venerdì, Ottobre 18

Kenya – Cina: la ‘Diplomazia Economica’ cinese al lavoro La terza fase della penetrazione cinese in Africa è iniziata: meno prestiti e più investimenti privati, scambi commerciali, delocalizzazione delle aziende cinesi nel contnente nero… e l’Occidente ha un gran mal di pancia

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Il Kenya rappresenta un Paese pilota per il lancio della terza fase della politica economica del Partito Comunista Cinese  in Africa. La prima fase è stata caratterizzata dalla penetrazione dei mercati africani indirizzata verso l’esportazione delle risorse naturali: anni Novanta e primo decennio del Duemila.

Pur adottando l’economia coloniale (esportazione di materie grezze e importazione di prodotti finiti), quasi tutti i governi africani accettarono di fare affari con la Cina in quanto rompeva il monopolio occidentale sui minerali e idrocarburi africani.
Durante questa fase la Cina si trasformò da partner economico a partner politico, bloccando presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite tutte le azioni delle potenze occidentali rivolte contro i Paesi africani ‘ribelli’. L’appoggio politico era caratterizzato dal principio di non interferire negli affari interni del Paese partner e di difenderlo dall’Imperialismo occidentale. Un principio molto appezzato dai governi africani costantemente sotto pressione europea, americana, FMI, Banca Mondiale.
In questa fase la Cina costrinse con il velluto le Nazioni Unite a essere meno filo occidentali, ricreando la situazione della Guerra Fredda. Al posto di contendersi la sfera di dominio delle materie prime africane attraverso rivoluzione, contro rivoluzioni, guerre civili e colpi di Stato, Pechino (assieme al suo alleato russo) dirottò la contesa verso accordi economici e conquista di mercati.
In questa fase le multinazionali cinesi conquistarono importanti fette di mercato del settore petrolifero, infliggendo pesanti perdite alle multinazionali occidentali. Per rafforzare il sostegno politico all’Africa, Pechino costruì la sede dell’Unione Africana ad Addis Ababa e inserì negli Stati membri del BRIC (blocco economico e politico di Brasile, Russia, India e Cina) il Sudafrica (BRICS).

La seconda fase (iniziata nel 2010 e ancora in corso) è caratterizzata da ingenti prestiti per la realizzazione di infrastrutture, necessarie all’avvio della rivoluzione industriale e per rafforzare gli scambi commerciali continentali.
Durante questo periodo la Cina ha letteralmente trasformato il paesaggio di molti Paesi africani. Sono state realizzate o sono in fase di realizzazione strade, autostrade,  ferrovie regionali, espansione di porti e aeroporti per aumentare le capacità logistiche per importazioni ed esportazioni, oleodotti, gasdotti.
I progetti finanziati da Pechino e realizzati da ditte cinese hanno migliorato la circolazione in molte capitali africane, tramite la realizzazione di circonvallazioni, strade sopraelevate, metropolitane. L’esempio classico è l’attuale struttura stradale urbana di Addis Ababa. Tra il 2015 e il 2016 l’Africa diviene un continente strategico per la realizzazione del progetto di infrastrutture economiche mondiali: La Nuova Via della Seta

È in questo periodo che nasce il più importante istituto finanziario internazionale del terzo mondo per iniziativa dei BRICS, la NDP (New Development Bank), creato per rompere il monopolio dei prestiti finanziari verso lo sviluppo africano di FMI e Banca Mondiale. Assieme alla fondazione della NDP la Cina rafforzò le capacità finanziarie della Banca Africana per lo Sviluppo, con il chiaro intento di creare un sistema di finanziamento indipendente dalle istituzioni internazionali occidentali. 
Mentre FMI e Banca Mondiale ad ogni prestito impongono pesanti riforme economiche che danneggiano l’economia e le popolazioni a profitto delle imprese occidentali, la Cina ha vincolato i prestiti solo alla realizzazione delle infrastrutture da parte  di ditte cinesi e all’appoggio politico dei Paesi africani presso le Nazioni Unite nelle varie dispute commerciali e geo strategiche contro Europa e Stati Uniti. 
La Cina si è anche infiltrata nelle missioni di pace delle Nazioni Unite, inviando importanti contingenti militari presso i Caschi Blu che presidiano alcune crisi africane. La maggior concentrazione di Caschi Blu cinesi la si può trovare in Sud Sudan con il chiaro intento di proteggere gli interessi petroliferi di Pechino nel Paese. La partecipazione cinese alle missioni di pace ONU ha radicalmente trasformato la natura degli interventi dei Caschi Blu, ora non più totalmente vincolati agli interessi economici occidentali. 

Da tre anni FMI, Banca Mondiale, Banca Centrale Europea e vari media occidentali puntano il dito sull’aumento del debito estero africano, affermando che sarà una catastrofe per vari Paesi del continente. Queste analisi contengono solo una parte della verità, e spesso sono intenzionalmente esagerate. È vero che i Paesi africani stanno aumentando il debito estero nei confronti della Cina, ma per uno scopo ben preciso, ovvero rafforzare le infrastrutture per l’industria e il commercio. Quindi l’aumento del debito è indirizzato verso investimenti produttivi.
I Paesi africani maggiormente indebitati non superano il 60% di debito rispetto al PIL. Una percentuale largamente superata dalla maggioranza dei Paesi Occidentali, basta pensare al debito estero italiano e statunitense. La campagna mediatica contro i prestiti cinesi nasconde un rancore e una volontà di rivincita verso Pechino.
Tra gli anni Novanta e Duemila, l’Occidente ha deciso di azzerare debiti contratti da vari Paesi africani che erano diventati insolvibili. Ben inteso che l’azzeramento dei debiti non rappresentava una perdita finanziaria, visto i milioni di dollari pagati per decenni sugli interessi e la dipendenza creatasi per ottenere nuovi prestiti a scapito della sovranità economica nazionale. 
La decisione non aveva nessuna intenzione umanitaria. L’Occidente non azzerava i presti per permettere ai Paesi africani un maggior sviluppo socio-economico, ma per continuare la servitù finanziaria dell’Africa con nuovi prestiti. Questa arma di ricatto è stata notevolmente indebolita dai prestiti cinesi che si sono inseriti subito dopo l’azzeramento dei debiti contratti verso l’Occidente. I prestiti fatti dalla Cina non sono collegati a condizioni di riforme economiche o politiche e hanno tassi di interesse nettamente inferiori a quelli occidentali che a volte raggiungono il tasso zero.
Per mettersi al riparo dal rischio di insolvenza sul debito dei Paesi africani, il Partito Comunista Cinese sta privatizzando la gestione dei crediti concessi, affidandola ad istituti finanziari privati a condizione che seguano le direttive del partito per quanto riguarda la politica estera in Africa. 

La terza fase è caratterizzata dagli investimenti delle ditte cinesi tese ad avviare la rivoluzione industriale nel continente con l’obiettivo di creare un potente quarto blocco economico mondiale alleato ai BRICS.
Lo sviluppo industriale è sempre stata una richiesta dei governi africani all’Occidente, sempre ignorata, in quanto conveniva mantenere l’economia coloniale. L’Occidente non sembra particolarmente interessato a creare unità produttive e nuovi mercati in Africa, ma solo all’esportazione di minerali e idrocarburi. 

A fine agosto Yang Jiechi, inviato speciale del Presidente Xi Ping, ha fatto una importante visita a Nairobi. Jiechi è un pezzo grosso. Membro decisionale dell’Ufficio Politico del Partito Comunista e direttore della Commissione Affari Esteri del Comitato Centrale del PCC. Incontrando il Governo e il Presidente Uhuru Kenyatta, Jiechi ha proposto al Kenya una diminuzione dei finanziamenti pubblici per mantenere sotto controllo il debito estero, e un aumento degli investimenti produttivi privati come compensazione. Un inaspettata soluzione per l’economia keniota il cui debito estero ha raggiunto la quota dei 540 milioni di dollari. 

Gli investimenti privati cinesi sono indirizzati a supportare le ditte keniote, a costruire strategici parchi industriali, ad avviare la rivoluzione industriale e il Made in Africa. «Le nostre rispettive Nazioni si devono ora concentrarsi su come gli imprenditori privati kenioti possono collaborare con quelli cinesi. Dobbiamo individuare le migliori strategie per attrarre investitori privati cinesi nei settori manifatturiero, agroalimentare,  industriale, nuove tecnologie ed edilizio», ha dichiarato Jiechi. 

Macharia Kamau, Segretario del Ministero Affari Esteri supporta la visione strategica di Pechino, affermando che è giunto il momento che gli investitori privati kenioti e cinesi traggano vantaggio dalle infrastrutture realizzate dal Governo per poter espandere la produzione, il commercio e lo sviluppo generale del Paese. Le infrastrutture realizzate iniziano essere utilizzate. In agosto 2019, il Kenya ha avviato l’esportazione del petrolio in Malesia, precedendo il concorrente ugandese, che si trova in forti difficoltà.
L’avvio dell’industria petrolifera ugandese è in ritardo causa il boicottaggio delle multinazionali Tullow, Total e CNOOC (quest’ultima cinese) che sono contrarie alla gestione autoctona degli idrocarburi, che prevede l’utilizzo del petrolio per mercato interno e regionali a scapito delle esportazioni. Non mancano i fallimenti come il progetto ferroviario SGR (Standard Gauce Railway), che si sta rivelando una infrastruttura poco produttiva. 

In Kenya, Pechino ha dato il via allaDiplomazia Economica’, un piano teso a stabilizzare le economie dei partner africani tramite l’industrializzazione e l’espansione dei mercati, al fine di assicurare il futuro pagamento dei debiti contratti.
Gli investitori privati cinesi sono incoraggiati dal Partito Comunista anche a partecipare alla realizzazione di altre infrastrutture previste in Kenya in cambio della loro gestione per un periodo minimo di 10 anni. La Diplomazia Economica è stata varata durante il Forum sulla Cooperazione in Africa, tenutosi lo scorso dicembre a Pechino.
Per supportare questa terza fase la Cina ha stanziato investimenti pubblici per un totale di 60 miliardi di dollari. 

In pratica si parla di delocalizzazione di alcuni impianti industriali cinesi e la creazione di nuovi in Africa. I vantaggi sono comuni. I Paesi africani otterranno la tanta desiderata rivoluzione industriale. Si rafforzeranno le classi proletaria e piccolo borghese che accederanno alla sfera dei consumatori. Nascerà ilMade in Africa’, e si rafforzeranno gli scambi commerciali continentali. La Cina aumenterà il controllo sull’Africa, trasformandola in un potente alleato politico economico da contrapporre all’Occidente.
Riuscirà, la Cina, a ridurre l’esportazione di materie prime verso Europa e Stati Uniti in quanto esse servono ora per l’avvio dell’industrializzazione autoctona. Una politica che indebolisce le economie e la posizione di forza sul teatro internazionale delle potenze occidentali. Gli investimenti produttivi cinesi possono tornare utili nella neonata guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti. Se un determinato prodotto cinese subisce sanzioni o aumenti delle tariffe doganali di importazione, basterà spostare la produzione in Africa ed esportare lo stesso prodotto sul mercato americano con origine africana. Per bloccare questo processo gli Stati Uniti sarebbero costretti ad estendere la guerra commerciale a vari Paesi africani con gravi ripercussioni internazionali. 

Che gli investimenti privati cinesi non siano orientati sull’esportazione, come quei rari investimenti occidentali attivi nel continente, è chiarito dalla direttive del Partito Comunista. Gli investimenti devono essere concentrati in unità produttive per superare l’esportazione coloniale di materie grezze e creare il Made in Africa.
Si parla di lanciare l’industria automobilistica, la produzione di smartphone, computer, prodotti agroalimentari, edili, l’industria pesante, le energie alternative e pulite. Gli investitori cinesi sono anche interessati alla Quarta Rivoluzione Industriale: stampanti 3D, Intelligenza Artificiale, nanotecnologia, etc.
Pechino chiede ai partner africani di attuare una serie di misure fiscali idonee ad attrarre gli investitori privati cinesi. Una riduzione della pressione fiscale è il prezzo da pagare per i Paesi africani che intendono avviare la rivoluzione industriale. Posizionato al 61simo posto su 190 Paesi nella classifica della Banca Mondiale dei Paesi che facilitano gli investimenti stranieri, il Kenya ora deve procedere ad una serie di riforme legislative per attirare il settore privato cinese. Deve, inoltre, potenziare la produzione energetica in supporto alle future industrie. 

La Diplomazia Economica è particolarmente attenta ad aumentare gli scambi commerciali tra Cina e Africa. Una vera e propria manna per i produttori africani che possono accedere ad un mercato di 1,4 miliardi di potenziali consumatori e per aumentare le esportazioni in Cina che diminuiranno l’attuale deficit sugli scambi commerciali a favore di Pechino.
Nel 2018 il Kenya ha aumentato del 20% le esportazioni verso la Cina, arrivando a un volume d’affari complessivo di 111,32 milioni di dollari. Un ottimo risultato anche se prematuro per bilanciare gli scambi commerciali visto che la Cina annualmente importa in Kenya merce per un valore di 3,70 miliardi di dollari. 

Questa cifra rivela che l’Africa è già un importante mercato estero per i produttori cinesi. Il Partito Comunista ha preso anche delle misure per alleviare la controproducente fama di esportare in Africa prodotti di scarsa qualità che danneggiano la sua immagine internazionale. Questi prodotti erano principalmente importati da uomini d’affari africani. Si recavano in Cina per acquistare la merce più scadente per aumentare i profitti di vendita nei loro Paesi. 

Dal 2017 il Governo cinese ha imposto standard minimi di qualità nell’acquisto di prodotti cinesi destinati all’esportazione in Africa, fermando così le manovre speculative degli imprenditori africani che danneggiavano la reputazione della Cina.
Questo episodio evidenzia le diverse mentalità economiche.
Mentre l’imprenditore africano opera sui mercati nazionale ed esteri spinto da interessi esclusivamente personali o etnici, l’imprenditore cinese opera anche nell’interesse nazionale, per rafforzare il ruolo di superpotenza del suo Paese, consapevole che ne otterrà futuri e maggiori vantaggi. Il Kenya sta dando priorità ai prodotti agroalimentari di cui industria si sta rafforzando proprio grazie agli investimenti privati cinesi. 

La Diplomazia Economica abbinata alla Nuova Via della Seta sono potenti armi per diminuire l’influenza occidentale su un continente strategico come l’Africa.
Non è un caso che Pechino sia il principale sostenitore e partner del mercato unico continentale: il AfCTA (African Constientantal Free Trade Area), accordo firmato durante il summit straordinario dell’Unione Africana tenutosi il 6 e il 7 luglio 2019 a Niamey, Niger. Gli accordi, comprese l’eliminazione delle barriere doganali, entreranno in vigore nel 2020. Il progetto è strettamente collegato alla rivoluzione industriale e alla Diplomazia Economica cinese. L’obiettivo è di invertire l’attuale trend commerciale che vede solo il 15,2% degli scambi economici effettuati tra Paesi africani contro il 84,8% degli scambi effettuati tra Africa, Occidente e Asia. 

Non è un caso che gli esperti cinesi stiano aiutando l’Unione Africana nella definizione dei prodotti ‘Made in Africa’. Un passo obbligato per la buona gestione del mercato unico continentale, evitando furbizie straniere.
Si sta delineando la decisione di considerare prodotti africani solo i prodotti realmente fabbricati nel continente e non quelli importati e distribuiti in Africa con marchi africani. La Cina ha tutto l’interesse che questa precisa distinzione sia adottata in quanto Pechino è intenzionato ad investire in unità produttive nel continente mentre altre potenze economiche si limitano alla distribuzione in Africa di prodotti realizzati altrove. Questo in termini concreti si traduce nell’indebolimento delle esportazioni di prodotti occidentali tramite le tariffe doganali a vantaggio dei prodotti afro-cinesi realizzati in loco. 

Non è altrettanto un caso che la Cina supporti la ribellione dei produttori africani di cacao contro i prezzi decisi nelle borse europee e americane. L’Africa produce il 75% del cacao mondiale, ma conta solo il 20% sulla definizione dei prezzi di vendita all’ingrosso sulle borse internazionali. Pechino sostiene con entusiasmo i piccoli e medi produttori di cacao in Africa che rivendicano una paritaria definizione dei prezzi e chiedono investimenti stranieri per avviare l’industria agroalimentare del cacao. Questi contadini non sono più intenzionati a limitarsi alla semplice e improduttiva esportazione della materia grezza. Vogliono dare al loro cacao un valore aggiunto, per ottenere maggiori profitti. Ovviamente vari investitori privati cinesi già scalpitano per entrare nell’industria agroalimentare del cacao e gli investimenti sono già pronti. 

I cinesi stanno combattendo una guerra mondiale a colpi di investimenti, produzione e acquisizione di nuovi mercati, senza sparare una pallottola.
Una guerra più devastante per l’Occidente rispetto alle guerre convenzionali. In un primo tempo l’Occidente ha risposto con la destabilizzazione dei Paesi africani (utilizzando anche gruppi terroristici come Boko Haram, Al Qaeda Magreb e Daesh) e la demonizzazione mediatica delle relazioni Cina-Africa. Burkina Faso, Mali, Libia, Centrafrica sono esempi classici della destabilizzazione occidentale. 

Ora l’Occidente sta cercando di imitare il ‘Soft Power’ cinese continuando comunque le opere di destabilizzazione. Sono tattiche tardive, fuori contesto storico e inefficaci, aggravate dalla Fortezza Europa che, tramite le sue ostili politiche migratorie, si sta allineando le simpatie dei governi africani. Molti osservatori economici del continente pensano che la guerra commerciale in Africa sia persa dalla partenza per l’Occidente. Non sanno se il futuro sarà migliore o meno con l’alleanza alla Cina. Questo è tutto da scoprire nei prossimi decenni. 

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