domenica, Luglio 21

Kashmir tra India e Pakistan: una guerra che nessuno vuole Nonostante il rischio di un’escalation, le acque sembrano essersi calmate, anche perché hanno tutti da perderci, ne parliamo con Andrew Whitehead e Francesca Manenti

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La tensione tra India e Pakistan ha raggiunto il picco ieri, quando Islamabad ha abbattuto due jet indiani rei di aver fatto incursione nel territorio pakistano, superando la LoC (Line of Control) che delimita i confini del Kashmir, e catturato uno dei piloti. La conferma è arrivata dall’account Twitter di Asif Ghafoor, generale maggiore dell’Esercito pakistano, il quale ha spiegato come uno dei velivoli sia caduto all’interno dei confini pakistani del Kashmir, mentre l’altro in quelli indiani. Usuccessivamente, ha detto che il prigioniero, il comandante Abhinandan Varthaman, è stato «trattato secondo le norme dell’etica militare».

La reazione del Pakistan arriva dopo due settimane di altissima conflittualità tra i due Paesi. L’India, infatti, il 26 febbraio aveva effettuato un attacco aereo su un campo di addestramento del gruppo terroristico Jaish-e-Mohammad (JeM – Esercito di Maometto) a Balakot, nella provincia pakistana di Pakhyunkhtwa. Offensiva indiana a sua volta scaturita dall’attacco suicida avvenuto a Pulwama, nel Kashmir indiano, il 14 febbraio scorso, e durante il quale sono rimasti uccisi 40 membri del  CRPF (Central Reserve Police Force), le forze di sicurezza dell’area. L’attentato è stato rivendicato quasi immediatamente dal JeM, ma l’India ha comunque accusato il Governo pakistano di essere responsabile di quanto accaduto e di finanziare i terroristi islamici.

Quanto successo a Pulwama e lipotesi di unescalation aveva fatto muovere anche Antonio Guterres, il Segretario generale delle Nazioni Unite, espressosi durante una conferenza stampa attraverso il suo portavoce, Stéphane Dujarric, il quale aveva dichiarato: «Considerando anche la situazione in generale tra India e Pakistan, siamo profondamente preoccupati per l’aumento delle tensioni tra i due Paesi in seguito all’attacco del personale di sicurezza indiano il 14 febbraio a Pulwama. Il Segretario generale sottolinea limportanza per entrambe le parti di esercitare la massima moderazione e adottare misure immediate per allentare la tensione e i suoi buoni uffici sono sempre disponibili qualora entrambe le parti le richiedano». Intervento diplomatico che, però, non è bastato a raffreddare gli animi dei due Paesi e la serie di eventi è continuata fino all’ultimo episodio, andato in scena ieri, con l’abbattimento dei due caccia indiani che avevano superato la LoC.

La Line of Control non è altro che la linea di confine che divide il Kashmir pakistano – che comprende tutta l’area settentrionale di Gilgit e la parte sud occidente con l’Azad Kashmir – e il Kashmir indiano – composto da tutta la restante parte meridionale della regione comprendente la valle del Kashmir e lo Stato del Jammu e Kashmir –  ed è stata istituita dopo la fine della terza guerra indo-pakistana (1971) con l’accordo di Simla firmato, il 2 luglio 1972, da Indira Gandhi, all’epoca Primo Ministro indiano, e da Zulfiqar Ali Bhutto, Presidente del Pakistan dal ’71 al ’73: proprio per aver decretato, allora, la fine del conflitto, in origine, la LoC era anche nota come Cease-Fire Line.

Nonostante le linee territoriali e le corrispondenti autorità giuridiche siano state definite dalla LoC, larea è stata, ed è tuttora, perennemente contesa dai due Paesi, con le rispettive Amministrazioni sempre pronte alle rivendicazioni con dichiarazioni al limite della diplomazia, sebbene il punto due dellaccordo reciti chiaramente: «Entrambi i Governi prenderanno tutti i provvedimenti in loro potere per impedire che la propaganda ostile sia diretta luna contro laltra. Entrambi i Paesi incoraggeranno la diffusione di tali informazioni che potrebbero promuovere lo sviluppo di relazioni amichevoli tra loro».

Il conflitto sul Kashmir è la pesante eredità della spartizione, avvenuta nell’agosto 1947, del subcontinente indiano e dalla conseguente nascita del Pakistan musulmano e dell’India multietnica, ma a maggioranza indù, che, poco più di due mesi dopo, sono entrati in guerra per il controllo totale della regione kashmira. La questione, però, non è soltanto territoriale, ma anche etnica, dato che la maggior parte degli abitanti del Kashmir indiano sono musulmani e rivendicano costantemente il loro status nei confronti del Governo di New Delhi, il quale accusa appunto il Pakistan di essere dietro le sommosse popolari della regione e di finanziare i gruppi terroristici, tra cui il Jaish-e-Mohammad, per destabilizzare l’area e aumentare la pressione.

Purtroppo la situazione è molto critica, c’è il rischio di una grande escalation”, ci ha riferito una fonte anonima indiana – sulla quale, però, non vi sono conferme in meritol’India starebbe muovendo le sue portaerei navali verso Karachi, in acque internazionali, ed anche il Pakistan sta facendo manovre simili”.

Dopo gli ultimi eventi, infatti, ci si domanda quanto sia concreto il rischio che queste tensioni possano sfociare in una vera e propria guerra.

Per comprendere meglio la criticità della situazione e i prossimi sviluppi, abbiamo contattato Andrew Whitehead, professore onorario presso l’Università di Nottingham, già corrispondente indiano per la ‘BBC’ e autore di A Mission in Kashmir, in questioni giorni in India, e Francesca Manenti, senior analyst e responsabile del desk Asia e Pacifico presso il Ce.SI (Centro Studi Internazionali).

Il rischio di una guerra cè anche se posso dire che né il Governo indiano né quello pakistano la vogliono”, afferma Whitehead, “entrambi posseggono arsenali nucleari e c’è il timore reale che un conflitto possa portare a più serie conseguenze. Secondo me una guerra è improbabile ma non impossibile”. Sulla stessa linea la Manenti, che spiega, “in questo momento una vera e propria guerra è poco probabile, non tanto perché le tensioni bilaterali siano attenuate rispetto al passato, quanto perché la situazione regionale, cioè  l’agenda di ampio respiro degli attori regionali, adesso, non si può permettere un conflitto tra due potenze nucleari”. Al momento, infatti, “il dossier più importante per lAsia meridionale è il progetto di dialogo e riconciliazione politica in Afghanistan, all’interno del quale il Pakistan è un attore di cui anche gli Stati Uniti non possono fare a meno”, continua l’analista del Ce.SI, “in un bilanciamento tra India e Pakistan, l’Amministrazione Trump ha più volte dimostrato di favorire la posizione indiana, nonostante ciò, al momento, da parte americana non ci può essere una presa netta di posizione a favore di New Delhi, perciò, credo che ci sarà un invito a calmare i toni da parte degli USA, perché gli obiettivi sono altri”.

Invito statunitense che deve essere arrivato puntuale dalle parti di Islamabad, dato che, proprio qualche ora fa, il Primo ministro pakistano, Imran Khan, ha dichiarato che domani il suo Governo rilascerà il soldato catturato come «gesto di pace». Gli Stati Uniti, infatti, rivestono un ruolo molto importante a livello diplomatico nella regione. “Venti anni fa il Presidente Clinton svolse un ruolo cruciale nel porre fine agli scontri tra India e Pakistan in un distretto del Kashmir chiamato Kargil”, spiega il professore, “il Presidente Trump, invece, alla conferenza stampa ad Hanoi dopo il summit con il leader nordcoreano, ha detto che il suo Governo sta lavorando duramente per disinnescare la tensione e ha suggerito che stava ottenendo alcuni risultati”: dati gli ultimi sviluppi sembra essere proprio così.

Una vera e propria guerra, dunque, sembra improbabile, ma chi potrebbe giovare da una situazione che potrebbe precipitare? Nessuno e meno di tutti il popolo del Kashmir”, risponde Whitehead, a cui fa eco la Manenti, “in realtà credo che nessuno possa essere interessato a questo conflitto. Gli attori regionali più importanti, infatti, al di là delle alleanze politiche e commerciali, potrebbero essere solo svantaggiati da un conflitto armato aperto e protenderebbero per la stabilità dell’area.

La Cina è un alleato di lunga data di Islamabad, con il quale sta portando avanti numerosi progetti economici e infrastrutturali, fra tutti quello della Belt&Road Iniziative, che ha sì creato tensioni all’interno dello stesso Pakistan, ma sta concedendo a Pechino di crearsi uno sbocco  verso il Mar Arabico col porto di Gwadar. “La Cina ha il controllo di piccole fessure del Kashmir e ha anche un interesse economico per la stabilità  in Pakistan”, afferma Whitehead, “in generale, Pechino non è stata molto esplicita nel sostenere il caso del Pakistan sul Kashmir e non ha molta pazienza per la tolleranza e il sostegno di Islamabad verso alcuni gruppi jihadisti, ma non è del tutto chiaro se la Cina ha l’autorità e la posizione diplomatica per poter ridurre la crisi”. Sulla stessa linea d’onda l’analista italiana che spiega, “la stabilità regionale è una priorità assoluta per la Cina, che guarda sempre con preoccupazione a quelli che possono essere i gruppi terroristici che si formano e operano nella regione e che poi potrebbero penetrare all’interno dei confini cinesi. Inoltre, il Pakistan è uno dei Paesi fortemente interessanti dal progetto Belt&Road, quindi, una conflittualità con l’India sarebbe controproducente anche per il Governo cinese”.

Negli ultimi anni, la Cina è diventata un attore sempre più importante negli equilibri in Asia meridionale ed è la rivale regionale dell’India per quanto riguarda l’accrescimento dell’influenza e della presenza che Pechino sta mettendo in atto nel subcontinente indiano, continua la Manenti, per il corridoio sino-pakistano, il porto di Gwadar rappresenterebbe l’anello di congiugimento tra la cintura terrestre e la via marittima della Belt&Road ”.

Un altro attore regionale molto importante è sicuramente lIran – tirato in ballo, nei giorni scorsi, da alcuni analisti italiani sostenendo che «il regime ha bisogno di una guerra con il Pakistan per giustificare la miseria, la mancanza di pane e lavoro. […] l’Iran non teme la guerra» – il quale non sembra essere spettatore interessato. “Non penso che l’Iran possa avere un ruolo importante nel Kashmir”, dice Whitehead, “il Kashmir indiano, o, per essere più precisi, la valle del Kashmir, è al 98% musulmano, ma la tradizione dominante è quella sunnita e in particolare quella sufi. Esiste una minoranza sciita nel Kashmir, ma tende a non essere politicamente attiva”. Oltre alla questione religiosa, però, è fondamentale anche quella economica. “Pensare che un conflitto indo-pakistano possa giovare all’Iran è abbastanza complicato”, dice la Manenti, al momento, per l’Iran, l’India è un partner commerciale importante e proprio la settimana scorsa è stato inaugurato il corridoio commerciale economico Nord-Sud che consentirà, attraverso il porto iraniano di Chabahar, gli scambi commerciali tra New Delhi e Teheran. Lo stesso Iran, inoltre, ha già le sue gatte da pelare con le sanzioni americane e l’isolamento da parte di altri attori in Medio Oriente”.

Al di là degli altri attori regionali, in un conflitto immediato tra le due potenze nucleari sembrerebbe favorita l’India sia da un punto di vista politico che su quello militare. “Il Pakistan si trova ad aver un Governo nuovo, eletto solo pochi mesi fa e che ancora fa un  po’ di fatica a prendere le misure con quelli che sono i tradizionali equilibri interni in cui, inevitabilmente, l’Esercito gioca un ruolo fondamentale”, prosegue la Manenti, “anche sotto l’aspetto prettamente numerico, la capacità militare indiana sembrerebbe essere maggiore rispetto a quella pakistana, però, bisogna sempre tener presente che Islamabad ha una tradizione per quanto riguarda le istituzioni militari”.

La decisione forte da parte del Governo indiano di invadere lo spazio aereo pakistano, potrebbe non essere solamente letta come risposta all’attentato di Pulwama, ma potrebbe nascondere anche motivazioni politiche. Tra la fine di aprile e l’inizio di maggio, infatti, si terranno in India le elezioni presidenziali e il premier Narendra Modi, leader dell’ultranazionalista partito di Governo Bharatiya Janata Party (BJP Partito del Popolo Indiano),  avrebbe potuto far leva sulla base ideologica del suo gruppo per riscaldare gli animi in vista dell’imminente turno elettorale, in un momento in cui è ancora in atto di svolgimento nel nord dell’India  – finirà il 4 marzo – il Khumbh Mela, il più grande pellegrinaggio indù del mondo, e dopo che le elezioni statali di dicembre hanno decretato una netta flessione del BJP.

 “È possibile che il BJP di Modi trarrà beneficio se il Governo sarà in grado di opporsi al Pakistan e risponderà a ciò che viene visto dal pubblico indiano come atto aggressivo”, dice Whitehead, “il BJP, sebbene con una maggioranza molto ridotta, era in ogni caso il favorito per vincere le elezioni, ma potrebbe essere difficile per i partiti di opposizione indiani lasciare il loro segno in unelezione in cui la sicurezza nazionale può essere una questione chiave ”. Quanto accade in Kashmir, infatti, “ha una rilevanza e una risonanza a livello di opinione pubblica”, conclude la Manenti.

La situazione, dunque, sembra essersi stabilizzata, col rischio di una guerra che pare sventato. In questo senso, il rilascio del soldato indiano da parte del Governo pakistano è più di un segnale di distensione. Gli animi, però, sono perennemente tesi e abbiamo già visto come basti una scintilla per infiammare un conflitto, come quello in Kashmir, mai sopito e lontano da una soluzione reale, ma che nessuno realmente vuole.

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