giovedì, Marzo 21

Kabul, l’ultima frontiera diplomatica con Teheran È qui che Stati Uniti e Iran continuano a parlarsi

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Quello di domenica alla Casa Bianca è stato uno dei discorsi più controversi di Donald Trump, alle prese con l’annunciato ritiro delle truppe americane dalla Siria. Un ritiro che gli alleati mediorientali, primi fra tutti i Paesi del Golfo, vedono come vuoto che Russia e Iran sono già pronte a colmare.

«Vogliono parlare con noi», ha detto domenica il presidente americano riferendosi al governo iraniano, da novembre sotto lo scacco di pesanti sanzioni economiche. Il giorno dopo il segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale iraniano, Ali Shamkhani, da Teheran ha dato la sua versione dei fatti: «durante la mia visita a Kabul lo scorso mese gli americani… mi hanno chiesto di avere colloqui con loro». Le dichiarazioni sono state tutte smentite, ma adesso gli sguardi della comunità internazionale sono puntati a quanto sta accadendo nella capitale afghana.

Kabul è città di frontiera diplomatica nel dialogo complesso e mai interrotto tra Stati Uniti e Iran. È qui che tra il 2005 e il 2007 si sono incontrati tante volte gli ambasciatori dei due paesi negli anni più difficili della permanenza delle truppe americane in Iraq, quando gli attentati organizzati dalle milizie sciite vicine a Teheran facevano saltare per aria civili, soldati e mezzi corazzati. Del resto, a Kabul all’indomani dell’11 settembre gli Stati Uniti c’erano arrivati anche grazie all’Iran, che aveva offerto un indispensabile supporto logistico e militare contro i talebani.

A dicembre quando Ali Shamkhani è arrivato in Afghanistan, ufficialmente per dialogare con i talebani, ha fatto sapere che dal governo di Kabul aveva ottenuto luce verde: gli Stati Uniti non potevano non sapere. Qualche settimana prima una delegazione dei talebani aveva fatto tappa a Teheran: il tutto, come aveva spiegato Shamkhani, dietro approvazione del governo afghano.

L’Iran non è attivo solo nella guerra in Siria e in Yemen, ma anche in quella interminabile che da quasi quaranta anni sconvolge l’Afghanistan. Prima contro i talebani, poi, dal 2003, quando il presidente George Bush ha inserito Teheran nella lista degli stati ‘canaglia’, al loro fianco contro il governo di Kabul, sostenuto dagli americani. In ottobre il dipartimento del Tesoro statunitense ha messo sulla sua ‘black list’ due ufficiali delle forze Quds iraniane, accusati di offrire aiuti finanziari e militari alle milizie talebane.

Negli ultimi due mesi gli Stati Uniti hanno avviato una serie di colloqui con i leader dei talebani: vogliono uscire da questa guerra. L’inviato americano in Afghanistan, Zalmay Khalilzad, li ha incontrati più volte a Doha, in Qatar, e ad Abu Dhabi, negli Emirati. E proprio Khalilzad, che è nato in una città a nord di Kabul, è uno degli uomini che dal 2001 ha costruito il nuovo governo afghano al fianco del ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif.

Per entrare in Afghanistan gli Stati Uniti hanno due strade: una a ovest è l’Iran, l’altra a sud è il Pakistan, il paese da cui adesso passano tutti i rifornimenti dell’esercito americano in Afghanistan. Iran e Pakistan ancora oggi decidono che aria deve tirare a Kabul. Ma Khalilzad, l’inviato degli Stati Uniti, del Pakistan si fida pochissimo e ha chiesto che venga inserito nella lista dei paesi sponsor del terrorismo. Anche Trump di recente ha scelto da che parte stare: ha descritto il Pakistan e non l’Iran come principale causa dell’eterna instabilità afghana.

Dal canto suo, il presidente iraniano Hassan Rouhani, che di sicuro non risparmia critiche per la presenza americana in Siria e Iraq, non ne ha mai sollevato la questione delle truppe statunitensi in Afghanistan. Soprattutto adesso che Trump ha deciso di ritirarne una parte consistente. Kabul è intoccabile: resta il canale di dialogo aperto tra Iran e Stati Uniti, anche quando sembra che tutto volga al peggio.

E a Kabul gli argomenti di discussione tra i due paesi non mancherebbero. Non ultimo quello che è venuto alla ribalta ieri, a poche ore dalle rivelazioni incrociate, e poi smentite, sul dialogo tra Washington e Teheran: è dal mese di luglio che un veterano della marina statunitense, Mr. White, è detenuto nelle carceri iraniane di Mashhad. Il Dipartimento di Stato americano ha confermato la notizia. Nella lunga lista degli ostaggi, da sempre oggetto di negoziazioni non sempre cristalline tra Stati Uniti, paesi occidentali e Iran, c’è anche il nome di Robert A. Levinson, ex agente dell’Fbi, detenuto da anni in qualche prigione di Teheran. Kabul potrebbe essere la città dove verrà deciso il loro destino.

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