martedì, Luglio 16

Kazakistan in attesa del futuro Dopo le dimissioni di Nazarbaev è stato nominato Toqaev presidente ad interim

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La decisione di Nursultan Nazarbaev di rassegnare le dimissioni dalla più alta carica del Paese, il 19 marzo, ha sicuramente colto di sorpresa la comunità internazionale e gli stessi kazaki. Da trent’anni al potere, Nazarbaev ha una storia politica molto simile a quella di altri personaggi di rilievo dell’area post-sovietica: un uomo forte del partito comunista locale e parte della nomenklatura durante la dittatura che senza troppi imbarazzi riesce ad acquisire posizioni di comando anche dopo l’indipendenza. Già Primo Segretario del Partito Comunista kazako, Nazarbaev divenne presidente del Soviet Supremo della Repubblica Socialista Sovietica kazaka nell’aprile del 1990, per poi divenire, poco dopo, primo presidente del Kazakistan indipendente.  

Le dimissioni di Nazarbaev del marzo scorso rappresentano comunque un evento inconsueto per l’Asia centrale e per molti Paesi ex sovietici, dove il potere viene conservato solitamente a vita e dove qualsiasi passo indietro dell’uomo forte viene sempre accompagnato da un chiaro passaggio di consegne, che questa volta invece non vi è stato. Nazarbaev ha rassegnato le dimissioni il 19 marzo ed è stato nominato, come prevede la costituzione, Qasym-Zhomart Toqaev presidente ad-interim fino alle prossime elezioni anticipate, che si terranno il 9 giugno. Questo non vuol dire naturalmente che a breve in Kazakistan vi saranno libere elezioni con veri candidati alternativi, ma solo che il vero successore di Nazarbaev non è stato ancora reso pubblico. Del resto, in trent’anni, Nazarbaev ha avuto il tempo di consolidare consenso e potere e di costruire un Paese in cui non solo le libertà personali sono ridotte al lumicino, ma dove anche i diritti politici sono spesso compressi ed assegnati arbitrariamente: la stessa costituzione prevederebbe, per la carica di Presidente, la possibilità di rielezione solo per due mandati, ma Nazarbaev, con un artificio politico si è autoinvestito dello speciale status di ‘primo presidente’, con arbitraria eliminazione del limite dei mandati e così è stato rieletto fino ad oggi, ininterrottamente dai primi anni ’90 e nel 2015 addirittura con una percentuale di voti del 98 per cento.

Nazarbaev non ha certamente rassegnato le dimissioni al buio ed ha sicuramente un progetto, anche se al momento non è trapelato nulla in merito al possibile successore. Si è parlato dell’attuale presidente ad interim Toqaev, come di Dariga, primogenita di Nazarbayev e nominata portavoce del parlamento appena il giorno dopo le dimissione del padre. In attesa che le televisioni di Stato ed i media controllati facciano emergere il personaggio destinato alla sostituzione, costruendogli intorno la giusta narrativa, il vecchio presidente ha deciso di conservare comunque la carica di capo del partito di governo e già a luglio dello scorso anno aveva approvato e firmato un decreto che gli conferiva l’incarico di presidente del Consiglio di Sicurezza a vita, con la possibilità quindi di conservare importanti poteri fino alla fine.

Il Kazakistan è considerato un Paese non libero da Freedom House che in una nota evidenzia come il sistema politico sia dominato da una élite che circonda il presidente e la sua famiglia: «La politica del paese è modellata in gran parte dalla competizione tra élite dominanti per risorse e posizioni, arbitrate dallo stesso presidente». La libertà di parola e di riunione sono limitate e la corruzione è oramai endemica. La maggior parte del settore dei media è controllato dallo stato o da soggetti vicini al Presidente, i principali quotidiani di opposizione sono stati chiusi già nel 2013, i giornalisti sono soggetti ad intimidazioni e spesso incarcerati e l’accesso a internet è oramai strettamente controllato, come indicato nel report a corollario del World Press Freedom Index, con il Kazakistan, tristemente alla 158° posizione (su 180 Paesi) per la libertà di stampa.

Il potere economico che la famiglia Nazarbaev, assieme alle élite dominanti, ha acquisito in questi trent’anni di supremazia politica è immenso e spazia dal petrolio alle altre risorse naturali, dalle banche alle televisioni. Sono comunque le risorse naturali la vera ricchezza del Paese: il Kazakistan è il primo produttore al mondo di uranio, seguito a grande distanza da Australia e Canada, uno dei più importanti di bauxite, cromo e rame e naturalmente di petrolio e gas naturale. Lo sfruttamento degli idrocarburi e del gas naturale, soprattutto dopo la scoperta dei giacimenti di Tengiz e Kashagan, è divenuto il settore trainante dell’economia kazaka e la principale voce dell’export nazionale, ma al tempo stesso, come spesso accade nei Paesi in via di sviluppo con una classe politica rapace e poco illuminata, motivo di instabilità del sistema economico, troppo dipendente dalle oscillazioni del prezzo del petrolio, come la crisi del 2015 ha ampiamente dimostrato. Negli ultimi anni, Nazarbaev ha provato a muovere qualche timido passo per far emancipare il Paese dalla monocultura industriale, ma i risultati sono stati abbastanza sconfortanti. Nello stessa anno della crisi economica, fu presentato un piano di privatizzazioni e un nuovo progetto di riforme per promuovere la diversificazione economica, con misure per combattere la corruzione e rendere più efficiente la pubblica amministrazione, modifiche normative per rendere il sistema giudiziario più trasparente, addirittura una riforma agraria ed interventi di semplificazione delle procedure doganali. Dopo qualche anno, i giudizi rimangono non positivi, la stessa Banca Mondiale considera lacunose le riforme ed inefficace il piano di privatizzazioni, ascrivendo la ritrovata la timida crescita quasi esclusivamente alla risalita del prezzo del petrolio.

Negli ultimi anni, l’esercizio del potere, oltre a portare ad una evidente sempre maggiore costrizione delle libertà personali dei cittadini kakazi e all’assottigliamento dei diritti minimi, era sfociato in un vero e proprio culto della personalità da parte di Nazarbaev che ha avuto il suo apice a marzo di questo anno con il cambio di denominazione della capitale, che adesso si chiama Nursultan, in onore del presidente. Considerando quindi la struttura politica ed il quadro economico del Paese non è plausibile pensare ad alcun passo indietro fatto da Nazarbaev senza che il terreno fosse stato già preparato per evitare ritorsioni e garantire quindi la conservazione dei privilegi acquisiti.

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