baraccopoli”.

La sanità privata sta prendendo sempre più piede”, continua. La situazione non migliora di certo considerata la corruzione diffusa; “anche questo, ha contribuito ad innescare gli scioperi”, ci spiega.

Ma chi si rivolge al privato? “Chi si può permettere le assicurazioni”, risponde Morino, “e anche chi non può, trova il modo di farlo: magari approfittando dei legami con le grandi famiglie allargate africane che si sostengono tra di loro e fanno raccolte per aiutare i malati; è un meccanismo che però, inevitabilmente, crea altre povertà ed indebitamenti, ad esempio, pagare un intervento ortopedico, che è fra i più cari, può far sì che non potranno mandare più i figli a scuola”. “Oppure”, continua Morino, “tentano di accedere ad ospedali privati meno prestigiosi e con prestazioni meno affidabili; quelli migliori, infatti, hanno costi da clinica privata italiana e gli interventi chirurgici costano migliaia di euro”.

La sanità che funziona, insomma, è per poche centinaia di migliaia di persone”. “L’ospedale dovrebbe avere come principio il garantire il diritto alla salute a chi non l’ha, mentre qui prevale un concetto di medicinacommerciale’”.

Più uno è povero, quindi, e meno si può permettere la salute. “Abbiamo i pazienti su per i muri, non sappiamo più dove metterli, la maternità è strapiena e anche la pediatria è al limite, è una sfida costante; abbiamo dovuto incrementare i letti, il personale, i costi, non c’è mai un letto libero, abbiamo prematuri di poche centinaia di grammi ma non abbiamo attrezzature adeguate o terapie intensive; non è affatto facile”, racconta Morino.

La situazione è questa per la mole di lavoro, certamente, ma anche per altro”. Le emergenze come questa in Kenya, nonché le mancanze di ogni genere, sono coperte dagli ospedali privati e, nello specifico, per la maggior parte, dagli ospedali religiosi missionari e delle ONG (Organizzazioni Non Governative). Il Ru Neema Hospital, dove lavora Morino, è continuamente sotto pressione, essendo uno dei pochi che continua a lavorare. “Prendiamo le fasce dei pazienti più povere, quelli che stanno pagando questa situazione”. “Abbiamo 180 dipendenti tutti keniani, anche il direttore sanitario è locale, per noi l’integrazione è fondamentale”, evidenzia.

Non imponiamo protocolli esterni ed i nostri specialisti collaborano con i medici locali puntando sempre sull’integrazione e lavorando sul miglioramento interno; abbiamo corsi continui e siamo riconosciuti come centro di formazione permanente, per cui, possiamo assegnare anche dei crediti”, prosegue Morino. “Crediamo che le linee guida e i protocolli terapeutici vadano integrati insieme a quelli nazionali e non imposti, nel rispetto di quelli della Organizzazione Mondiale della Sanità”.

Soprattutto non costruiamo ospedali come cattedrali nel deserto, ma partiamo dalla primary health care”. Si fa quello che si può. “Abbiamo bisogno di una certa sostenibilità e questa deriva da un sistema di cost-recovering”. “Però”, prosegue Morino, “abbiamo tanti pazienti che vengono dal network di World Friends all’interno degli slum; esistono progetti di prevenzione comunitaria e di educazione sanitaria sul territorio e nelle scuole, programmi nutrizionali, progetti comunitari per la prevenzione delle disabilità, fisioterapia e medical camps gratuiti il sabato, sia per le giovani madri in gravidanza, sia riguardanti la medicina generale”.

I cittadini, attraverso questi programmi, hanno la possibilità di accedere agli ospedali come quello di World Friends. “Il 70% di quelli che arrivano qui non ha mai visto un medico per motivi di reddito; la sfida quotidiana è veramente pesante”.

Nella situazione di emergenza attuale, però, sono rimaste aperte alcune strutture. “Il sistema sanitario caotico vede, soprattutto all’interno delle baraccopoli, un fiorire di piccoli ambulatori, clinics private spesso inaffidabili e con farmaci di dubbia provenienza”, racconta Morino. “Sono inoltre presenti dispensari missionari che lavorano bene; funzionano anche gli ospedali protestanti e cattolici, infatti, le strutture missionarie, sorte soprattutto nella zona rurale, coprono il 4045 % della sanità del Paese”.

Così si riescono a colmare i bisogni dei poveri ma non dei poverissimi perché, anche qui, ci sono delle tariffe da pagare, anche se decisamente più basse. La conseguenza è che spesso la fascia dei poverissimi rimane senza accesso alla salute e come ci spiega Morino “solo quando gli assistenti sociali individuano queste famiglie e le fanno venire in ospedale senza pagare, possiamo aiutarle”.

Un altro tassello che va al di là dello sciopero e che compone questo quadro così drammatico riguarda i malati di patologie gravi e ‘nuove’ per questo Paese. “Il cancro sta emergendo sempre di più”, secondo Morino, “e riguarderà sempre più le megalopoli africane; sono già emersi, inoltre, i problemi della medicina occidentale, come il diabete, l’ipertensione e il tutto anche a causa dell’inquinamento atmosferico e alimentare”.

Siamo abituati a parlare sempre di malattie infettive, i grandi fondi internazionali sono riservati a queste, e, sì, sono ancora una grande sfida considerato che, soprattutto nelle zone rurali, non si è ancora superato lo storico gap con l’Occidente, ma il problema ormai non riguarda più soltanto queste”. “Ci sono due economie”, precisa Morino, “chi si può permettere di scegliere ciò che mangia e magari evitare i prodotti con conservanti aboliti in Italia da trent’anni e gli altri, quelli che nell’impossibilità di scegliere, sono costretti a mangiare cibo spazzatura”.

Lenuovemalattie, le ‘non communicable diseases’ sono carissime per il sistema; al Kenyatta hospital lavorano i pochi oncologi esistenti; “per noi diventa un problema poiché è più facile supportare la malnutrizione dei bambini, coprire i costi delle terapie antibiotiche, fare prevenzione sul territorio, piuttosto che, coprire cure come la chemioterapia che ha dei costi davvero enormi; riusciamo a coprirle con donazioni ed adozioni sanitarie e ad organizzare, ad esempio, breast clinics ogni mercoledì mattina dove le donne sono visitate, imparano l’autopalpazione e la prevenzione, cerchiamo di garantire la chirurgia, ma non possiamo fare molto di più”.

L’alternativa è morire a casa; la stragrande maggioranza di questi pazienti muore a casa ed al massimo riceverà degli antidolorifici”. I poveri, in altre parole, non si curano perché non possono farlo. Ma cosa potrebbe arginare questa emergenza e questa crisi dalle così tante sfaccettature? La politica, dal canto suo, non sembra muoversi nella giusta direzione; “pare siano in corso delle trattative con i sindacati ma il problema è che la discussione non dovrebbe incentrarsi solo sul tema finanziario”, spiega Morino, “ma dovrebbe avere una base soprattutto etica poiché occorre prima garantire le emergenze e poi discutere su altro”.

Quello che manca in Kenya (ma non solo in Kenya, pensiamo agli Stati Uniti o a chi in Italia sta cercando di distruggere la sanità pubblica a favore di quella privata), infatti, è proprio il diritto alla salute, un diritto fondamentale che dovrebbe coinvolgere tutti gli esseri umani; “in Africa la salute è un privilegio; o hai i soldi per permetterti un’assicurazione sanitaria, quanto meno, oppure non hai nessun diritto” spiega Morino.

Il diritto alla salute dovrebbe essere universale; se non si dà questo allora cosa si dà al cittadino?”. Sarebbero chiaramente necessari degli interventi imponenti per riformare il sistema pubblico, “anche attraverso la formazione costante e i corsi di aggiornamento”. “Non si vedono reazioni all’orizzonte, è tutto imprevedibile”, racconta Morino. “Lo sciopero sta continuando, il Governo non reagisce e i medici non tornano a lavoro; non si è mosso nulla e non si intravede niente”.

Resta da chiedersi come la popolazione sta reagendo a tutto questo. Il punto, come ci spiega Morino, è che si è ancora lontani da una società civile con una forte coscienza politica. Le responsabilità sono varie ed il quadro è più che complesso: “si dovrebbe educare maggiormente al senso del bene comune, come del resto anche in Italia”.

Le cose stanno così: se arrivi poverissimo e malato, non ricevi cure. “Curare è sì un atto comunque politico perché garantisce il diritto alla salute, ma prima di tutto, deve essere un atto etico e professionale; un medico non ha ragione se non garantisce almeno le emergenze, se non cura chi ha di fronte; questa è la nostra priorità”.

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