sabato, Settembre 21

Kashmir: la resa dei conti tra Pakistan e India? Nella regione contesa tra India e Pakistan si allunga la mano del Governo Modi: Nuova Delhi cosa rischia ora?

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In un’estate calda e concitata, migliaia di turisti cercano la promozione giusta per un viaggio indimenticabile. 20 mila turisti, però, non dimenticheranno mai la loro vacanza per un motivo insolito e, di certo, non pianificato: nella regione indiana del Kashmir 20 mila turisti sono in fuga per via di un allarme terrorismo. Nella regione himalayana sono confluite diverse migliaia di soldati per la sicurezza della regione: lo scorso venerdì, Nuova Delhi ha invitato turisti, pellegrini e studenti a lasciare immediatamente il Kashmir.

Il Governo indiano motiva la decisione sulla base di «minacce terroristiche segnalate dai servizi di intelligence». Oltre ai 20 mila, dalla regione settentrionale dell’India si stanno mobilitando anche 200 mila lavoratori stranieri. Il Segretario generale agli affari interni, Shaleen Kabra, dichiara che «nell’interesse della sicurezza dei turisti e dei pellegrini, si consiglia che terminino immediatamente la loro permanenza nella regione». Il messaggio delle autorità è chiaro: tutti fuori, e subito. Intanto 10 mila soldati sono già in Kashmir a pattugliare gli angoli delle strade. Una fonte di sicurezza ha riferito ad ‘Agence France Presse’ (AFP) che la presenza militare indiana in Kashmir ha raggiunto un livello senza precedenti: viene riferito che inizialmente erano state inviate 70 mila unità.

L’intera zona è stata di fatto bloccata: in un comunicato ufficiale, Nuova Delhi impone che «non ci debba essere movimento di pubblico e che anche tutte le scuole devono rimanere chiuse». Leggiamo su ‘AGI’ che, allo stesso modo, è prediposto il rafforzamento della sicurezza nelle zone sensibili del territorio, come gli uffici pubblici, gli aeroporti, le stazioni di polizia e le sedi governative. Nel frattempo, sono state erette delle barricate in molte strade di grande viabilità comprese le vie di accesso a Srinagar (la principale città del Kashmir).

Ma da dove arriva la minaccia? C’è qualcosa di ufficiale? Chi è il gruppo terroristico che ha scatenato il panico in tutto il Kashmir? Ancora non si sa. O almeno, le fonti ufficiali di governo dicono di aver visionato reports dell’intelligence indiana che evidenziano il rischio di una serie di attacchi presso i sentieri utilizzati da centinaia di pellegrini Hindu. E la situazione si complica e accelera bruscamente dopo la notizia di ieri notte.

Quindici ore fa, ‘AlJazeera’ riporta l’emanazione di un decreto presidenziale che abolisce lo status speciale del Kashmir per ragioni di sicurezza – azione considerata illegale dal Ministero degli Esteri pakistano, Shah Mehmood Qureshi. 

La regione del Kashmir è contesa tra India e Pakistan sin dalla spartizione dell’Impero coloniale britannico: tutto inizia nel 1947. La linea del cessate il fuoco in Kashmir è ancora teatro di impasse diplomatiche e bollori militari. Islamabad è accusata da Nuova Delhi di sostenere in segreto i gruppi armati che operano nella valle settentrionale di Srinagar. La tensione tra i due Stati è destinata ad aumentare nelle prossime ore, e il vento che spira da Nuova Delhi sembra pensato per alimentare il fuoco sul confine conteso.

Il decreto presidenziale di Narendra Modi ha abolito ufficialmente l’articolo 370 della Costituzione indiana – che limitava il potere del parlamento indiano di imporre leggi nella regione del Kashmir, a parte per questioni di difesa, affari esteri e comunicazioni. Inoltre, il Ministro dell’interno, Amit Shah, ha proposto una legge per dividere la parte del Kashmir amministrata da Nuova Delhi in due regioni direttamente governate dal Governo centrale.

Ma tutto questo, cosa significa? ‘SicurezzaInternazionale’ riporta che, da ora in poi, agli indiani non sarà più proibito trasferirsi in maniera definitiva, acquistare terreni, lavorare presso il governo locale e ricevere borse di studio e finanziamenti nella regione del Kashmir. Insomma, da ora in poi, il Kashmir perde la sua autonomia e viene sempre più attratto dalla forza di gravità politica del Governo Modi.

Le due situazioni finiscono per coincidere: da una parte la volontà indiana di imporsi nella regione del Kashmir e dall’altra l’emergenza dovuta a possibili attacchi terroristici contro i pellegrini Hindu sulla rotta del luogo sacro di Amarnath. Da una parte lo scontro con il Pakistan, dall’altra la guerra al terrorismo – che Nuova Delhi spesso addita come evento sostenuto da Islamabad.

Nuova Delhi accusa Islamabad anche di appoggiare i militanti separatisti nel Kashmir. Ma forse ci conviene pensare meglio all’area contesa, perché il Kashmir è diviso in tre aree principali e i confini non sono mai stati ufficializzati: a sud Jammu and Kashmir è controllata dall’India, a nordovest Gilgit-Baltistan è sotto la giurisdizione del Pakistan, e a nordest Aksai Chin è sottoposto al controllo cinese.

Questa divisione territoriale non è ufficiale: i confini all’interno del Kashmir sono più reali che ufficiali. Nel mezzo, India e Pakistan sono in lotta da anni (mentre la Cina è molto marginale nella questione). Una zona calda anche per via dei movimenti separatisti in Jammu and Kashmir che si oppongono alle mire espansionistiche indiane da decenni: alcuni gruppi lottano per l’indipendenza del Kashmir, altri per l’annessione della regione al Pakistan (entrambi a maggioranza musulmana, e non come l’India a maggioranza induista).

La guerra tra i separatisti e il Governo di Nuova Delhi ha sempre avuto un forte accezione ‘islamista’: molti militanti si sono identificati tra le fila di movimenti jihadisti (come Al-Qaeda e i Talebani), venendo anche supportati da essi. Il culmine di questa guerra a bassa intensità si è raggiunto negli anni Novanta, con migliaia e migliaia di morti (anche tra i civili). Nuova Delhi ha molto spesso accusato il Servizio di intelligence del Pakistan di finanziare ed addestrare i mujahideen che combattono in Jammu and Kashmir. In ogni caso, alcune organizzazioni umanitarie proiettano un numero di morti raccapricciante: 100 mila persone uccise in 30 anni.

Anche le relazioni tra India e Pakistan sono burrascose da decenni, ma negli ultimi mesi si è avviata un’escalation di tensione: il 14 febbraio scorso un terrorista suicida ha ucciso 44 indiani nel Kashmir per conto del gruppo islamista pakistano JeM (Jaish-e-Mohammad), e il 12 maggio lo Stato Islamico ha rivendicato la nascita di una sua provincia all’interno del Kashmir. Nel frattempo, lo spazio aereo era stato bloccato da entrambe le parti, e solo a fine giugno la situazione si era un minimo schiarita – anche grazie alle parole decise e di apertura del premier indiano ri-eletto, Narendra Modi.

Il conflitto tra le parti, inoltre, passa per l’Afghanistan e per la scrivania di Donald Trump. Secondo Giuliano Battiston (ISPI), l’India chiede che «gli americani prestino attenzione anche agli interessi indiani nella regione», e questa richiesta non può che mettere «in difficoltà l’amministrazione Trump, che deve soddisfare due indirizzi politici diversi. Da una parte il sostegno all’India, ribadito anche dal Consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, che ha espresso al suo omologo indiano pieno appoggio per un’operazione definita di “auto-difesa”. Dall’altra la necessità di mantenere buoni rapporti con Islamabad, senza cui non è possibile trovare alcun accordo con i Talebani».  Il ricercatore di ISPI conclude che «riuscire a tenere insieme questi due obiettivi non è semplice», anche perché «servono ottime doti diplomatiche» che l’Amministrazione Trump potrebbe anche non avere.

Rimane da capire una cosa, però: ora cosa succederà? ‘Agence France Presse’ afferma che, dopo l’interruzione di sette decenni di autonomia speciale, Nuova Delhi sta suscitando «una furiosa risposta da parte del Pakistan (un rivale che ha nel suo arsenale anche armi nucleari) e sta aumentando i timori per nuove violenze nella regione hymalayana a maggioranza musulmana».

Dopo la rielezione di Modi e l’exploit del suo partito BJP (Bharatiya Janata), già si temeva che il Kashmir sarebbe stato privato del suo status speciale, ma non si sapeva ancora né quando né come. Ma ora che lo si sa, la stessa agenzia francese avverte che Nuova Delhi potrebbe ora dare inizio ad un piano per «cambiare i dati demografici della regione, permettendo ai non-kashmiri (per lo più hindu) di acquistare terreni nel Kashmir. La mossa di Nuova Delhi è destinata ad aggravare la già sanguinosa ribellione in Kashmir e ad approfondire lo scontro con il rivale ‘nucleare’ (il Pakistan) che ha combattuto due delle sue tre guerre complessive proprio contro l’India e proprio nella regione del Kashmir».

Ci sarà una reazione molto forte in Kashmir. È già in uno stato di agitazione e questo non farà che peggiorare le cose” – così descrive la situazione Wajahat Habibullah, un ex burocrate della regione indiana Jammu and Kashmir. Il giorno più buio per la democrazia secondo l’ex Primo Ministro del Kashmir, Mehbooba Mufti, mentre un esponente del Partito democratico popolare è stato allontanato dall’aula parlamentare dopo aver strappato e stracciato la Costituzione indiana.

Insomma, Nuova Delhi ha (forse) trovato un escamotage per impossessarsi definitivamente dell’area contesa sulla quale brama da decenni – ma a che costo? Sia India che Pakistan hanno a disposizione armi nucleari terrestri e non hanno mai aderito al TNP (Trattato di non proliferazione nucleare). Intanto, nel mezzo del Kashmir si inseguono militanti islamisti e milizie separatiste: il caos è appena cominciato.

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